
(Questo racconto, tratto dal mio libro “Il viaggiatore senza Ego”, è basato sulla visita che compii al Santuario della Difunta Correa, provincia di San Juan, Argentina, nel 2010 e su personaggi e situazioni reali sebbene sia “romanzato” con alcuni inserti di fantasia, strumentali allo sviluppo della trama).
1 Erano diversi anni che la neve non fioccava così densa e livida su San Juan. Quasi volesse riscuotere il credito generosamente concesso d’inverni più miti, questa bufera che si sta abbattendo sulla capitale provinciale è – senza esagerare – la nevicata più rognosa che abbia sferzato l’emisfero australe negli ultimi decenni.
Javier, tassista rampollo di una gloriosa stirpe di tassisti, giura su San Antonio da Padova e San Expedito da Bermejo che a sua memoria avrà assistito massimo a quattro nevicate degne di questo nome, mai così intense.
Venticinque anni, grugno anonimo di matrice latina, incipiente pinguedine, sguardo strabico corretto da spessi fondi di bottiglia, montati su un occhiale di seconda mano tartarugato, che vorrebbe essere di tendenza ma risulta sopratutto demodé, lobi elefantiaci che avvampano come rocotos quando s’infervora: è uno sfigato che ha elaborato le sinuosità dell’anatomia femminile connettendosi ai siti porno free e che, contravvenendo alle integerrime raccomandazioni del suo puritanissimo padre che la dispersione del seme gli avrebbe peggiorato la vista, si sollazza officiando frequenti rituali onanisti per appagare virtualmente la sua libido.
Sotto le sembianze del classico bravo ragazzo tutto casa e chiesa, Javier cela un’indole sadica e vendicativa che disseminerà di spine l’esistenza dei suoi familiari. Anzi: le spine, i frutti della sua educazione bacata, gliele conficcherà profondamente nelle carni ai suoi familiari.
A distanza di lustri da questa giornata di luglio, ad esempio – se il nostro destino fosse già scritto sulla pergamena del tempo – Javier perderà il lume della ragione, precipitando in una spirale di sordida violenza. Costringerà, dopo averle spappolato zigomi e setto nasale, a una plastica maxillo-facciale la figlia quattordicenne sorpresa nell’alcova paterna – alla vigilia della festa per la sua quinceañera – in riprovevoli atteggiamenti di petting con un compagno di classe d’etnia mapuche.
A farlo incazzare più del trauma causato dalla location del misfatto e dalla brutale scoperta della maturazione sessuale della sua bambina, sarà lo shock che si sia lasciata circuire da un indigeno sottosviluppato e puzzolente e la visione – a volte a Javier si materializzano delle premonizioni vivide come sogni a occhi aperti – di due leziosi marmocchi color cannella che gli si strusciano in grembo, cinguettando abuelo, abuelo.
Seppur sfigurata, la figlia non denuncerà l’efferatezza del padre – i genitori si venerano anche se ti puniscono con orde di locuste e diluvi universali – e Javier avrà disco verde per infliggere ulteriori step di sofferenza ai suoi cari.
Oggi, tuttavia, luglio 2010, Javier è ancora un pulcino bagnato, intriso di complessi d’inferiorità.
Oggi a San Juan – un reticolato impeccabile e antisismico di cuadras e manzanas, dopo il terremoto del 1944 che la ferì mortalmente – la neve impasta i viali senza causare eccessivi disagi alla circolazione, triturata dai battistrada dei suv e contrastata dalle solerti badilate delle squadre di spalatori volontari che sono scemati a frotte per le strade come se, invece che acqua ghiacciata, scrosciassero dal cielo ovattato lapislazzuli preziosi di cui impadronirsi.
In periferia, però, si sedimenta in burrosi lenzuoli sui filari di vigneti d’uve syrah, cabernet e malbec, imparrucca le colline, smussandone il profilo spigoloso come una sfregata di pietra pomice, e farcisce di un soffice ripieno le quebradas. L’aspro paesaggio della campagna sanjuanina riacquista una sua primigenia verginità quasi pisolasse sotto un morbido sudario di tulle.
