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Kuku Sabzi

by Simone Arnaboldi
29 Agosto 2020
Home Iran

Dal parco pubblico di El Goli, periferia meridionale di Tabriz, ho potuto tastare il polso dei cambiamenti sociali e politici che sono intervenuti in Iran negli ultimi tre lustri (qui la scorciatoia per andare direttamente alla ricetta del Kuku Sabzi)

El Goli è una delle rare valvole di sfogo che si offre ai cittadini del capoluogo della regione iraniana dell’Azerbaigiàn orientale. Visto che non abbondano le aree ricreative nelle austere città persiane, il parco costituisce una sorta di agorà in cui la popolazione di Tabriz si riversa a frotte nei pomeriggi e nelle sere di festa, soprattutto durante la torrida stagione estiva. Per refrigerarsi dall’afa. Per incontrarsi e cicalare. E magari, complice la penombra dei viali alberati, agli innamorati riesce pure di ritagliarsi qualche furtivo momento d’intimità per scambiarsi caste effusioni, arrivando “addirittura” a passeggiare, tenendosi per mano, al riparo da occhi indiscreti.

Parco di El Goli, Tabriz, Iran

Fu il mio amico Jafar a svelarmi l’esistenza di questa provvidenziale oasi di vegetazione e pace che spezza la monotonia del paesaggio circostante. Tabriz sorge infatti nel cuore di una brulla conca, delimitata dalla catena dei monti Sahand a settentrione e degli Eynali a sud.

Era il 2003, volgeva a termine il secondo mandato del seyyed Mohammed Khatami. L’ebbrezza che aveva contraddistinto gli esordi della sua avventura presidenziale nel ’97 era scemata, si percepiva un diffuso disincanto tra i giovani iraniani che lo avevano votato in maniera plebiscitaria in ben due tornate, sedotti dal suo ambizioso programma di graduale normalizzazione del paese.

L’Iran era come un software dormiente dalle infinite potenzialità di sviluppo che necessitava però di un urgente upgrade. Si attribuiva a Khatami, un outsider, membro critico di quell’establishment che l’aveva emarginato per le sue idee progressiste, la funzione del traghettatore, dell’avveduto diplomatico che senza traumatici scossoni avrebbe potuto far trionfare nel paese i diritti civili a lungo negati e, governando sapientemente i rigurgiti più reazionari, restituirgli dignità e un ruolo propulsivo nel consesso delle nazioni.

Il 18 tir 1378 (9 luglio 1999) l’irruzione pianificata di facinorosi nei dormitori del campus dell’università di Tehran (tra quella feccia si mimetizzavano le squadracce paramilitari di Ansar-e Hezbollah, fedeli al regime degli Ayatollah), per punire in maniera esemplare gli studenti che avevano osato inscenare sit-in di protesta contro la chiusura del giornale liberale “Salam” – una testata che gravitava nell’orbita d’influenza di Khatami – segnò senza dubbio uno spartiacque nella luna di miele tra il Presidente e il suo variegato blocco elettorale.

Maku, frontiera turco-iraniana. Fruttivendolo

Le sommosse del ’99, che avrebbero potuto trasformarsi nel grimaldello per scardinare il sistema, certificarono viceversa la debolezza delle proposte dei riformatori e la tenacia del regime clericale, pronto a ricorrere alla più efferata violenza e ai sotterfugi più spregevoli pur di non abdicare ai propri privilegi. Chi – forse ingenuamente – si aspettava che Khatami avrebbe supportato le manifestazioni di piazza che andavano dilagando nelle principali città del paese a sostegno delle ragioni degli studenti, spendendo tutta la forza del suo carisma e del largo consenso in patria e all’estero di cui godeva, ignorava l’amara verità: il loro leader era un ingranaggio delle istituzioni e, nella sua cauta opera riformatrice, non avrebbe mai oltrepassato la linea del non ritorno, non avrebbe cioè mai avvallato iniziative sovversive capaci di minare l’architettura stessa della Repubblica.

Bazar di Tabriz, Iran

L’obiettivo del rinnovamento doveva essere perseguito con prudenza, mattone su mattone, nel solco stretto della legge, bussando alle porte. Anche se le regole del gioco erano vischiose, scientemente studiate per impantanare nei meandri dell’elefantiaca burocrazia e dei conflitti tra i poteri dello Stato le istanze di cambiamento che provenivano dalla società civile. E l’arbitro della contesa, la Guida Suprema Khamenei, si dimostrava un custode arcigno dello status quo.

