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Il criminale Dubois e l’innocente Marinita

Lo yin e lo yang delle animitas cilene

by Simone Arnaboldi
19 Ottobre 2026
Home Animitas

Viaggio lungo la ruta 68 che da Santiago si proietta verso la città costiera di Valparaíso. Voglio visitare il venerato cenotafio di Émile Dubois, il serial killer beatificato dal popolo cileno, che è ubicato all’estremità sud-occidentale del cimitero numero 3 di Playa Ancha. Cenotafio perché la tomba andò perduta negli anni 70′, a seguito di un riassetto urbanistico dell’area.

Valparaíso, Cimitero n. 3 di Playa Ancha. Cenotafio di Émile Dubois

Prima mattina. Il traffico in entrata è consistente, il rituale quotidiano dei pendolari che sciamano sulla capitale; destinazione Valparaíso, viceversa, la carreggiata si presenta meravigliosamente sgombra e si fila che è un piacere.

Santiago del Cile. Nei pressi del Parco Bustamante. Bicicletita

Lungo il ciglio, a intervalli irregolari, scorgo delle casitas, piccole cappelle – alcune leggermente più elaborate, la maggior parte tozze, senza fronzoli – che insistono sul sito dove, con alta probabilità, si è verificato un incidente fatale.

Tranne rare eccezioni, l’identikit medio delle animitas cilene corrisponde a questo profilo. Anonime per il grande pubblico, il loro culto si officia su scala ridotta, nella cerchia intima dei congiunti. E le animitas che guadagnano prestigio come quelle di Dubois, Romualdo o della Marinita, vuoi per una biografia più intrigante o perchè sono ritenute feconde in tema di miracoli, non toccano certo l’apice della fama transnazionale dei Santi Popolari argentini.

Oltre che a vecicolare il culto dell’animita al limbo dove si crede che continui ad albergare dopo il decesso, le casitas fungono da monito per gli automobilisti; un po’ come le estrellas amarillas, disseminate lungo la rete viaria argentina, che riportano le generalità delle vittime de transito e, talvolta, un sunto della dinamica del sinistro.

Le animitas di quanti sono stati tamponati e uccisi mentre circolavano in bicicletta si chiamano bicicletitas e si riconoscono perchè il luogo dove si è consumata la tragedia è segnalato dalla carcassa di una bicicletta, di solito bianca.

Valparaíso, Cile. Uno dei tanti (troppi) murales che adornano la città.

Valparaíso, la perla del Pacifico, conferma la fondatezza di un mio cavallo di battaglia.

Mai tornare a distanza di anni in una località che occupa un posto speciale nella nostra memoria, soprattutto se il ricordo idilliaco che ne conserviamo è frutto di un mix esplosivo di stati emotivi e bellezze architettoniche e paesaggistiche. Avendo ben presente il concetto, non mi sarei avventurato una seconda volta a Valparaíso, se non avessi scoperto che Dubois è commemorato proprio nel cimitero di Playa Ancha.

Sono salito, però, sul mezzo dell’impresa Turbus con il presentimento un po’ fatalista d’andare incontro a una delusione cocente.

Il patema della catastrofe me l’aveva instillato, quota parte, la Signora Ana, l’eccentrica affittacamere da cui soggiorno a Santiago, allertandomi che la città dei miei sogni era molto cambiata. Irriconoscibile addirittura rispetto agli standard di allora.

Lurida. Desolata. Fatiscente.

Ana è un personaggio sui generis, umbrattile; non l’ho mai vista sgusciare fuori dall’appartamento clautrofobico che condivide con il figlio nei paraggi del Parco Bustamante.

Agghindata nelle sue solenni vestaglie demodè, mi ricorda una diva del cinema muto sul viale del tramonto che abbia scelto di ritirarsi dalle scene per tumularsi in un mausoleo, crogiolandosi tra i rimpianti di un passato meno sordido. Il suo vagare irrequieto su e giù per il corridoio che cuce insieme le 4 stanze dell’alloggio si placa solo quando s’intabarra sotto la trapunta nel giaciglio della sua camera da letto a filare centrini, la televisione che la martella a un volume assordante e la inebetisce.

