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Imam Bayildi/ Melanzane al forno con pomodorini e feta

by Simone Arnaboldi
29 Agosto 2020
Home Turchia/Grecia/Cipro

Nel planisfero la sagoma di ciascuna nazione si staglia netta, i confini che la incorniciano imbalsamati, senza sbavature o tentennamenti, le tonalità omogenee e rassicuranti.

Le mappe ufficiali tendono a rimuovere i buchi neri, le discrepanze.

Come divertissement, si potrebbe abbozzare una cartografia meno stereotipata del mondo, che sfumi le linee di demarcazione tra i paesi quando coincidono con frontiere porose o convenzionali, che rendiconti le lacerazioni intestine, le frizioni etniche, che rilevi senza ipocrisie i contorni di entità che si sono autodeterminate ma la cui indipendenza la comunità internazionale si rifiuta di sancire.

Ne scaturirebbe una rilettura paradossale delle coordinate geografiche che ci sono familiari fin dall’infanzia ma, in qualche misura, più ancorata alla realtà, uno “stato dell’arte” capace di sviscerare le inquietudini, facendo emergere quanto fittizio risulti il quadro geopolitico che si è ossificato dalla decolonizzazione in poi.

Se osservassimo le tessere del mosaico “Europa” in modo meno conformista e distratto, ci accorgeremmo che, raschiata via una patina superficiale sufficientemente coesa, vi si annidano tante fragilità.

 

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1. Tiraspol, Transnistria. Statua di Lenin

2. Bishkek, Kirghizistan. Statua di Lenin

3. Ulaan Bator, Mongolia. Murales di Lenin

Ad esempio, in una qualsiasi carta politica del vecchio continente, la Transnistria appare come un’appendice della Repubblica Moldava; de facto, invece, è una repubblica secessionista, tutelata dalla longa manus di Mosca, sulla quale l’autorità esercitata dal governo moldavo è puramente teorica.

Per raggiungere Tiraspol, l’autoproclamata capitale di questa nazione fantasma – che nel 2014 ha avanzato formale richiesta d’annessione alla Russia – si è costretti a valicare, fisicamente, una frontiera terrestre che non dovrebbe esistere, sbrigare tramiti doganali a cui non si dovrebbe essere tenuti, mostrare il passaporto a torvi funzionari che non avrebbero alcuna legittimazione a esigerlo non essendo arruolati nei ranghi della polizia di frontiera moldava.

Visitando l’austero centro di Tiraspol, ti senti proiettato in un reliquario di feticci sovietici, una cartolina amarcord con i filobus sgangherati, le tozze Moskvič, le plumbee architetture del potere in stampo socialismo reale, la solenne statua di Lenin – con il braccio teso o lo sguardo profetico, secondo i più classici stilemi – a indicare alle masse proletarie la rotta che le condurrà a un radioso futuro.

Queste vestigia, simulacro di una gloria irrimediabilmente perduta, insistono su un diffuso substrato di degrado e povertà, una condizione che scandisce in tutte le periferie dell’ex Urss, come una sorta di know-how, la transizione dal comunismo all’economia del capitale: le umili babushka (“nonnine”) che si arrabattano, vendendo mazzi di fiori nei sottopassi o ramazzando i pavimenti dei grandi magazzini; slavate matrone, in abiti mal conciati, che fanno la spesa tra i banchi del mercato sui quali vi è penuria di generi alimentari; volti affilati e spenti, prostrati dalle avversità.

Maggio 2018. Ammazzo la noia dell’attesa, sorseggiando un caffè espresso a Taşucu, anonima cittadina portuale della costa meridionale anatolica. A proposito di confini artificiosi, a sud, divisa da un placido braccio di mare, si estende una delle zone d’ombra più controverse dell’Unione Europea, l’isola di Cipro. La mia meta. Alle 22.00 è programmato l’imbarco (sono due le compagnie che garantiscono i collegamenti tra Taşucu e Girne, il principale porto della Repubblica di Cipro Nord). Il traghetto della Akgunler Denizcilik dovrebbe salpare alle 23.00; si staccherà dal molo alle 3.00 inoltrate del mattino per approdare a Girne alle 8.00.