Se accumula troppe contraddizioni, un uomo di stato che si propone come simbolo di riscossa ci rimette la credibilità. E difatti, in quel mese di luglio così denso, si consumò il suicidio politico di Khatami. Minacciato di destituzione con un lettera firmata da 24 alti papaveri dei pasdaran, il pragmatico Presidente scelse di salvare la poltrona e di rimetterci la faccia, condannando pubblicamente i cortei, lasciando mano libera a una spietata repressione, che addirittura si spinse a giustificare con una dose da cavallo di dietrologia e cinismo.

Nella rilettura che ne scaturì, infatti, non si trattò più di una sollevazione spontanea contro la censura che pativano gli organi d’informazione e, in senso lato, contro la limitazione delle libertà individuali dei cittadini, ma era la punta dell’iceberg di una cospirazione fomentata ad arte da agenti sobillatori al soldo delle potenze straniere che mirava alla destabilizzazione della Repubblica Islamica. Le solite strumentali cazzate, insomma, i logori cliché con cui i regimi in agonia mascherano la loro inadeguatezza ma che in bocca a un moderato come Khatami suonavano ancora più ipocriti, ancora più patetici.

Pratiche pseudo sciamaniche volte, attraverso la fumigazione di erbe esoteriche, ad allontanare il malocchio e gli spiriti maligni dai viaggiatori

Gli eventi del 18 tir denudarono le velleità di quel Presidente dai modi urbani cosi benvoluto nelle cancellerie occidentali. L’inconsistenza dei presupposti della sua azione di governo. Non era un picconatore. La sua parabola politica non coincideva con un rinascimento della società ma appariva come un’incredibile arma di distrazione di massa. Fu un brusco risveglio nel mondo reale per quanti si erano illusi che potesse davvero attuarsi una transizione indolore.

Nel momento in cui si produceva una frattura irriducibile tra i secolaristi che reclamavano il cambiamento e le frange oltranziste che lo osteggiavano, emergevano pure, in modo chirurgico, le incongruenze della democrazia parlamentare declinata in chiave persiana. Si potrebbe affermare che la democrazia iraniana, uscita dalla fase d’emergenza rivoluzionara, è ben oliata (e sufficienemente trasparente) fino a un certo livello di potere decisionale. Ma è fatto divieto al popolo di autodeterminarsi. Ai suoi rappresentanti di confliggere con l’autorità della Guida Suprema che presidia la sala dei bottoni ed è in grado di vanificare i disegni di legge sgraditi a lui e al suo entourage; di propugnare una dottrina economica alternativa a quella parassitaria incardinata sul potere delle fondazioni (Bonyad) che è un enorme buco nero di tangenti e malaffare.

Tabriz, Bazar. Semi di girasole

La mission conferita alle Bonyad è meritoria: l’erogazione dei servizi di assistenza ai settori più svantaggiati della popolazione (gli indigenti, le vedove, i reduci di guerra, ecc). Una sorta di welfare state a gestione semi-privata che agisce spesso in concorrenza con le politiche in materia deliberate dallo Stato centrale. Il problema è che la carità è divenuta la facciata meno impresentabile, lo specchietto per le allodole di una ramificata galassia d’intrallazzi. Le Bonyad non sono semplici organizzazioni no profit dedite alla filantropia, piuttosto delle tentacolari corporation finanziarie che hanno nel loro portafoglio i più svariati e proficui asset. A titolo di curiosità: chiunque viaggi in Iran noterà delle cassette per la raccolta delle elemosina di colore blu oltremare, campite da due mani stilizzate in giallo che racchiudono in un ideale abbraccio le sagome di una persona anziana e di un bambino, sulla cui incolumità veglia a mò di sigillo l’emblema della Repubblica Islamica. Si tratta delle charity box dell’Imam Khomeini Relief foundation (per la cronaca la Bonyad più influente è l’Astan Quds Razavi, che amministra il santuario dell’Imam Reza a Mashad).