Non per il carattere, perché lei era espansiva, ma mi viene spontaneo associarla a mia nonna, che mostrava la stessa cura maniacale per la propria persona (s’imbellettava come una mannequin anche se non aveva in progetto alcuna sortita), era una virtuosa dell’uncinetto e la sua giornata era cadenzata dal palinsesto delle soap opera statunitensi e latine, molto in voga durante gli anni ’80 e ’90. Ne seguiva diverse in contemporanea con granitica dedizione. Tra tutte, Beautiful era la sua favorita. Purtroppo i produttori della saga della famiglia Forrester l’hanno tirata talmente alle calende, escogitando intrighi e sottotrame sempre più ridondanti, che lei – e chissà quanti altri fans della serie – è mancata prima di poter conoscere il finale (in realtà ignoro se a oggi esista un finale); con l’avanzare degli anni, riuscire ad assistere all’epilogo di Beautiful era divenuto il suo cruccio.

Pur trovandomi a Santiago nella seconda metà dell’autunno, quando il clima è ancora mite, l’umidità dentro al piso di Ana mi aggredisce e la stufa a gas, collocata in posizione strategica nel corridoio per irradiare più vani possibili, è un palliativo. Che, peraltro, mi causa parecchia apprensione.

Sono stato assalito fin dal mio primo ingresso nell’abitazione dalla paranoia di trapassare nel sonno, gassato da un malfunzionamento della bombola che alimenta la stufa o per una qualche negligenza senile della padrona di casa. D’altra parte se la Signora è arrivata pimpante di testa a 70/80 anni – difficile attribuirle un’età precisa, 70 portati male o 80 in modo magistrale – non deve essere così sprovveduta, cerco di rassicurarmi la sera, prima di spegnere l’abat jour.

I suoi apatici ritmi fisiologici subiscono un paio di scossoni significativi: si rianima sia al sorgere del sole in occasione del desayuno che alla puesta, quando, sintonizzata la tv in modalità standby, si prodiga per allestire una cena luculliana all’adorato figliolo, figura massiccia dalla folta barba vichinga, non meno bizzarra e misteriosa.

Provo a sondarlo sulla natura dei suoi business, una chiacchierata esplorativa tra coinquilini, perché m’incuriosisce indagare questa relazione simbiotica, dalle sfumature morbose, madre-figlio e la sudditanza che tracima da questo hipster mammone rispetto all’autorità dell’anziana donna; lui non si sbottona, glissa con la ritrosia di chi non ha voglia di fare chiarezza sui risvolti di una questione spinosa. In un’occasione che ha dimenticato la porta socchiusa, sono riuscito a sbirciare nella sua tana/cameretta, incappando in un deposito onnivoro di scatoloni, ammonticchiati alla rinfusa e colmi di cianfrusaglie.

Cimitero n. 3 di Playa Ancha, Valparaíso. Le botteghe dei marmisti dirimpetto all’entrata

Volendolo catalogare, ha appiccicato addosso l’odore randagio e un po’ patetico di chi ha divorziato dalla moglie, la stella polare da cui dipendeva in tutto e per tutto, e adesso va alla deriva, sperando che la madre lo tenga a galla nell’attesa di rielaborare il lutto e ripartire.

Già in fase di prenotazione della stanza avevo contato sul fatto che Ana mi ammettesse alla sua corte per carpirle qualche segreto culinario. Il mio teorema patriarcale – non un dogma, più un calcolo probabilistico – è che una donna di una certa età debba per forza aver dedicato tante ore della sua esistenza a cucinare, abbia tempo a disposizione e sia dunque propensa a compartire le sue ricette con chi si mostra interessato.

Ana da subito oppone alle mia sete di conoscenza un’omertà inscalfibile, nonostante alcune entusiastiche reviews del sito di prenotazione ne sponsorizzassero l’affabilità, assegnandole il massimo delle stelle. Forse non sono le recensioni a essere fake, semplicemente non si è instaurata tra noi quella chimica che evolve un rapporto formale in uno stadio più confidenziale.

La sua accoglienza, al momento del check in, si è rivelata impeccabile ma istintivamente gelida, la sua vocazione al dialogo, una volta sciorinate le tassative regole della casa, scostante, la cucina una riserva di caccia gelosamente presidiata e io trattato come un insidioso bracconiere.