Taşucu, Turchia. Porticciolo turistico

Il culmine della stagione balneare che rianima Taşucu dal suo torpore comatoso è da venire. Saltuari bagnanti si crogiolano sulla battigia, massaggiati dalla risacca, le donne sguazzano, inguainate nel burkini. Le golette che effettuano le crociere turistiche nella baia, con le poppe foggiate da mitiche creature marine che s’ispirano all’universo dei Pirati dei Caraibi, stazionano alla fonda, inoperose.

Nel 1974, con un blitz chirurgico (operazione Attila), l’esercito turco invase Cipro, attestandosi in prossimità di quel fronte che diverrà successivamente noto come “linea verde”; il toponimo “linea verde”, secondo la vulgata, trae origine dalla linea di suddivisione che nel 1964 il generale Peter Young, a capo delle forze inglesi di stanza nell’isola, schizzò su una planimetria di Nicosia con un lapis verde per circoscrivere i quartieri settentrionali a maggioranza turca da quelli greci.

Taşucu, Turchia. Bagnanti che rispettano il dress code islamico

Già durante la breve vita della Repubblica di Cipro unita e indipendente (1960-1974, sotto il governo dell’arcivescovo Makarios III e la vicepresidenza del turco Dr. Fazıl Küçük) le tensioni tra le due comunità erano tangibili, fomentate ad arte dalle fazioni irredentiste, che spingevano l’acceleratore: i gruppi paramilitari greco-ciprioti verso l’enosis, cioè l’unificazione con la madrepatria, le formazioni turco-cipriote per il taksim, cioè la partizione dell’isola in due tronconi. Certo il generale Young non poteva supporre che il prodotto del suo gesto intriso di spiccia burocrazia si sarebbe trasformato nell’icona di una delle più cupe pagine della storia recente europea.

L’occupazione repentina di un terzo dell’isola fu uno sconvolgimento che provocò un traumatico esodo di massa: 150.000 greci fuggirono dai territori occupati verso il sud, 60.000 turchi dal sud ai territori occupati.

Venne istituita la “buffer zone” (o “Linea Verde”) sotto l’egida delle Nazioni Unite, cioè una zona cuscinetto demilitarizzata lunga circa 180 km, presidiata da un contingente di caschi blu, con lo scopo, incuneandosi tra i territori contesi, di scongiurare un’ulteriore escalation bellica. Un’iniziativa, dunque, concepita come provvisoria dai suoi promotori, di raffreddamento, strumentale alla ricerca di uno sbocco  diplomatico alla crisi.

Silifke, Turchia. La devozione per Atatürk è sempre viva, nonostante la sua linea laica e modernista sia messa in discussione dal radicalismo religioso di Erdogan

A distanza di mezzo secolo dalla sua creazione la “Green Line” è saldamente incardinata alle proprie fondamenta e la riconciliazione tra il nord e il sud dell’isola rimane una chimera, nonostante frangenti in cui sembrava matura, nonostante un piano di pace promosso dall’ex segretario dell’Onu Kofi Annan, respinto con un referendum dai greco-ciprioti come troppo accondiscendente (approvato viceversa dal 67% dei turco ciprioti).

Se ci sono voluti 3 decenni di screzi per sottoscrivere una sofferta intesa tra Grecia e Fyrom sull’agibilità del nome Macedonia (con lo sdoganamento di “Macedonia del Nord” per designare la Repubblica sorta dalla disgregazione yugoslava), tutto sommato una questione effimera, per molti versi grottesca, è però un precedente che ci aiuta a contestualizzare la caparbietà quasi genetica con cui le delegazioni turco-cipriota e, soprattutto, greco-cipriota siedono ai tavoli negoziali, restie a qualsiasi concessione, al pur minimo compromesso, a discapito del tempo trascorso dagli avvenimenti che dovrebbe contribuire a smussare gli spigoli più aspri della loro intransigenza. Le offusca il sentimento nazionalista, un orgoglio cieco che, se non temperato dal senso della realtà, ci radicalizza nelle nostre pretese.