L’assalto impunito all’università di Tehran del ’99 e gli incidenti che ne derivarono cementarono un muro di diffidenza tra Khatami e i suoi alleati. Aveva rinfocolato con le sue promesse un anelito di speranza nel cuore delle nuove generazioni e poi aveva tradito la loro incondizionata fiducia in modo clamoroso e fare a pezzi il sogno che si è contribuito ad alimentare è una colpa ben più penosa dello scoprirsi semplicemente incapaci di governare. Questo infamante episodio, se ne dilapidò il prestigio, non pregiudicò però la sua rielezione con un ragguardevole 78,7%, come se i suoi simpatizzanti volessero concedergli una chance di fare ammenda. Oppure non ci si rassegnasse al meschino fallimento di un’esperienza su cui tante energie emotive erano state investite.

Un paio di mesi dopo la mia partenza dall’Iran, tuttavia, nel quarto anniversario del 18 Tir, gli studenti, stufi di quello sterile, eterno tentennare, avrebbero definitivamente archiviato l’infruttuosa epopea di Khatami, sconfessandolo; una presa di posizione radicale, dettata dalla frustrazione, comprensibile, ma che con il senno di poi si sarebbe rivelata poco oculata, troppo di pancia, perché avrebbe spalancato la porta alla furia iconoclasta covata dai conservatori, al ritorno del loro gretto integralismo.

Il momento era oggettivamente complicato, il domani imprevedibile, eppure Jafar si ostinava a ricamare il proprio avvenire con i fili di un inguaribile ottimismo. Appartenente a una famiglia di bazari, cioè alla piccolo-media borghesia locale, lavorava allora come steward presso l’aereoporto cittadino, assunto con un contratto a termine.  Una scelta che si poneva controcorrente rispetto ai desiderata dei genitori e alla consuetudine. Piuttosto che a commerciare broccati su un banco del mercato, rilevando la ben avviata attività paterna, aspirava a costruirsi un solido futuro in Europa. Sentiva il bisogno impellente d’emanciparsi dai vincoli di una tradizione anacronistica, d’evadere da un contesto a dir poco claustrofobico per un giovane della sua età non lobotomizzato dalla propaganda. L’approdo in Europa era come uno di quei sogni nel cassetto sui quali non ci si mette troppo il cuore sopra. Li incubiamo gelosamente a livello d’inconscio ma non ci azzardiamo a conferirgli una traiettoria precisa, delle scadenze precise, per il timore che non siano che un’utopia e che si dissolvano alla prova dei fatti, lasciandoci dentro un vuoto incolmabile.

Bazar di Tabriz, Iran. Radici di zenzero

Forse io, un “nativo” europeo, nei suoi calcoli ancora tutti da affinare, avrei potuto aiutarlo a mettere a fuoco un canale d’accesso preferenziale alla terra promessa. Fargli da mentore. Credo che con questa riserva avesse attaccato bottone nel bazar, consigliandomi sull’acquisto di una busta di sommacco a un prezzo non gonfiato.

Paradossalmente, mentre per tanti suoi cittadini privi di memoria storica e imbevuti di retorica sovranista l’Unione Europea assomiglia a una zavorra, per una moltitudine di ragazzi, nati e cresciuti in paesi totalitari, il vecchio continente incarna ancora un’opportunità di riscatto, una dimensione mitica più che un banale spazio geografico.  

E’ scontato che a uno straniero si vogliano far visitare gli scorci della propria città che più inorgogliscono. E Jafar adorava El Goli, con le sue chāykhūné appartate (case da tè), dove fantasticare fughe, contemplando da una distanza quasi metafisica il nebuloso lucore della città all’orizzonte.

Pane “Sangak”, che tradizionalmente viene cotto in forno su un letto di piccoli sassolini fluviali che gli conferisce la particolare struttura “butterata”

Jafar, inoltre, voleva che assaggiassi la cucina persiana di qualità e il parco ospitava un rinomato ristorante gourmet in un palazzo ottocentesco, elegante e abbastanza patinato per gli standard autoctoni, decisamente ruspanti a quei tempi. E’ in auge ancora oggi, anche se non è più una mosca bianca nel panorama della ristorazione cittadina in seguito all’inaugurazione di molti bar e ristoranti trendy (a proposito: si può adesso gustare dell’ottimo espresso in diverse caffetterie del centro). Il ristorante occupa una posizione allettante su una penisoletta che si protende a prua di nave nel perimetro di un’enorme piscina quadrangolare, Shahgoli, il lago regale, il fulcro del parco. Al tramonto questo laghetto artificiale è marezzato dai getti di fontane fosforescenti mentre le coppiette scivolano nei coni di luce soffusa a bordo di pedalò scrostati che hanno foggia di cigno.