In una delle rare e comunque sbrigative conversazioni eccedenti i convenevoli che avevamo intavolato, Ana si era rammaricata di come, nel lasso di un ventennio, Valparaíso si fosse incancrenita in un loop rovinoso. Colpa dell’inadeguatezza di chi l’ha amministrata, senza ombra di dubbio. Ma anche, a suo giudizio, l’effetto di una sfiducia collettiva che impedisce alla città di riscattarsi da un declino inesorabile a cui sembra predestinata, nonostante le enormi potenzialità.

Una concausa del degrado non potrebbe essere stato il grande incendio del 2014? 2500 dimore distrutte, 11.000 homeless… Azzardo qualche attenuante al pessimismo cosmico di Ana, riponendo ancora una certa speranza nella capacità degli individui d’autodeterminarsi e d’invertire la rotta prima dello schianto. Non mi azzardo a sentenziare che volere è potere, perchè sarebbe banale retorica, ma, insomma, non mi piacciono neppure i piagnistei.

… e che c’entra l’incendio? Divampò nei sobborghi, lontano dai quartieri centrali e più turistici, mi liquida implacabile, confermando la sua diagnosi nichilista.

Valparaíso, Cimitero n. 3 di Playa Ancha. Scorcio

Il cimitero numero 3 di Palya Ancha, nel quale è stato edificato il cenotafio di Dubois, sorge in bilico su una scarpata, dall’altro capo rispetto al terminal degli autobus interurbani. L’oceano rutila sullo sfondo, suggestivo. Peccato la striscia d’asfalto alla base dello strapiombo, che favorirà la mobilità dei porteños (portuali, come vengono chiamati gli abitanti di Valparaíso) ma compromette l’armonia del panorama.

Dei micro, abbastanza sgangherati, fanno la spola tra la fermata posta all’uscita del terminal e il piazzale di fronte al gate del cimitero, tagliando la downtown longitudinalmente. Già dalla fugace scansione della città che opero durante il tragitto, mi rendo conto che Ana aveva ragione nel denunciarne il cattivo stato di salute. L’incuria e la sporcizia la marchiano a fuoco, una decadenza ancora più ostentata se la paragono all’inappuntabile livrea che sfoggia Santiago o al gioiellino che avevo visitato nel 2010.

All’esterno del cimitero, alcuni gazebo stanno aprendo i battenti. Noto, accanto agli ornamenti funerari più tradizionali, girandole e una moltitudine variegata di fiori di plastica con uno spuntone ligneo come stelo, conficcati in un pianale di polistirolo. Ci sono alcune marmolería dirimpetto che espongono lapidi semilavorate sul marciapiede, un catalogo 3D delle competenze artistiche dei loro scalpellini.

Valparaíso, Cimitero n. 3 di Playa Ancha. Scorcio

Alle 9.30 una fitta nebbia inghiotte i viali, limitando la visibilità a una decina di metri. Ho l’impressione di camminare tra le pieghe di un film gotico, non mi sorprenderebbe d’imbatteremi in un vampiro o uno zombie. Anche perché non si colgono sagome d’esseri in carne e ossa a cui chiedere indicazioni.

Il settore più istituzionalizzato del cimitero è scandito da file di tombe monumentali, dagli stilemi neoclassici o eclettici. Personaggi illustri, membri di corporazioni. Prevale la faccia austera e più pomposa della morte. Leggo in quella profusione di marmi e statue, oltre alla deferenza, il timore dell’ignoto, la morte da esorcizzare quasi fosse un flagello, nonostante c’inculchino fin dal catechismo la convinzione che sia il viatico per la vita eterna. Inoltrandomi, però, lo scenario muta in modo radicale; dove è sepolta la gente comune, la fantasia si libera dalle pastoie del conformismo e l’atmosfera opprimente cede il passo a un senso di serena accettazione dell’ineluttabile.

Al di là di un antico colombario, su cui registro le impronte in negativo di loculi che sono stati rimossi e lapidi talmente erose da risultare indecifrabili, si estende un giardino fatato con un manto erboso di un verde brillante. Le inumazioni sono perimetrate da girandole e fiori di plastica coloratissimi. La flebile ma costante brezza marina fa ruotare ininterrottamente le girandole. Come se, attraverso il loro vorticare, i parenti in visita riuscissero a stabilire una connessione energetica con il proprio caro defunto. E volessero godere di quella suggestione in un ambiente rilassato.

Valparaíso, Cimitero n. 3 di Playa Ancha. Cenotafio di Émile Dubois

Procedo in contropendenza, orientandomi grazie a google maps che mi fornisce una pur approssimativa geolocalizzazione del cenotafio.