Il pomo della discordia che ha vanificato finora qualsiasi tentativo di mediazione è rappresentato, in primis, dall’esproprio dei beni dei profughi greci che vennero incamerati sia dai rifugiati turco-ciprioti, scacciati dalle zone meridionali “grecizzate” a forza, sia dai cosiddetti coloni, l’ondata migratoria, cioè, orchestrata da Ankara, che, dopo l’occupazione, si riversò sull’isola dalla terraferma, vagheggiando una vita migliore.

Per focalizzare la dimensione di questa annosa controversia, ci sono due osservatori privilegiati. Il primo di questi luoghi della memoria e della denuncia è proprio la Linea Verde, nella sua porzione più evocativa, il tratto che sfregia l’incantevole centro storico della capitale Nicosia.

La Linea Verde si configura qui come un sinuoso diaframma, delimitato da una barriera che affaccia sui mahalla (quartieri) turchi e da una corrispondente barriera che incombe sul versante greco; nel mezzo, un ampio spicchio di terra di nessuno. Solo da aprile 2003 si aprono lungo il tracciato della Green Line dei varchi per facilitare i flussi tra i due settori dell’isola. Nel perimetro urbano di Nicosia ci sono: Ledra Street (pedonale, il gate più trafficato dalle comitive di turisti che, senza dover sottostare a particolari formalismi, desiderano visitare l’altra metà della città) e Ledra Palace.

 

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Sarebbe fuorviante immaginarsi la Linea Verde che fende la capitale nella Λευκωσία greca e Lefkoşa turca come un’alzata coerentemente strutturata: in parte è sì un muraglione di solido calcestruzzo ma in parte è costituita dai prospetti degli edifici civili che vennero fagocitati nella buffer zone, ora diroccati, in parte si compone di barricate precarie, rattoppi imbastiti con barili, copertoni, bobine di filo spinato, suturati dalla sterpaglia.

È istruttivo esplorare il corso della Linea Verde, approcciandola da entrambi i lati, con gli affreschi degli artisti di strada che stimolano il pensiero critico. Suggerisco di percorrere la via Salahi Şevket in direzione sud, attraversando il quartiere ottomano di Arab Ahmet, le cui caratteristiche abitazioni sono state oggetto di un impeccabile intervento di restauro nell’ambito del “master plan” che dal 1979 vede la cooperazione tra la municipalità greca e quella turca. Il muro della Green Line trancia la continuità della Salahi, perentorio come una mutilazione.

Lefkoşa, Salahi Şevket

A lasciare esterrefatti è la netta contrapposizione tra le facciate e i bovindo (cumbas) degli edifici restituiti al loro antico fulgore che fiancheggiano la Salahi e il dissesto dei caseggiati incorporati nello spazio senza tutele della buffer zone; un’inarrestabile putrefazione che corrode da dentro il patrimonio storico-artistico della capitale, una barbarie a cui ci si è ormai rassegnati, fino a non badarci più. Sfrondato di ogni sovrastruttura simbolica, di ogni peso specifico, permane lo scheletro di un manufatto, un cul de sac in fondo a una via, un bubbone di volgare lamiera incastonato nel paesaggio cittadino che suscita qualche borbottio, qualche mal di pancia, ma come un giardino trasandato.

Una seconda e più straziante testimonianza del trionfo dell’assurdo è il destino che ha riguardato l’intero nucleo urbano di Varosha. Negli anni sessanta città satellite di Famagosta, i suoi residenti appartenevano al ceppo greco-cipriota. Divenne un punto di ritrovo del jet set internazionale con le sue soffici spiagge e i suoi resort di lusso che orlavano la corniche. Nelle patinate foto d’epoca, tra turiste in costume a vita alta che si abbronzano coricate sulla sabbia dorata di Glossa Beach, nessun indizio lascia presagire l’approssimarsi dell’imminente tragedia, come se la mondanità fosse uno scudo invulnerabile.