Javier, che ama fino alla sbronza cattiva lo spumante che si produce nella zona e i vini corposi color rubino ottenuti da un solo ceppo d’uva, ringhia in una nuvola di condensa, pretendendo alcune delucidazioni dalla centrale operativa – lui è affiliato all’impresa di taxi Lujan, matricola numero 815.
Per andata e ritorno con sosta di un’ora circa al santuario della Difuntita Correa, che tariffa bisogna cobrar?
180, 200 pesos, gracchia l’operatore del radio-taxi dopo qualche minuto di titubanza impiegato a rapportare chilometri, velocità e consumi, e a ponderare il risultato con il fattore “incula il foresto”, neppure l’avessero sorteggiato alla lavagna per risolvere un’equazione di quinto grado e alla fine, preso atto della propria incompetenza, sparasse una cifra a vanvera, sperando d’azzeccarla.
Accordiamoci a 170 pesos, propone il turista per uscire dallo stallo di una contrattazione stucchevole, che si sta avvitando, calcandosi il berretto di lana sulla punta assiderata delle orecchie.
Il tepore muschiato che emana dall’abitacolo del taxi Fiat Duna è un irresistibile canto di sirena che lo avviluppa e lo attrae ma non tanto da farlo derogare dalle questioni di principio: la pretesa del taxista gli appare esosa, un raggiro.
Spicciati pivello a decidere e lascia che m’inforni anch’io.
Per la precisione la compagnia locale d’autobus Vallecito avrebbe in programma tre partenze al dì verso il santuario, a un costo assai più contenuto, solo che oggi gli chofer hanno indetto uno sciopero selvaggio, reclamando il pago d’alcuni indennizzi arretrati che qualche dirigente maneggione vorrebbe far volatilizzare tra le pieghe del bilancio; a mezzogiorno la trattativa conciliatoria tra sindacati e padroni si è brutalmente interrotta e dunque il terminal resterà chiuso.
Domani i lavoratori verranno forse precettati ma domani sarà tardi, il turista sarà già in viaggio alla volta di Mendoza.
“Ok. A 170 pesos” bofonchia Javier, estenuato. Avvezzo a cavare sangue dalle rape, anzi: non facendosi scrupolo di truffare i turisti meno sgamati, non è persuaso da quel compromesso al ribasso. D’altra parte il suo sesto senso levantino gli ha suggerito che non c’erano margini per rilanciare o arroccarsi e in quella giornata da lupi, nella quale la gente si è barricata in casa, 170 pesos costituiscono, al tirar delle somme, un bottino soddisfacente.
Protendendosi alla sua destra, fa scattare il pirolo della sicura della portiera anteriore lato passeggero. A bordo, señor. E comunque serba un asso nella manica, sempre pronto a giocarselo con i clienti autoctoni più facoltosi e indiscriminatamente con tutti gli stranieri.
Se si comporterà in modo servizievole, indicando al passeggero alcune chicche turistiche extra disseminate lungo il tragitto, se piangerà sul prezzo del carburante schizzato alle stelle e sull’inflazione galoppante che erode il potere d’acquisto dei salari, se riuscirà a solleticarne le corde più caritatevoli, se, se, se… forse quello potrebbe elargirgli una congrua propina.

Sfodera un sorriso mieloso e si presenta: “Javier” con una stretta di mano affettata ma virile, suo padre gli ha insegnato che tra maschi ci si approccia virilmente. Io li identifico da un apretòn i froci, hijo. Non vorrai che ti scambino per un frocio, eh?
Lo straniero si chiama Pasquale e lui la mano la porge con gentilezza perché è un uomo compito.
