In Cile vige la credenza popolare (con radici precristiane) che le animitas, cioè le anime di coloro che sono trapassati in circostanze tragiche, restino agganciate al luogo del “martirio”; in questo stato irrisolto, di cui sono ignare, agiscono da tramite tra il nostro mondo e l’invisibile. Si caricano dei pedidos dei loro fedeli e cumplen, cioè li esaudiscono.
Come in una partita doppia, dare e avere, più l’animita adempie alle richieste dei suoi promesantes, più la sua fama di dispensatrice di miracoli attecchisce nella considerazione popolare.

Nei pochi giorni che soggiornerò in Cile, ho programmato la visita di tre santuari, due situati a Santiago (Romualdito e la Marinita), uno più fuori mano, nel cimitero n. 3 di Valparaíso (Émile Doubois).
La differenza che emerge in modo lampante rispetto al culto che si rende ai santi popolari argentini è la dimensione molto più intima dei santuari cileni, che si traduce in una loro gestione quasi naif, senza particolari sovrastrutture burocratiche, senza che ne derivi alcuna forma d’indotto, a partire dallo sfruttamento del merchandising (pensiamo viceversa alla mole di profitti che macinano i gadget del Gauchito Gil o della Difuntita Correa).
Un’annotazione a margine: non esistono in questa religione di popolo ministri che indichino la retta via al gregge, come possono esserlo i sacerdoti cattolici, o figure di mediazione con l’aldilà come, nel variegato universo di quelle credenze che potremmo definire ancestrali, lo sono gli sciamani quali gli yatiri boliviani, le machi mapuche, i mudang coreani e così via.
Il rapporto tra il fedele e i suoi santi/animitas di riferimento è genuino, confidenziale. C’è un canovaccio di performance rituali, d’input standardizzati a cui il praticante può attingere quando vuole professare il vigore della propria devozione, ad esempio salendo una scalinata in ginocchio, ma la sostanza scaturisce dal cuore.
A Santiago, a fianco della stazione ferroviaria, all’imbocco della calle San Francisco de Borja, sopravvive un brano di muro incorniciato da due pilastri turriti, annerito dalla fiamma delle candele, il santuario di Romualdo, indubbiamente l’animita autoctona più celebre (ma Romualdo è un primus inter pares, non vince cioè la gara dei “like” per distacco; la Difunta Correa, assai venerata anche in Cile, sarebbe un competitor fuori concorso sul fronte della notorietà, se non fosse un culto importato).

Analizzandolo sotto la lente della pianificazione urbanistica, il muraglione/santuario appare una reliquia del tutto decontestualizzata. I tentativi di demolirlo che si sono succeduti nel corso del tempo, volti a riqualificare l’area, si sono infranti contro le vibranti proteste dei cittadini della capitale, spalleggiati, dando ascolto alla vox populi, da risolutivi interventi soprannaturali.
Sarebbe stucchevole sforzarsi di circostanziare attraverso il rigore delle fonti storiche gli echi di questi prodigi; appartengono al folclore della cultura orale e alla propensione insita negli individui più suggestionabili di rintracciare epifanie divine in eventi che si qualificano come rapporti di semplice casualità.
Si tramanda ad esempio che, nel periodo in cui il culto andava affermandosi, un poliziotto a cavallo cercasse di far rimuovere le candele addossate al muro per scongiurare il rischio che innescassero incendi; il cavallo inciampò, il tutore dell’ordine venne disarcionato e si ruppe entrambe le gambe. Solo dopo essersi rimesso alla misericordia di Romualdito, le sue fratture si sanarono (una conversione opportunistica che richiama le origini del culto del Gauchito Gil, a controprova che esiste un patrimonio condiviso di tradizioni e miti, che viene poi declinato a seconda dell’agiografia di turno); in anni più vicini a noi, ma anche qui mancano riscontri puntuali all’aneddotica, durante lavori di remodelación, volendo smantellare il muraglione per ampliare la calle San Borja, si verificarono fenomeni paranormali, dalle scavatrici che s’ingrippavano al funzionamento erratico delle altre macchine edilizie.
La somma di questi fattori – le contestazioni di piazza e il timore di essere colpiti dalla maledizione di Romualdo, novello Tutankhamen – persuasero la municipalità capitolina a desistere da qualsiasi velleità d’abbattere il muraglione.