Varosha, Cipro Nord

Quando i turchi diedero il la all’offensiva, temendo rappresaglie, la popolazione, circa 40.000 individui, evacuò precipitosamente il centro abitato, trascinandosi dietro giusto l’indispensabile.

Quella gente covava la ragionevole speranza di tornare nelle proprie case a stretto giro, non appena le acque si fossero quietate.

L’accesso alla città venne, viceversa, blindato dalle truppe turche e il rientro di coloro che ci vivevano subordinato alla stipula di un accordo complessivo che definisse le tante pendenze che l’invasione aveva causato. La risoluzione n. 550 del 1984 delle Nazioni Unite, al comma 5, “considers any attemps to settle any part of Varosha by people other than its inhabitants as inadmissible and call for the transfer of that area to the administration of the United Nation“.

Varosha, Cipro Nord

L’ennesimo monito dell’Onu, che, come un mantra, ribadiva il contenuto di precedenti diktat, tutti puntualmente ignorati, concorse a congelare Varosha in un limbo di desolazione: off limits per i greci, off limits per i turchi. Nell’oblio, le costruzioni lentamente collassarono e una rigogliosa vegetazione colonizzò il tessuto urbano. Uno scenario da apocalisse, che qualche sparuto cespo selvatico ravviva.

Costeggiando esternamente la cinta muraria di Famagosta, tenendo il porto sulla sinistra, mi addentro in una zona sempre più militarizzata e spoglia, gravata da una cappa deprimente di silenzio, da vuoti che angosciano. La cortina che taglia fuori Varosha dal resto del mondo non è alta né uniforme ed è facile sbirciare tra le sue maglie. Anche scattare fotografie è un dovere, nonostante i minacciosi divieti affissi ovunque. Con discrezione, ma non si può non documentare la vergogna di una città lasciata morire.

Varosha, Cipro Nord. A sinistra la sagoma diroccata dei resort, a destra si intravede l’Arkin Palm Beach Hotel, un 5 stelle

Un sottile lembo di spiaggia, costellato di ombrelloni e sovrastato da spettrali rovine, è la deadline, fin dove è lecito spingersi. Sorprendentemente, nel mezzo del più sconcertante abbandono, la municipalità di Famagosta ha sviluppato un’oasi turistica. Vi sorgono ristoranti e un pretenzioso albergo cinque stelle (l’ex Costantia hotel) con annesso casinò. Occorre un certo pelo sullo stomaco per soggiornare qui, il panorama circostante non è distensivo, a meno che non si guardi all’infilata di decrepiti moncherini in cemento che abbraccia la spiaggia, estrema propaggine di Varosha, con il distacco con cui si contemplerebbero le macerie di un’insula romana.

Di sicuro la contiguità tra la ghost town e l’arenile (separati semplicemente da una rete di recinzione sghemba) non scalfisce l’aplomb dei giovani rampolli che bazzicano lo stabilimento balneare. Spaparanzati sui loro lettini, tra un cocktail e una sbracciata, perché non scattarsi un selfie con aria tronfia e, sullo sfondo, la sagoma di un bel grattacielo sventrato?

Come impattano gli attriti tra il nord e il sud dell’isola sulla mobilità dei viaggiatori?

Il governo “ufficiale” di Cipro ha emanato disposizioni cogenti in merito. Astruse e spesso misconosciute, queste norme vengono applicate raramente, e mai, a oggi, nei confronti dei cittadini dell’Unione Europea (come mi ha confermato l’Ambasciata d’Italia a Nicosia, anche se al termine del blog copio e incollo un alert del Ministero degli esteri inglese che paventa un possibile inasprimento dei controlli). Comunque, si può sempre finire nelle grinfie di un qualche funzionario solerte o frustrato che s’impunta.