La nebbia si è attenuata in foschia. Alla mia sinistra, un campo dove i vari lotti sono recintati da un telaio in ferro battuto; personalizzate con gigantografie del morto e attributi identitari, queste sepolture così outsider suscitano memorie che servono a rinfocolare il legame d’affetto vivi-morti.

Infine ecco l’anelato cenotafio di Émile Dubois. Me lo aspettavo imponente, si presenta piuttosto come una sorta d’anfratto, circoscritto dal muro di cinta e tappezzato dalle consuete targhe d’agradecimiento. Le fronde di una palma lo abbracciano in una quinta scenografica.

Lo scrittore Jorge Baradit, autore del volume Chile Mágico, definisce Dubois come un serial killer psicopatico e narcisista.

Sul numero esatto dei delitti di cui si è macchiato questo malvivente d’origine francese vige però la più assoluta incertezza. In Cile gli imputano non meno di 4 assassini e un tentato omicidio. Millantatore di professione, con i suoi baffetti a manubrio che lo qualificavano di primo acchito come un gentiluomo, si avvantaggiava del suo indiscutibile carisma per ammaliare le sue vittime; quando abbassavano la guardia, le derubava e, talvolta, ammazzava – accoltellandole o per mezzo di un laque o boleadora, cioè quell’arma da lancio primitiva contraddistinta da due pesanti e letali bocce annodate alle estremità di una corda, tipica degli indigeni della Pampa e dei gauchos.

La pistola fumante che lo incastrò fu un orologio da tasca Waltham d’oro che gli inquirenti trovarono in suo possesso (o, secondo altre versioni, custodito in un banco dei pegni da cui risalirono a lui); lo aveva sottratto a Ernesto Lafontaine, politico e commerciante, figura eminente all’epoca, dopo averlo orrendamente massacrato nel suo ufficio della calle Huérfanos a Santiago.

Il processo si trasformò in un evento mediatico, antesignano dei nostri pollai televisivi; il dibattito, molto acceso, si polarizzò tra innocentisti e giustizialisti.

Fu fucilato il 26 marzo 1907. Quasi contestualmente, vennero date alle stampe due biografie, di dubbia attendibilità, che testimoniano quanto il caso Dubois avesse fascinato l’opinione pubblica. Per la cronaca, gli aneddoti più succosi della sua vita sono spesso estrapolati da questi testi.

Stante le premesse, può sconcertarci che un personaggio con una simile fedina penale, un uomo obiettivamente meschino, sia al giorno d’oggi riverito e non esecrato.

Bisogna prendere in considerazione alcune circostanze assolutorie, che poi è il copione che vediamo riproporsi pari pari in molte agiografie di Santi popolari e animitas, per comprendere la genesi del mito di Dubois.

Parque O’Higgins, Santiago del Chile. Santuario della Marinita

Intanto le sue vittime erano soggetti altolocati. E su questa evidenza s’innesta il leitmotif della lotta di classe, che sposta il focus dai crimini accertati al movente. L’assassino che si accanisce sui ricchi diventa così un cavaliere senza macchia e paura, un vendicatore di tutti quei soprusi che la frangia più umile della popolazione era costretta a subire (anche se è probabile che qualsiasi istanza di giustizia sociale fosse aliena alla mentalità manipolatrice di Dubois, che mirava al bersaglio grosso solo per capitalizzare il rischio che ogni azione criminale comporta).

Man mano che il tempo trascorre, inoltre, il confine tra leggenda e realtà si attenua ed è più facile coltivare il lato romantico della storia a scapito degli aspetti più controversi. In questo senso ecco che l’epopea del paladino dei diritti degli ultimi contro le prevaricazioni dei potenti si salda con un altro topos letterario super inflazionato: il ladro di buon cuore che ruba ai ricchi per donare ai poveri. Che poi la variante cilena della favola di Robin Hood è il racconto attualmente più caldeggiato dai fedeli di Dubois (anche in questo caso si tratta di vox populi, echi del passato privi di riscontro).

Lo step conclusivo del processo di beatificazione è la totale riabilitazione del soggetto, sottoponendo a una revisione arbitraria quei reati, che, pur inquadrati in un contesto più nobile, restano comunque difficili da digerire, soprattutto per la mentalità dei cattolici, che costituiscono lo zoccolo duro dei devoti di Dubois.