Con rammarico scoprimmo che quella sera il ristorante era chiuso. Ci accontentammo dunque di cenare a base di Sib Zamini Va Tokhmemorg (patate e uova – yeralma va youmurta in turco, che è qui l’idioma predominante a livello di parlato, pur essendo il persiano la lingua delle istituzioni). Kababi, dislocati nei pressi dell’entrata principale del parco, ammannivano lo spuntino in una versione leggermente meno dozzinale rispetto ai chioschetti o ai barocci dei venditori ambulanti.

 

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Questo pasticcio di patate e uova è lo street food per eccellenza di Tabriz ed è reperibile ovunque. Si manipolano su una piadina talvolta gommosa di pane lavash una noce di burro, una patata (che può essere cotta al cartoccio oppure bollita, con la buccia o senza, a seconda dei gusti) e un uovo sodo fino a ottenere un amalgama dalla texture omogenea. Poi s’insaporisce la purea con sale, peperoncino e una spolverata di menta essiccata e la si spilluzzica con le dita o la si mangia a mo’ di farcitura, ripiegando i lembi della piadina a tasca.

Pasteggiavamo su tavolacci all’aria aperta, in un via vai indaffarato di camerieri, gomito a gomito con avventori chiassosi; arabeschi di fumo serpeggiavano dalle braci degli spiedi di Jujeh Kabab, saturando l’aria; taxi (circolavano ancora sgangheratissime Paynak dell’Iran Khodro, al giorno d’oggi praticamente estinte, almeno in ambito cittadino) inchiodavano e ripartivano senza soluzione di continuità, scaricando presso la scalinata che immetteva al parco una fiumana di giovani eccitati. Gonfaloni neri penzolavano dai lampioni stradali, commemorando il martirio di Fāṭima al-Zahrā (Fatima la Luminosa), la figlia del profeta; un prato fungeva da mezzeria tra le ampie carreggiate della trafficatissima carrozzabile che connetteva El Goli a Tabriz. Famiglie avevano srotolato sull’erba spelacchiata dei plaid per proteggersi dall’umido che rinveniva dal terreno e, stravaccati, vagheggiavano la limpida stellata, sorseggiando tè dai termos. Ricordo l’armonia e la letizia di quella sera; l’impressione di una normale quotidianità, se non fosse stato per una discrepanza, una stonatura inquietante nel bozzetto: l’hijab delle donne, un “memento” del fatto che in Iran la normalità è d’abitudine un paravento, il risultato di un sofferto e fragile compromesso. Quando ci congedammo, per ringraziarlo delle belle ore trascorse insieme, regalai a Jafar una scacchiera, una miniatura da viaggio, con i pezzi calamitati. Nessuno di noi pensava che ci saremmo rivisti.

Bazar di Tabriz, Iran. Rose secche per eccellenti infusi. In basso a sinistra, si scorgono dei frutti disidratati, sono “limoo omani” (per la loro origine omanita), cioè lime essiccato, un ingrediente assai apprezzato nella cucina persiana

La seconda volta che soggiornai a Tabriz, alcuni anni più tardi, ero diretto a Mashad e l’Iran stava scrivendo una tra le pagine più buie della sua storia recente. I timori di una restaurazione brutale si erano purtroppo avverati. Le lancette dell’orologio dei diritti civili che Khatami aveva provato, pur timidamente, a sincronizzare con il passo della modernità erano state azzerate. I conservatori si erano avventati sulle spoglie della sua eredità morale come cani rabbiosi per farne tabula rasa e applicavano i loro dogmi sessuofobi con pugno di ferro in un clima da Santa Inquisizione. Orchestrava questa deriva autoritaria, che era stata favorita dall’astensionismo di un corpo elettorale disingannato, una personalità complessa: l’ex sindaco di Tehran Ahamdinejad, noto in occidente per le sue sparate antisemite e negazioniste e, a causa di questa sua eccentricità, da noi sbrigativamente bollato come pazzo. Nel frattempo l’Iran continuava a implementare il suo programma d’arricchimento dell’uranio, ufficialmente per scopi civili ma con zone d’ombra, mai completamente dissipate.