Nella complicazione più spiacevole rischiano d’inciampare i visitatori che raggiungono Cipro servendosi dei porti o dell’aeroporto della Repubblica di Cipro Nord (di seguito indicata con l’acronimo TRNC) e non dei canali d’ingresso accreditati, che sono esclusivamente gli aeroporti di Paphos e Larnaka, ubicati entrambi nella fascia meridionale dell’isola.

Lefkoşa, Cipro Nord, Selimiye Camii. I motivi ornamentali dei tappeti, con i ghirigori paralleli alla qibla, aiutano i fedeli ad allinearsi per la preghiera nella direzione della Mecca. Come la maggior parte delle moschee storiche di Cipro, si tratta di chiese cristiane riconvertite dopo la conquista ottomana dell’isola

La Cipro greca rivendica l’egemonia su tutto il territorio insulare, spalleggiata dall’Onu e dalla comunità internazionale.

Se agli occhi del mondo la TRNC non è dunque uno stato sovrano, i suoi porti e l’aeroporto di Ercan (ex Tymbou) operano abusivamente. Chiunque li utilizzi come chiave d’accesso all’isola, è equiparabile, per i greco-ciprioti, a un clandestino.

In pratica, se si scoprisse ai check point della Linea Verde la mia entrata su territorio cipriota dal porto di Girne (e per appurare il dolo basterebbe una veloce scorsa alle pagine del passaporto che è stato vidimato dalle guardie di frontiera della TRNC), verrei considerato dalle autorità greche alla stregua di un immigrato irregolare e, a totale discrezione, potrei incorrere in una sanzione, essere fermato ed espulso o respinto. In via astratta si potrebbe verificare l’insensata circostanza di un cittadino dell’Unione Europea, con i documenti in ordine, che viene allontanato dal territorio di un paese membro dell’Unione per un reato posticcio.

La più stravagante delle iniziative volte a strangolare l’economia della TRNC è, tuttavia, affidata a un memorandum del 2011, a tutela dei beni degli esuli greci.

Famagosta, Cipro Nord. Fette di Halloumi (Hellim in turco) fritte. L’Halloumi è un formaggio tipicamente cipriota

Dal momento che dopo il 1974 i turchi confiscarono innumerevoli alberghi di proprietà di cittadini greci, subentrando nella loro gestione, il governo di Cipro ha stilato un puntiglioso catalogo di questi hotel che ne registra, su una colonna, la denominazione precedente all’occupazione e, a lato, l’attuale ragione sociale (in verità non aggiornatissima). Vige un’inibizione assoluta ad alloggiare in questi edifici, estesa anche ai turisti stranieri, che non devono avallare in alcun modo condotte criminali, sebbene risalgano a un passato remoto. Il problema è che nell’elenco è inclusa la stragrande maggioranza degli alloggi di Cipro Nord (la cui capacità ricettiva è piuttosto carente), per cui, statisticamente, è scontato contravvenire il divieto.  Ho faticato a trovare un albergo di Girne che non fosse inserito nella black list.

Che penalità rischi in concreto lo straniero, reo – a sua insaputa, con ogni probabilità – di aver alloggiato in uno degli hotel proibiti, non è chiaro. Né è chiaro come le autorità greco-cipriote possano accertare l’infrazione a meno che uno, ingenuamente, non la confessi ripiegando a sud della Linea Verde.

Proprio la sua evanescenza rende la misura più uno spauracchio volto a intimidire la controparte che una reale minaccia per il turista, l’ennesimo strumento di pressione in una guerra non dichiarata che è guerra di trincea e anche psicologica.

Se le tossine di una storia conflittuale disseminano il cammino della rappacificazione, è sul piano culinario che si è realizzata una perfetta sintesi tra cultura greca e turca.