Il dubbio inizia a insinuarsi. Un brusio che poi s’amplifica. Ma li avrà commessi davvero gli omicidi che gli sono stati affibbiati oppure è l’agnello sacrificale di una congiura di palazzo? Si sa come vanno queste cose, i poteri occulti avranno insabbiato la verità per liberarsi di un soggetto scomodo… e lui non si è sempre professato innocente, accusando a più riprese il tribunale d’essere corrotto?

Nel 1906 un terremoto determinò il crollo di un’ala del carcere in cui Dubois era detenuto. Pur avendo la possibilità di sgattaiolare via attraverso la breccia, non lo fece. Davanti alla legge, in modo limpido, voleva scagionarsi dalle infamanti accuse che gli erano piovute addosso. Ma se fosse stato colpevole, non si sarebbe dato alla macchia, approfittando dell’aiuto della Provvidenza?

Un altro punto a suo favore è lo stoicismo, tra verità documentata e apologia, che Dubois ostentò davanti al plotone d’esecuzione. Non vacillò neppure un istante. Visto che la prospettiva della morte ci atterrisce, chi affronta la propria ultima ora con dignità e coraggio esercita sul nostro immaginario un ascendente che sconfina nell’ammirazione più sincera. Al netto dei peccati che può aver commesso. Anzi, proprio il sacrificio di sangue agisce da strumento di redenzione.

Possediamo una foto di repertorio, lui seduto serafico, con il suo impeccabile panciotto e i ceppi alle caviglie, mentre assapora un sigaro habana, assolutamente padrone dei propri nervi. Tra i tanti ricami postumi, questo scatto patinato dal tempo è una prova inconfutabile del suo sangue freddo.

Si tramanda pure che rifiutò la benda e che, dopo aver ribadito la propria estraneità agli omicidi che gli venivano addebitati, presentando il petto, urlò spavaldo ai suoi aguzzini di non sbagliare il tiro. Credere alla veridicità di questi florilegi, tuttavia, è soprattutto un atto di fede.

Parque O’Higgins, Santiago del Chile. Santuario della Marinita

L’indomani della mia puntata a Valparaíso, saluto en passant la signora Ana, ipnotizzata a letto dai suoi gracidanti show televisivi, mentre sferruzza con il pilota automatico inserito, e mi reco alla fermata Baquedano dell’efficiente metropolitana di Santiago, che, in pochi minuti, mi catapulta al Parque O’Higgins, dove si consumerà il capitolo finale della mia indagine sulle animitas cilene.

Santiago del Chile. Il mural nel sottopasso che collega il Parque O’Higgins all’omonima fermata della metropolitana

Nel sottopasso che collega la stazione O’Higgins a uno dei tanti accessi al parco, a mezz’altezza, sulla mia sinistra, si sviluppa un mural prodotto con la tecnica del mosaico: un nonno bonario dallo sguardo un po’ trasognante alla guida di un auto-articolato; al finestrino di ogni segmento della carovana sono affacciati uomini, donne e bambini che – s’intuisce dagli abiti dimessi e dalla gestualità sobria – appartengono alle classi più emarginate.

La tentazione immediata che mi balena è d’identificare l’anziano chofer del mezzo con Allende e considerare quel convoglio una metafora del leader politico incorruttibile che conduce con mano ferma il proprio popolo sulla strada del progresso sociale. Poi mi viene il dubbio di voler assecondare i miei desiderata, magari non è Allende, perché il presidente rovesciato dal golpe militare del ’73 non è una presenza così capillare nell’iconografia della capitale. Non come il “logo” del Che a Cuba per intenderci, sebbene tanto il Che che Allende simboleggino a livello planetario la coerenza di chi crede in un’utopia e la persegue fino alle estreme conseguenze, senza annacquarla nei compromessi.

A distanza di un paio di mesi, recuperando lo scatto per includerlo in questo post, il cartiglio “PODER POPULAR”, e la stella rossa, alcuni elementi a tema pacifista come la trama di colombe, dettagli che mi erano sfuggiti allora, direi che avvallano la mia impressione che non si tratti di una composizione puramente decorativa.