L’ostracismo dell’occidente sulla questione nucleare indispettiva non poco gli iraniani a prescindere dalla fazione di appartenenza. Alla moschea di Mashad alcuni inservienti incuriositi mi invitarono a rilassarmi e a fare due discorsi nella loro common room, servendomi una limonata e dei datteri gelati di frigo. Tra i presenti che mi si affollavano intorno come fossi un fenomeno da baraccone il sentimento prevalente era filo-governativo (ed era immaginabile, visto che mi trovavo ospite di un caposaldo dell’ortodossia più granitica) ma in mezzo a tanti esaltati s’imboscavano pure – per averli poi conosciuti – strenui oppositori del regime teocratico. Eppure tutti, con fiero orgoglio patriottico, rivendicavano il diritto dell’Iran di decidere se dotarsi di tecnologia nucleare o meno e la comunità internazionale non doveva permettersi d’interferire nel dibattito interno. Erano preistoria, affermavano convinti, i tempi di Mossadeq quando l’occidente faceva e disfaceva governi a propria discrezione.

Il nazionalismo mi appariva il solo, labile, collante tra le diverse sensibilità di un paese profondamente lacerato. Per il resto, per i cittadini che s’identificavano nell’etereogenea galassia del laicismo, correvano mala tempora. La paura trapelava nella routine dei piccoli gesti, s’insinuava nelle vene, ovattava la capacità di discernimento della gente come un veleno contagioso. Erano state riaperte le stalle, cioè le caserme, e i fustigatori della morale, i feroci membri della polizia religiosa, pattugliavano le vie, a caccia di trasgressori.

Negli alberghi persiani non mancano mai il tappeto da preghiera, il mohr e la freccia che indica la direzione della Mecca

Jafar mi venne a recuperare all’hotel Morvarid. Ogni volta che mi sono fermato a Tabriz ho sempre alloggiato all’hotel Morvarid che dispone di stanze economiche e linde, dotate di tutti quegli accessori e comfort che sono di prammatica negli alberghi persiani: un paio di ciabatte da doccia, il tappeto da preghiera, un mohr, la freccia sulla parete – verniciata o di cartone – che indica la direzione della Mecca. Non mancava nell’atrio quella bizzarra diavoleria del lucidascarpe con le spazzole automatizzate. Jafar si scusò per il ritardo. Aveva dovuto assistere alle esequie di un tal zio, che vanamente tentai di collocare nell’albero genealogico della sua famiglia, le cui fronde erano sovraccaricate da una pletora di parenti di terzo grado. La cerimonia funebre si era protratta più del previsto e non aveva neppure avuto il tempo di cambiarsi; era ancora agghindato in modo solenne, azzimato, incuteva soggezione. Gli porsi le mie condoglianze.

Lucidascarpe meccanico, spesso presente nella hall degli hotel persiani

Scoccava l’ora del crepuscolo e si celebrava il consueto rituale tardo pomeridiano che vedeva una fetta della popolazione di Tabriz, terminato il lavoro, prendere d’assalto i taxi ed emigrare al parco di El Goli per svagarsi.

Se non avessi prenotato l’albergo, avremmo potuto campeggiare dentro al parco, si dispiacque Jafar, contrito. L’eventualità di un bivacco spartano nella natura mi parve la materializzazione di un incubo. Tra me e me benedissi la circostanza fortuita che, avendo già pagato, non potevo più disdire la stanza del Morvarid. Ero ormai entrato nell’ottica di dormire una notte accoccolato in un letto confortevole. Con un bagno privato. Peccato, ci sarà un’altra occasione, commentai sbrigativo affinché non si facesse venire altre idee bizzarre. Piuttosto: tu come stai?

Jafar aveva capitolato. Dopo la conclusione del suo contratto d’apprendistato all’aeroporto, aveva cercato invano qualche altra occupazione che fosse confacente al suo recondito progetto di trasferirsi all’estero prima di desistere e iniziare mestamente a commerciare stoffe nel bazar. Come da copione. Aveva talento, purtroppo in un paese opaco, irriconoscente, su cui regnavano nepotismo e spintarelle. Era divenuto un accorto uomo d’affari, frequentemente in volo verso le capitali del Golfo, battendo le redditizie rotte dell’import-export. Nonostante il successo economico, non aveva metabolizzato la delusione di non  essere riuscito ad andarsene. Viveva a fari spenti il tormento di una finzione corrosiva, di un’esistenza ingabbiata dalle convenzioni.  All’albergo, un paio d’ore prima, avevo fatto la conoscenza del personaggio mondano, l’integerrimo bazari, lo Jafar che rigava dritto, con una fidanzata illibata che avrebbe a breve impalmato, ineccepibile nell’adempiere ai suoi doveri religiosi; calata la maschera, tuttavia, davanti a un estraneo che non l’avrebbe giudicato e anzi, comprendendo l’essenza dei suoi travagli, l’avrebbe forse rincuorato, riaffiorava a fasi intermittenti la baldanza del Jafar sognatore.