Lefkoşa, Cipro Nord. Vendita di Kolokas (Taro), ortaggio molto impiegato nella cucina locale

Voglio illustrare la ricetta delle melanzane “Imam Bayildi”, sia nella sua accezione classica (ricetta A), sia come la arrangio io (ricetta B), con una farcitura meno monocorde (tra le altre licenze che mi concedo, contamino il ripieno vegetale delle Bayildi con la feta come nelle Μελιτζάνες στο φούρνο).

Il segreto di questa preparazione risiede nella doppia cottura a cui sono sottoposte le melanzane: fritte (non in immersione), quindi infornate, un’accortezza che ne esalta la sapidità (è la stessa procedura della parmigiana nostrana).

La prima menzione di un piatto dal nome così inconsueto la lessi nei gialli di Petros Markarīs che indugiano nella narrazione tanto dei torbidi bassifondi ateniesi quanto delle leccornie tipiche della gastronomia ellenica.

La traduzione dal turco di “Imam Bayildi” è “Imam Svenuto”. Non ci è dato sapere se il deliquio del religioso sia stato provocato da una sorta d’orgasmo per la squisitezza delle melanzane, da un peccato di gola che lo indusse ad abbuffarsi più del lecito o dal costo, all’epoca degli ottomani esorbitante, dell’olio d’oliva che in questa pietanza non viene certo centellinato.

Potrei intitolare il diario delle tappe nella Turchia dell’est  e a Cipro del mio itinerario mediorientale “À la recherque dell’Imam Bayildi”. Che è come cercare un ago in un pagliaio ma un pagliaio vasto qualche migliaio di km². Sorprendentemente, infatti, le melanzane “Imam Bayildi”, pur essendo un must, latitano nelle proposte dei ristoranti turchi. Non si esce a cena per mangiarle. Le “Imam Bayildi” sono la prima donna dei convivi casalinghi.

Belediye Pazari, mercato comunale di Nicosia, Cipro Nord. La struttura risale agli anni 30

Grazie a un fermo immagine esplicativo sul monitor del tablet (uno stratagemma per aggirare le barriere linguistiche: l’inglese, almeno nella Turchia continentale, è tabù), vado a caccia di  un ristorante che me le ammannisca.

A Doğubeyazıt (pronuncia Dogubezi), Erzurum, Taşucu, Girne, Famagosta, Nicosia, ovunque la stessa solfa: i ristoratori si schermiscono, allargando le braccia in un gesto pregno di fatalismo, a metà tra il rammarico per non essere in grado di soddisfare le voglie di un cliente e lo sbigottimento davanti a una richiesta eccentrica.

Lefkoşa (Nicosia turca)

Non appena oltrepasso la Linea Verde, l’atmosfera d’antan della Cipro turca si dissolve, il suo rilassato stile di vita viene soppiantato dai ritmi ipercinetici propri di una società competitiva.

Percorri un corridoio di cento metri scarsi da un check point al suo dirimpettaio ma è come se viaggiassi con una macchina del tempo per materializzarti nella modernità; una modernità omologata e ammaliante dove i più rinomati brand della globalizzazione dettano legge.

Limassol, Cipro. Pseudo melanzane “Imam Bayildi”

A Limassol mi gioco la carta Tripadvisor.

Diversi utenti segnalano una taverna del centro storico, gratificandola con recensioni promettenti. La rintraccio: un locale privo di fronzoli ma accogliente, con tovaglie di carta ruvida tinta vinaccia e i tavolini all’esterno disposti su una piazzola d’angolo, assediati dal frastornante circolare di macchine e pedoni. Dallo stringato menù esposto in bacheca verifico che sono specializzati in Moussakà alla cipriota e melanzane “Imam Bayildi”. Una porzione 10 €, una cifra congrua, tenuto conto che la Cipro greca è esosa come un qualsiasi paese del mondo industrializzato.