“Giorgio”, afferma, impassibile come una sfinge. Si vergogna di chiamarsi Pasquale. D’altronde, quante sono le Carmele che si spacciano per Lina, le Rosalie per Lia, le Concette per Titti?
La mano di Javier attanaglia le dita affusolate del turista come le spire di un’anaconda, quasi a non voler far svicolare la gallina dalle uova d’oro che è caduta nella trappola ma strappandogli una smorfia di sconcerto per l’indebita forza della presa.
Pasquale/Giorgio è così intimamente abituato a mentire sul suo autentico nome di battesimo che ormai lo fa di prassi. Mistifica con spigliatezza, anche in Argentina, dove Pasquale è un nome neutro, che non rimanda, neppure accidentalmente, a un certo background insulare e, sotto la lente del suo conformismo, culturalmente retrogrado e non ci sarebbe dunque l’esigenza di nasconderlo. A volte pensa che non è un semplice modo di dire che le bugie hanno le gambe corte. La riprova è che lui, che di menzogne si è ingolfato la bocca come di promesse al vento, non è cresciuto in altezza.
Bugie necessarie come l’aria che si respira, tuttavia.
In Italia, non ostentiamo ipocrisia politically correct, chiamarsi Pasquale costituisce un deterrente, soprattutto quando ti trovi a corteggiare ragazze sofisticate. Un Pasquale, con tutto il suo legato di luoghi comuni, ti si tatua dentro e ti connota negativamente come una croce uncinata; buttato lì, pur con nonchalance, al primo appuntamento inibisce le potenziali conquiste peggio di guance butterate o di un riportino patetico che s’inarca da orecchio a orecchio.
O almeno lui aveva attribuito a quel fottuto nome la colpa delle sue frustrazioni con l’altro sesso anche se, da quando aveva iniziato a surrogarlo con pseudonimi più voluttuosi – Giorgio, Francesco, Ernesto, Henry per gli amici – non è che i suoi approcci fossero stati premiati da miglior sorte.
I genitori non gli avevano affibbiato “Pasquale” in omaggio a nonni o avi illustri, circostanza certo non assolutoria ma che il nostro Pasquale avrebbe potuto valutare tra le attenuanti.
Era stata l’originalità morbosa di sua madre a condannarlo alla pubblica gogna.
Se un figlio potesse selezionarsi una madre, opterebbe per una madre eroica e altruista come Deolinda Correa, la protagonista di questa storia, Deolinda Correa che, prima d’esalare l’ultimo respiro disidratata dal sol calcinante del deserto sanjuanino, estrasse una mammella dalla scollatura della lacera tunica e la offrì alle labbra del suo bambino neonato.
Fu un atto inconsulto, uno spasimo, il corpo e la mente già offuscati nelle convulsioni della morte? Oppure il più sublime dei sacrifici, amministrato con l’ultimo barlume di lucidità?
L’amore materno di Deolinda Correa sovvertì il corso crudele delle leggi di natura.
Il pargolo addentò il capezzolo, suggendo linfa vitale dal petto di quella donna moribonda e poi cadavere. Il giorno dopo alcuni arrieros, i cavalieri che attraverso gli impervi cammini delle Ande guidavano le mandrie di vacche e tori fino al Cile e che obbedivano al codice d’onore dei gauchos, furono testimoni del miracolo.
Diedero alla sventurata Deolinda cristiana sepoltura e si presero cura del piccolo.
Furono loro a propagandare intorno ai fuochi, per vincere l’insopportabile coltre del silenzio, il mito della Difuntita Correa, la migliore delle madri…
… ma certe madri, a Deolinda Correa, non sono neppure degne di baciarle i piedi.
Certe madri non hanno consapevolezza dell’apertura mentale che comporta allevare un figlio, accettandone la natura diversamente perfetta senza cedere al desiderio latente di plasmarlo a immagine e somiglianza di una divinità.