Bazar di Tabriz. Con alcuni venditori di tappeti

Esaurite le cattive notizie e i rimpianti, deambulammo a lungo intorno alla grande vasca Shahgoli in un mutismo che si faceva sempre più imbarazzante. Perché non scattava quella scintilla miracolosa che aveva caratterizzato il nostro primo incontro, quella sintonia che ci aveva indotto a confidarci con estrema naturalezza come se fossimo amici d’infanzia? Perché non mi sovvenivano le domande giuste per scongelare la situazione? Credo che talvolta si verifichino coincidenze straordinarie e irripetibili. L’intesa che ci aveva unito nel 2003 era ascrivibile a uno di questi fatali concorsi d’eventi; messa alla prova in un altro lasso di tempo, denotava la sua fragilità.

Nel tentativo di alleviare il disagio e fare venire l’ora dei saluti, Jafar mi suggerì di fumarci un qalyan in una qualche chaykhune. Ordinammo il solito spuntino a base di patate e uova come appetizer, introdussi una zolletta di zucchero tra lingua e palato che è l’usanza di qui per dolcificare il tè. Più che aspirare boccate – non sono un fumatore – divagavo soffiando aria nella pipa, osservando gorgogliare l’acqua nel serbatoio di vetro blu cobalto con su dipinto un medaglione raffigurante il baffuto e impettito sultano cagiaro Nasser al-Din.

Bazar di Tabriz, macellaio

Sollecitai l’opinione di Jafar sul Sigheh, il matrimonio a tempo, che molti giurisperiti islamici stavano allora sdoganando come antidoto legittimo allo spauracchio del sesso prematrimoniale e la cui adozione aveva suscitato la morbosa curiosità dei periodici occidentali, nonché un levarsi polemico di scudi tra i riformatori che lo ritenevano una misura discriminatoria e infingarda, un escamotage del clero volto ad apporre un bollino di conformità religiosa alla vergogna della prostituzione. Non si trattava esattamente di un parto della fantasia perversa degli Ayatollah ma della riproposizione di un istituto antico e controverso, proprio dello sciismo duodecimano, un contratto, di durata variabile da pochi minuti a 99 anni, reiterabile, che impegna l’uomo a corrispondere un indennizzo alla donna in cambio di prestazioni sessuali. Scaduto il termine dell’accordo, decadono in automatico tutte le pendenze giuridiche tra i contraenti senza bisogno di divorziare. Nella sua struttura, il Sigheh non norma un rapporto paritetico ma è il prodotto di una società maschilista e arcaica, sbilanciato com’è a garantire le prerogative dell’uomo; la donna, tra le parti in ballo, è il soggetto debole.  Prima di finire nel dimenticatoio, il Sigheh aveva rivestito un ruolo socialmente significativo durante gli anni della guerra con l’Iraq, come strumento di tutela rivolto alle vedove dei martiri.

Stazione ferroviaria di Tehran. Si distinguono sulla facciata i ritratti di Khomeini (a sinistra) e Khamenei (a destra). Lo sviluppo infrastrutturale dell’Iran negli ultimi anni è stato ragguardevole

A Jafar che il Sigheh potesse servire a dissimulare la pratica della prostituzione, poco importava. Era sconsolato di fronte all’ennesima intromissione dei mullah nella sfera privata dei cittadini. Un giovane dovrebbe poter scopare (fuck) con chi gli pare, hic et nunc, senza bisogno di compilare dal notaio carte bollate autorizzatorie, no?

D’improvviso, mentre s’infervorava, la sua voce si ridusse a un flebile bisbiglio e mi invitò a virare la conversazione su argomenti futili. A suo giudizio un nonnino smunto, accomodato a un tavolo in disparte, stava origliando. Indossava una giacca di flanella lisa. A me, sinceramente, sembrava assorto e che noi fossimo l’ultima delle sue preoccupazioni. Sarà stato veramente uno spione? Doveva però intendersene, vivendoci in mezzo, Jafar di delatori. O era diventato paranoico a furia di sospettare di tutto e tutti? La cosa mi turbò. Non era fantascienza che io stesso fossi monitorato da qualche accidente di servizio segreto. L’insegnamento che ne trassi fu di raddoppiare la cautela con gli sconosciuti, sviando da domande compromettenti.