Purtroppo le mie aspettative vengono largamente deluse. Mi schiaffano davanti un blob viscoso, maldestramente accomodato su un letto di riso, dal gusto di una ratatouille scipita. Di doppie cotture delle melanzane neppure l’ombra. Anzi, neppure di una tra le due che almeno un minimo sindacale di sprint lo avrebbe conferito a questa purea anonima. Ingaggio una disputa con lo chef, domandandogli lumi sul senso di una simile mistificazione. Serafico, con una cortesia affettata, mi ribatte che loro cucinano le Imam Bayildi così, facendole sudare in padella. Senza amore. In verità, girando per le isole dell’Egeo, scoprirò in seguito che le Imam vengono proprio interpretate così in Grecia, come una sorta di purea di melanzane.

Le dosi che seguono sono sufficienti per 3 – 4 commensali o più, se le Imam Bayildi vengono consumate come “meze”, cioè stuzzichini, a inizio pasto.

Ingredienti ricetta A (autentico Imam Bayildi): 3 melanzane, 2 cipolle medie, 2 o più denti d’aglio, 2 pomodori medi, prezzemolo a gusto, 1 limone (o un lime) da spremere, 1 bicchiere d’acqua, olio d’oliva q.b., sale e pepe q.b.

Ingredienti ricetta B (mia modifica): 3 melanzane, 1 scalogno, 5-6 pomodorini tipo Piccadilly, 2 denti d’aglio, pangrattato q.b., 1/2 lime (o 1/2 limone piccolo), una manciata di pinoli, origano, 50 gr. di feta, gomashio (che è una derrata giapponese, sesamo nero o bianco tostato e sale marino, miscelati tra loro in proporzioni che variano in base alla formula brevettata dalla casa produttrice; se non ne troviamo in commercio, possiamo ovviare, cospargendo le melanzane con semi di sesamo – dopo averli tostati – e aggiustando di sale). Pepe e olio d’oliva q.b.

Le melanzane, se troppo grosse, vanno tagliate longitudinalmente e quindi a metà, in modo da ottenere delle mono porzioni

Fasi preliminari

Iniziamo a lavorare la materia prima.

Se impieghiamo le melanzane comuni nere, globulari o ovoidali, in genere di taglia corpulenta, cerchiamo di selezionarle il più possibile allungate e snelle.

Le tagliamo in senso longitudinale, poi dimezziamo ogni fetta, in modo da ricavare 6 pezzi mono porzione, lasciando il peduncolo a fini decorativi (vedi foto a lato).

Se riusciamo a reperire varietà dalla forma più affusolata (ad esempio la lunga nera Nilo o la striata zebrina), non occorre procedere ad alcun taglio preparatorio, possiamo adoperare il frutto intero, che spelleremo, alternando una banda verticale priva di buccia a una con buccia.

Lasciamo che spurghino 30-40 minuti in uno scolapasta, frammiste a sale grosso (possiamo eventualmente pressarle per facilitare il rilascio dell’acqua di vegetazione e con essa l’espulsione degli alcaloidi responsabili della peculiare amarezza); se ci serviamo di melanzane intere, le immergiamo per analogo tempo in una bacinella d’acqua fredda con sale grosso.

Le sciacquiamo e asciughiamo con estrema cura (l’acqua interferisce con la temperatura dell’olio di frittura, abbassandola e facendo zampillare pericolosamente il grasso).

Le melanzane, secondo la mia variante, sono pronte

Versiamo in una padella antiaderente uno strato d’olio d’oliva (il livello dell’olio deve approssimarsi a 1/3 dello spessore della melanzana). A fiamma vivace e regolandoci con un termometro da cucina, portiamo l’olio in temperatura (la temperatura ideale di frittura varia tra i 160° – 180 °); se non possediamo un termometro, attendiamo finché l’olio non inizia a sfrigolare.

Friggiamo le melanzane nell’olio bollente, indicativamente 3 minuti per lato. La facies spugnosa della polpa dovrà imbrunirsi senza abbrustolire, la calotta dovrà intenerirsi.