Parque O’Higgins, Santiago del Chile. Uno tra i tanti ex-voto donati  alla Marianita. Sullo sfondo si possono osservare le solite targhe d’agradecimiento, alcune delle quali datano agli anni ’50, a testimonianza di come il culto della bambina miracolosa si radicò rapidamente

M’incammino lungo l’anello più esterno del parco O’Higgins, trafitto da un sole particolarmente aggressivo. A differenza di quel che mi ero prospettato, il parco non è un polmone verde. Gravita, come una sorta d’accrescimento, intorno alla Movistar Arena ed è assai cementificato.

Dato l’affollamento di runner e mamme con carrozzelle, non avrei problema a domandare la direzione per il santuario della Marianita, ma google maps mi fornisce un’ubicazione abbastanza accurata. Infatti lo scovo senza troppi giri a vuoto in una radura al centro di una macchia di vegetazione, tra dei campi da pallacanestro e un parco giochi; sul retro sonnecchia un addetto in un’uniforme sgualcita, che evoca tanto lo stereotipo del dipendente comunale indolente. Suppongo che tra i suoi incarichi, tra una pennichella e l’altra, rientri il compito di mantenere in ordine il sito.

Visto frontalmente, il santuario somiglia a un ibrido tra un hangar e il bancone di una macelleria, stante le spalle piastrellate in bianco dei muretti che incorniciano un piccolo altarino dedicato alla Vergine.

Parque O’Higgins, Santiago del Chile. Santuario della Marinita

Una croce con il cammeo fotografico di una bambina in grembiule ne è il fulcro. Applicando la ratio che determina la tipologia di ex- voto da donare all’animita di turno – in sostanza oggetti che la compensino di una perdita o una privazione -, la scelta qui ricade su peluche e ninnoli affinché la piccola possa continuare a divertirsi nella sua infanzia eterna. Un altro esempio di ex-voto funzionale: alla Difunta Correa, morta di stenti nel deserto sanjuanino, si lasciano bottiglie piene d’acqua per alleviare la sua sete nell’aldilà.

Maria Silva Espinoza, la Marianita, sarebbe oggi quasi coetanea della mia host Ana se il suo patrigno, Pedro Castro San Martín, non l’avesse assassinata all’età di tre anni il pomeriggio del 23 maggio 1945.

Al di là dell’orrore che qualsiasi infanticidio suscita, in questo delitto pesa l’aggravante dei futili motivi. L’uomo accusava Maria d’essere la miccia dei furiosi litigi che lo contrapponevano alla sua compagna, la madre biologica della bambina. Nella sua perversione era convinto che, rimossa la causa, i contrasti all’interno della coppia potessero magicamente appianarsi.

Per quanto Maria temesse i raptus di violenza del padre adottivo e ne diffidasse, lui riuscì a carpire la sua fiducia allettandola con delle caramelle e simulando, contrariamente al solito, tenerezza.

Raggiunto il parco Cousiño (l’attuale O’Higgins), la uccise senza alcuna pietà.

Non impiegarono molto tempo i carabinieri del Cile a identificare il colpevole del brutale omicidio e ad arrestarlo. Riguardo al suo destino ballano due ipotesi. Secondo alcune fonti sarebbe stato giustiziato dagli altri carcerati, ottemperando a quel codice d’onore non scritto che vige tra i detenuti e che non tollera chi infierisce sui bambini. La studiosa del folclore cileno Karen Müller, in base a ricerche sul registro civile, asserisce che morì a 48 anni per il decorso di una malattia, la cachessia, cioè la perdita progressiva di peso.

A prescindere: non è fondamentale l’esatta causa del decesso del boia della Marianita. Quel che interessa è che questo episodio efferato di cronaca nera catturò l’attenzione dei santiaguini che iniziarono a portare offerte nei pressi del luogo dell’omicidio e a chiedere in cambio favori.

Le targhe più antiche del santuario risalgono agli anni ’50, a testimonianza che già a distanza di pochi anni dalla morte il culto della Marianita si era radicato.

Parque O’Higgins, Santiago del Chile. Santuario della Marinita

file:///C:/Users/39380/Downloads/admin,+M10+Rojas.pdf

https://es.wikipedia.org/wiki/%C3%89mile_Dubois

https://www.infobae.com/america/america-latina/2025/05/10/la-leyenda-de-emile-dubois-el-primer-asesino-en-serie-chileno/

https://www.meganoticias.cl/nacional/419316-historia-animita-de-marinita-parque-ohiggins-asesinato-marina-silva-pdp-11-7-2023.html

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