Nei mesi successivi io e Jafar ci messaggiammo in modo sporadico ma con generosi resoconti di ciò che ci accadeva; poi le mail divennero stringate, affettate, si diradarono ulteriormente e, in capo a un anno, cessarono del tutto.

La terza volta che visitai il parco di El Goli fu a maggio 2018. Non ebbi la forza di riallacciare i contatti con Jafar. La sua vita per me era ormai un buco nero e mi tratteneva l’apprensione di scoprire che, durante quel lungo intervallo, avesse aderito convintamente al pensiero bigotto dei conservatori. Dopo 10 anni di martellante indottrinamento da bazar era una probabilità più che concreta. E una simile metamorfosi avrebbe inquinato i bei ricordi che serbavo di lui.

All’oscurantismo d’Ahmadinejad non aveva fatto seguito la luce di un’alba radiosa.  L’inflazione galoppava, il rial si svalutava. Nella sua miope autoreferenzialità, invece d’investire risorse nel tentativo di rilanciare un’economia stagnante, il regime dirottava ingenti flussi di denaro pubblico sui teatri bellici mediorientali, finanziando una guerra per procura contro l’egemonia del Satana americano. La violenza della repressione non era più un deterrente che scoraggiasse i contestatori dal scendere in strada. E si dilatava la platea di chi contestava. Non sfilavano più solo giovani acculturati, d’estrazione borghese, ma anche i mostazafin, i diseredati, la linfa stessa della Repubblica Islamica. Si tamponava un falla, se ne apriva subito un’altra. Forse per la prima volta dalla sua fondazione quarant’anni prima, la Repubblica Islamica rischiava seriamente d’implodere.

Nella foto l’Abgusht scomposto nella sua parte brodosa sulla sinistra e quella più solida, simile a stufato, a destra.

Come consuetudine, stetti all’hotel Morvarid. Come consuetudine mangiai il mio snack di uova e patate in un fast food di recente apertura appena girato l’angolo, molto bazzicato. Come consuetudine compii il mio pellegrinaggio a El Goli.

A differenza delle visite precedenti, raggiunsi il parco in metropolitana. Dopo un lungo periodo di assenza, spiccava ai miei occhi la rapida accelerata che aveva coinvolto le infrastrutture del paese e, più in generale, il miglioramento della qualità della vita nelle metropoli. 

Nel 2003 Tehran possedeva un’unica linea della metropolitana con nove stazioni. A maggio 2018 si dipanava sotto la superficie della capitale una rete capillare di cinque linee per un totale di 69 stazioni oltre a una diramazione verso l’aeroporto Imam Khomeini che operava ancora a regime ridotto.

Nel 2003 attraversare incolume un qualsiasi incrocio della capitale era una specie di scommessa con la morte. Le vetture ingombravano ogni cm d’asfalto, così ammassate da non lasciare uno spiraglio tra le lamiere per infilarci uno spillo; arroganti, i conducenti procedevano per forza d’inerzia, disdegnando i pedoni. Le strisce zebrate, invece che dissuaderli, moltiplicavano la loro tracotanza. Bisognava avanzare in quel caos con sangue freddo, mantenendo costante il ritmo della propria falcata, schivando, sfiorati dalle carrozzerie, senza mai rallentare o titubare, atteggiamenti imponderabili che avrebbero confuso gli autisti e causato un’inevitabile collisione. Trascorsi quindici anni, non mancavano certo gli ingorghi apocalittici e le condotte anarcoidi al volante ma potevo anche scorgere un embrionale, quasi miracoloso, costrutto nella circolazione dei veicoli; avevo l’impressione che una qualche cabina di regia avesse agito e continuasse ad agire nel tentativo d’arginare i picchi di un traffico schizofrenico.