Pirohu (ravioli ciprioti)

Rimuoviamo le melanzane dall’olio, non appena ci sembrano fritte in modo omogeneo, tamponandole con carta assorbente. Le incidiamo lungo l’asse mediano. A differenza delle nostre verdure ripiene, la polpa non viene scavata e asportata, sagomando una specie di barchetta; cercheremo semplicemente di dilatare l’incavo del taglio per farcirlo più agevolmente.

Da questo step le due ricette divergono in base agli ingredienti del ripieno e al modo in cui li trattiamo (cotti prima di essere infornati nella ricetta tradizionale, infornati a crudo nella mia variante).

Ricetta A) Nell’olio che residua dalla frittura delle melanzane vanno fatte appassire le cipolle (tagliate a spicchi sottili), quindi insaporiti l’aglio e i pomodori. Il consiglio è quello di rinnovare l’olio e di moderarsi nella quantità.

Aggiungiamo un trito  di prezzemolo a gusto, sale e pepe.

Belediye Pazari, mercato comunale di Nicosia, Cipro Nord. Un murales di Mattia Campo Dall’Orto che raffigura un venditore non vedente, costretto a fidarsi dell’onestà dei suoi concittadini

Colmiamo l’incavo delle melanzane con il condimento e ne rivestiamo anche la superficie. Le Imam Bayildi sono un piatto opulento, che sazia la vista.

Le sistemiamo in una teglia, irrorandole con la spremuta di limone. Se è avanzato del ripieno, lo frulliamo. Dopo averlo allungato con il bicchiere d’acqua, bagnamo le nostre melanzane.

Preriscaldiamo il forno a 180° e inforniamo per una ventina di minuti.

Dopo che si sono raffreddate, le facciamo riposare in frigo per una notte. Si mangiano a temperatura ambiente, disponendole su un piatto da portata.

Ricetta B) In una ciotola amalgamiamo, rimestando con le mani, i pomodorini, privati dei semi, 50 gr. di feta sminuzzata, lo scalogno e i due spicchi d’aglio tritati finemente, un pugno d’origano secco (e/o menta), un pizzico di sale. Condiamo con olio.

Collochiamo le melanzane su una placca da forno unta, le tagliamo lungo la mediana e rabbocchiamo l’incavo del taglio con il ripieno. Stilliamo il limone sulla superficie, che poi guarniremo con i pinoli (interi o spezzati), il pangrattato e il gomashio. Inforniamo a 180° per circa venti minuti.

Le impiattiamo non appena intiepidiscono (se le servissimo troppo calde, non riusciremmo a percepirne il sapore).

Approfondimenti

Il sito del Ministero degli affari esteri inglese, nella sezione dedicata ai consigli di viaggio, riporta alla data del 11.07.2018:

“British and other foreign nationals who have entered Cyprus through the north (such as via Ercan airport) are considered by the Government of the Republic of Cyprus to have entered Cyprus through an illegal port of entry. The Government of the Republic of Cyprus reserves the right to fine you for illegal entry if you cross into the south, or decline you entry into or exit from the Republic”

L’Ambasciata della Repubblica di Cipro in Roma pubblica un opuscolo informativo sulla questione cipriota, interessante soprattutto dal punto di vista della virulenza semantica:

http://www.mfa.gov.cy/mfa/embassies/embassy_rome.nsf/DMLcyproblem_ol/DMLcyproblem_ol?OpenDocument

Invece sullo status dei porti e dell’aeroporto Ercan della TRNC si può consultare:

http://www.cyprusvisa.eu/cyprus-admission-restrictions.html

Da un punto di vista prettamente turistico, se si vuole assistere alla performance dei Dervisci in Lefkoşa:

http://www.danceofcyprus.com/index.php/en/

Le esibizioni sono di qualità variabile, i ballerini più o meno immedesimati nel ruolo, si tratta comunque di uno show mordi e fuggi, senza contenuti spirituali.

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