La madre di Pasquale apparteneva alla categoria di queste certe madri irresponsabili. Era una donna ottusa e convenzionale, che non si sognava di rinegoziare il proprio ruolo all’interno della coppia, un ruolo succube, sancito in modo grottesco quando usciva a passeggio con il marito, lui in testa, lei in scia, diversi metri di scala gerarchica dietro, sgranando il rosario con la stessa disinvoltura con cui una donna emancipata digita sms sul proprio telefonino. Dalla notte dei tempi la vita di queste vittime è scandita da cicli immutabili: si sposano, sbrigano le faccende domestiche, cucinano pranzi e cene di tre portate per il loro dominus, proliferano ogni volta che sono in calore e muoiono, furtive come sono vissute.
Aveva concepito il suo primogenito con la stessa dolorosa inesorabilità con cui faceva sesso perché avere fianchi larghi e una nidiata di cuccioli era la consuetudine e gli anticoncezionali aborriti quasi fossero veleno per topi.
La sua astrologa di fiducia le aveva rivelato dalla forma a cuspide dell’addome che era incinta di un maschio, confidandole che se l’avesse partorito la domenica della Pasqua di Resurrezione il nascituro avrebbe goduto di una congiuntura di pianeti particolarmente fausta sul fronte degli affari e del denaro. Sarebbe diventato un ricco uomo di successo, vocabolo, “ricco”, che, arrotato sulle sue indolenti labbrucce a culo di gallina, era in grado, assai più di un uomo, di scatenarle l’orgasmo.
Calendario alla mano, aveva calcolato che – assumendo in massicce dosi la pozione omeopatica e astringente che l’astrologa le aveva prescritto – avrebbe potuto portare avanti la gravidanza fino al fatidico termine e con un rassicurante margine di tolleranza.
Aveva però commesso l’imprudenza di vantarsi pubblicamente, d’enumerare all’invidioso vicinato le soddisfazioni che quel figlio predestinato dagli astri – ingegnere, medico, docente universitario – le avrebbe dispensato.
Più sei al settimo cielo, più la cattiva sorte s’accanisce sul tuo progetto di felicità.
Con un mese d’anticipo, nonostante le cautele, le si sono rotte le acque.
E per quanto avesse cercato di sigillare l’utero con la caparbietà demenziale di cui aveva dato più volte dimostrazione, sconcertando il personale sanitario che l’attendeva, quel fetente tanto aveva brigato che alla fine era stata costretta a espellerlo. Se ne era sgravata con una spinta talmente carica di livore che il bebè era sgusciato dai guanti in lattice dell’ostetrica, fratturandosi una scapola nell’impatto rovinoso con il pavimento in linoleum della sala parto.
… piccolo figlio di puttana, piccolo figlio di puttana, si ripeteva ossessivamente, sorda alle fitte lancinanti che le squassavano il bassoventre e che avrebbero prostrato il più macho tra gli uomini, mentre un dottorino alle prime armi, tremando come una foglia, tribolava nel tentativo maldestro di rammendarle le terribili lacerazioni ai muscoli pelvici. Quando un’infermiera, sfoggiando il radioso sorriso con cui gratificava tutte le puerpere, le aveva consegnato la viscosa creaturina perché l’allattasse, lei aveva represso a stento un conato di vomito.
Ispirata dalle sue contorte logiche, la sciagurata tanto aveva macchinato che era riuscita a registrarlo alla vita un mese dopo, battezzandolo coerentemente Pasquale. Non era donna che subisse con rassegnazione le trame avverse del fato, si riservava sempre l’ultima parola.
L’ingenuo stratagemma di ritardarne la registrazione all’anagrafe non aveva ovviamente sortito l’effetto d’ingannare la ruota del destino. Il destino di Pasquale era incasellato sotto il segno dell’acquario. Una carriera non certo brillante spesa nei ranghi della pubblica amministrazione, una vita privata sciatta, tiranneggiato da una madre dispotica che riteneva che il cordone ombelicale con il suo Pasqualino non si fosse mai realmente scisso e che il debito morale che un figlio contraeva alla nascita si estinguesse solo con la morte di colei che lo aveva generato con tanto patimento.