Se le volte precedenti per sottrarmi alle esose pretese dei taxisti che si accalcavano davanti allo spiazzo della stazione ferroviaria di Tabriz, mi ero sobbarcato una marcia di quattro chilometri fino in centro, adesso era stato sviluppato un efficiente sistema di mobilità Brt. La prima linea della metropolitana sull’asse direzionale nord-sud appariva nelle sue parti già completate un gioiellino (altre 4 linee erano state pianificate ma erano ancora tutte da realizzare). Alcune delle 7 stazioni funzionanti – di cui quella di El Goli costituiva il capolinea meridionale – erano talmente nuove di zecca che per accedervi dovevi dribblare i cantieri in fase di smantellamento. Le biglietterie erano vuoti gusci di cemento ancora da allestire. I turisti di passaggio, impossibilitati a munirsi di una tessera magnetica ricaricabile, venivano esentati dall’acquisto di un titolo di viaggio; in via transitoria vigeva una specie di tacita moratoria che consentiva loro di spostarsi gratuitamente sui mezzi pubblici ancora in rodaggio (Metro, Brt).

La stazione della metropolitana di El Goli, un enorme carapace d’acciaio, era ubicata sul versante opposto del parco rispetto ai luoghi che mi erano più familiari, cioè il lago, il ristorante e il gate principale. Essendo la segnaletica ancora provvisoria, faticai a orientarmi tra giardini cesellati e contorti sentieri. Soffiava un vento di tramontana teso e gelido. I pochi presenti si erano intabarrati. La giornata uggiosa non invogliava a sostare né ad affittare un pedalò. Il parco che conoscevo si era evoluto, esteso, abbellito. Senza la compagnia di Jafar, però, mi sembrava un parco ordinario, privo d’anima o con un’anima indecifrabile che non mi apparteneva più.

Dal punto di vista culinario a Tabriz si può consumare dell’eccellente abgusht (“ab” acqua e “gusht” carne; il piatto è chiamato anche “Dizi” dal nome dell’olla di coccio in cui viene cucinato), che è un sostanzioso stufato di carne d’agnello con patate, pomodori, ceci, spezie varie. La sua peculiarità è che, una volta cotto, viene scomposto: la parte solida è maciullata con un pestello fino a che si trasforma in un’amorfa, grossolana purea mentre la parte liquida è un sapido brodo che può essere ingurgitato, inzuppandoci del pane lavash.

Vorrei però illustrarvi la ricetta di una altro piatto tipico della tradizione gastronomica iraniana, il Kuku Sabzi, indicato tanto come mezze (antipasto) che come secondo.

Kuku Sabzi

“Kuku” è l’equivalente farsi dell’eggah, la frittata araba, mentre “Sabzi” significa erbe (e possiamo operare una cernita piuttosto libera tra erbette e aromi: prezzemolo, coridandolo, timo, menta, spinaci, cipollotti…). Alcuni cuochi vi aggiungono un trito di noci, altri le bacche di crespino. Sono comunque ingredienti facoltativi.

Trattandosi di una frittata, l’esecuzione è semplice. I risvolti più interessanti della preparazione sono: l’utilizzo dello yogurt (circa 75 – 100 ml) per una nota di cremosità e la cottura in forno (ma non si disdegna la cottura in una normale padella come accade per le nostre omelette).

Per una frittata sufficiente all’appetito di 3/4 persone ci serviranno: 6 uova medie, 1-2 mazzi di spinaci, 3/4 cipollotti, 50 gr di prezzemolo, 75 gr di yogurt greco, 1-2 scalogni. Se è apprezzata, qualche fogliolina di menta.

Tutte le dosi sono modificabili in base al proprio estro.

Facciamo appassire lo scalogno e i cipollotti finemente tritati in una pentola antiaderente con olio evo e un noce di burro. Frattanto mondiamo gli spinaci e il prezzemolo e li tritiamo a loro volta. Li uniamo a cipollotti e scalogno, sfumiamo con vino bianco e lasciamo che s’insaporiscano a fiamma bassa per 4/5 minuti. Possiamo bagnarli con un poco d’acqua qualora  tendano ad asciugarsi precocemente.

A parte sbattiamo le uova con la forchetta o una frusta e incorporiamo lo yogurt, sempre mescolando. Aggiungiamo anche un paio di cucchiai d’acqua (non di più) che conferiranno alla frittata una texture più spugnosa e soffice. Infine uniamo al composto le verdure passate in padella e amalgamiamo il tutto.

Ungiamo il fondo di un tegame e vi versiamo la frittata (possiamo foderare con carta da forno affinché la frittata non si attacchi). Inforniamo a 160° circa 20-30 minuti, monitorando di tanto in tanto.

 

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