Oggi il muraglione/santuario troneggia nella sua incoerenza, foderato da una cupa armatura di targhe devozionali. Le più arcaiche sono databili agli anni ’50; dal momento che i primi vagiti del culto di Romualdo, come vedremo, sembrano risalire agli anni ’30, è probabile che le placas originarie si siano deteriorate. Non è difficile, già a un’occhiata superficiale, comporre un’approssimativa cronologia delle targhe. Le più moderne sono dorate e scintillanti, le più antiche cineree e quasi illeggibili.
L’omogeneo carapace di tessere metalliche è infiocchettato – e ingentilito – da trame di girasoli posticci, ghirlande e, di tanto in tanto, ex-voto più personali e spontanei, come sombreros e giocattoli. Tra di essi spicca la sagoma in gesso di un arto, custodita in una grezza teca, che rientra nella categoria degli ex voto anatomici, cioè offerte “analogiche” in cui è modellata la parte del corpo che si suppone essere stata guarita grazie all’intercessione del Santo.
Allineate al muro, numerose casitas blu in mattoni, lamiere o materiali di risulta nelle quali si liquefanno mozzichi di cera; alcune di queste cappelle in miniatura sono sormontate da altari piuttosto raffazzonati, che non assumono una valenza liturgica ma servono esclusivamente da piano di supporto per bottiglie di plastica convertite in vasi floreali, cassette per l’elemosina, ex-voto vari e le consuete targhe di ringraziamento.
In base ad alcune fonti, che non ho però potuto verificare, le casitas fungono, soprattutto durante la stagione fredda, da ricovero notturno per i cani randagi del circondario.

Che cosa sappiamo esattamente della biografia di Romualdo?
Non sorprenderà la risposta interlocutoria. Possiamo contare su una miriade di vulgate, accomunate da qualche costante ma, in generale, molto eterogenee tra loro; scarsi sono i fatti comprovati a cui appigliarsi e, comunque, anche le testimonianze più verosimili non sono esaustive. Il bello di questa fluidità è che ogni fedele sceglie in modo del tutto arbitrario l’adattamento della storia che più gli si confà, infischiandosene se sia il più plausibile.
Non c’è concordanza già a partire dalla grafia del nome di battesimo e dell’apellido. Per quanto sia ormai accettata la variante Romualdo o Romualdito (avendo i sudamericani una predilizione per i diminutivi), diverse placas riportano licenze poetiche come Reynaldo, Ronaldo, Rumualdo, Remialdito; quanto al cognome abbiamo attestati, accanto al più gettonato Ibáñez:, Ibanez, Ivanez, Ivani e altri ancora.

I punti fermi: un individuo di modesta estrazione sociale, assassinato per essere derubato di qualche spicciolo – l’ammontare cambia a seconda delle versioni – e un poncho, forse una manta de Castilla. Si trattò di un delitto brutale ma, con ogni probabilità, d’impeto, preterintenzionale. Si menziona con frequenza il dettaglio che Romulado soffrisse di una qualche patologia cronica. Una certezza è che la calle San Francisco de Borja, teatro dell’omicidio, negli anni ’30 fosse considerata dagli abitanti di Santiago off limits, soprattutto dopo il calare delle tenebre. Questo indizio potrebbe suffragare l’ipotesi di un forestiero che non conoscesse a menadito le zone rosse della città o un individuo che ci si avventurasse, spinto da una qualche indifferibile urgenza.
Fino a qualche anno fa la tesi più accreditata lo identificava con Romualdo Ibáñez, un quarantenne, malato di tubercolosi, vittima di un’aggressione da parte di una gang; in altri racconti ci viene presentato come un hueso, un contadino, venuto in città per sottoporsi a un ciclo di terapie o come un teenager che soffriva di ritardi mentali e che badava al padre disabile. Proprio mentre camminava verso casa per preparare la cena al suo vecchio, fu intercettato da dei vagabondi che lo pestarono a sangue per poi finirlo a coltellate. Alcune tradizioni scompaginano completamente le carte e accennano a un bambino, violato e ucciso da degli ubriachi.
Non manca il filone “romantico”, che lo trasforma in un delinquente dall’animo caritatevole, alla Robin Hood, ammazzato in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Mistificazione che ci ribadisce come l’esistenza terrena delle animitas e dei santi popolari non debba essere improntata alla virtù; vite torbide non sono in antitesi con il processo postumo di beatificazione ed esercitano, anzi, un ambiguo ascendente sull’immaginario dei fedeli.

Nel 2012 un team di studenti della Scuola forense cilena ha cercato di fare luce sulla vicenda, indagando negli archivi. Ed ecco (forse) svelato l’arcano: un certificato di morte reca il nome di un tale Romualdo Ivani Zambelli, 42 anni, meccanico, oriundo italiano, residente nei paraggi della calle Borja. Il crimine ebbe luogo la sera dell’8 agosto 1933, alle 20.30. L’uomo venne pugnalato al cuore e derubato.
Naturalmente quella che sembrerebbe la verità inappellabile, perché documentata scientificamente, è la storia meno introitata dai fedeli, che, imperterriti, restano ancorati alle verità che si perpetuano da generazioni all’interno del loro nucleo familiare.

Voglio infine registrare una coincidenza, che, se avessi maturato un’affinità elettiva con gli altri protagonisti dell’episodio – e se credessi con minor cinismo nel soprannaturale – sono sicuro attribuirei a una trama orchestrata da Romualdito.
Il giorno prima, a bordo dell’autobus che collega Mendoza a Santiago, svalicando il Paso Los Libertadores, avevo socializzato con una coppia etero italo-colombiana. Sono un buon ascoltatore e ho compreso che le persone, se le pungoli con garbo, si confidano. Io, al contrario, non amo parlare di me stesso perché, essendo un argomento su cui sono ferrato, mi pare poco proficuo indugiarci sopra.
Dopo i convenevoli di routine mi ero dunque messo in modalità ascolto attivo, lasciando che dessero libero sfogo ai loro flussi di coscienza. A differenza del 90% dei viaggiatori egoriferiti che interpretano ogni conversazione come un pretesto per incensarsi, il racconto dei ragazzi volava alto, proiettato su una visione di futuro; desideravano aprire un ristorante di cucina italo-colombiana in Francia, dove risiedevano. La veracità del loro sogno a occhi aperti era per me un toccasana in tempi così aridi.
Fors’anche a causa del gap generazionale non si era però cementata una particolare sintonia tra noi, intendo quel feeling a pelle che t’induce a scambiarti il numero di cellulare per andarti a bere un drink e approfondire la conoscenza. Ci eravamo congedati frettolosamente nel caotico terminal di Santiago, ognuno per la propria strada.
Mi sarei di certo dimenticato di quella fortuita conoscenza se non fosse accaduto, all’indomani, in una metropoli sterminata di 6,5 milioni di abitanti, alle dieci del mattino spaccate (cinque minuti prima o dopo nulla sarebbe successo), mentre contemplavo il muraglione di Romualdo, d’imbattermi di nuovo nella coppia che, altrettanto assorta, convergeva verso di me dall’estremità opposta della calle Borja.
La collisione tra soggetti con la testa tra le nuvole era stata inevitabile.
Ci eravamo squadrati, attoniti. Paradossale beccarci proprio lì, in un quartiere decentrato, agli antipodi degli itinerari turistici abituali, calamitati dal santuario di un’animita ignota a chiunque non sia un locale o un antropologo.
Ora sono matematicamente sicuro che Romualdo si dedichi alla soluzione di problematiche più stringenti, quindi che sia stato lui a propiziare questo rendez-vous un po’ fine a se stesso resta una battuta da cui non potevamo esimerci; escludendo la regia dell’animita, tuttavia, il calcolo delle probabilità che un simile evento possa verificarsi in modo del tutto casuale rasenta l’assurdo.
Li scortava la zia di lei, un panzer scontroso, assai calata nel ruolo di guida sapiente.
La spiegazione più razionale della loro presenza che mi sono dato posteriormente è che volesse fargli scoprire la città da una prospettiva meno scontata. Ignoro se avesse inserito nel tour la tappa al santuario in quanto lei stessa fedele di Romualdito o come una chicca a sé stante, si era schermita nel merito, forse temendo che, se avesse fatto un endorsement, uno straniero avrebbe potuto giudicarla superstiziosa.
Ci aveva però tenuto a informarmi sulla storia di Romualdo.
E la versione piuttosto laconica che mi aveva propinato era la favoletta del delinquente redento che rubava ai ricchi per dare ai poveri.
Poi, com’eravamo predestinati fin dal nostro arrivo a Santiago, se non si fosse intromesso Romualdito a complicare le cose, metabolizzata la sorpresa, ci siamo definitivamente persi di vista.

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