Anche l’imprinting di Pasquale con la religione era avvenuto nell’oscurità del ventre materno mentre annaspava ribellandosi alla volontà perversa eppur ferrea di quella donna anaffettiva di trattenerlo dentro di sé per ottemperare agli oroscopi della sua maga.
Se un Dio di giustizia fosse esistito, avrebbe reso sterile quell’arpia come s’estirpa l’erba gramigna.
Se un Dio di misericordia fosse esistito, avrebbe fatto sì che ad accoglierlo al mondo ci fossero stati genitori compassionevoli e non un’anima nera e un padre distratto.
Se un Dio fosse esistito, mai avrebbe offerto una possibilità di salvezza eterna a una creatura retrograda come quella bigotta che, a causa della propria sessuofobia, gli aveva vietato di frequentare le compagne d’asilo, reputando che si annidasse negli innocenti bacetti dei bambini il seme sfuggente della fornicazione.
Ai dubbiosi che cercavano nel creato segni inequivocabili dell’immanenza di Dio, Pasquale enunciava queste tre controprove per negare in modo inconfutabile la sua esistenza.
I travagli del parto gli avevano inoltre inoculato un’avversione per gli spazi angusti che si sfogava con attacchi di panico e orticaria psicosomatica. Da adulto aveva imparato a disciplinare le sue idiosincrasie come ci si misura nelle tentazioni della gola quando ci si accorge che sotto al mento lievitano ributtanti cuscinetti di grasso, una pappagorgia ipertrofica come una mongolfiera.
Tuttavia, quando condivideva l’abitacolo di una macchina con uno sconosciuto, l’incomunicabilità acuiva la sua insicurezza e lo invadeva una soffocante sensazione di claustrofobia quasi si trovasse recluso in una bara, sprofondata nel sottosuolo e gravata da tonnellate di materiale di risulta.
In questi casi, vincendo la sua proverbiale riservatezza, si stordiva chiacchierando d’argomenti frivoli come ci si ammazza di lavoro quando non si vogliono stilare bilanci a consuntivo delle entrate e uscite della propria vita; solitamente le discussioni vertevano sullo sport con gli sconosciuti maschi, ricette culinarie e letteratura gli argomenti che snocciolava con le sconosciute femmine (gli accadeva di rado che la conversazione del suo interlocutore lo intrigasse). Erano futilità trite e ritrite, derivate da una conoscenza superficiale, che però avevano il pregio d’esorcizzare il silenzio.
Poteva affermare di aver lavorato con metodo sulle proprie insicurezze e d’averle arginate, senza sganciare un centesimo agli psicologi.

“Non un mondiale eccezionale…” esordisce, liberandosi del berretto di lana e dei guanti, riponendoli nella saccoccia del proprio pilot impermeabile. Stempiato, attraversa quella delicata fase ormonale che aggredisce gli uomini di mezza età in cui i capelli tendono a diradarsi sulla nuca, ritagliandovi una vasta e antiestetica chierica.
“Io ho assistito alla partita con la Germania sul maxischermo di Plaza San Martin. Che iella avete avuto!”, chiosa.
La municipalità di Buenos Aires aveva transennato lo spicchio della piazza San Martìn tra l’Avenida Libertador e l’anfiteatro della Santa Fe, collocando ben due maxischermi in modo da smistare gli ultrà e scongiurare pericolose resse per accaparrarsi i posti nei settori con la visuale più panoramica; presidiavano i varchi d’ingresso marcantoni della security che ispezionavano i tifosi fin nelle mutande, depositando su tavolate di fortuna l’arsenale di bengala e corpi contundenti che via via andavano sequestrando.
Bancarelle disposte lungo il perimetro esterno dell’improvvisata arena concludevano affari d’oro, smerciando magliette di Messi, sciarpe, cappelli a tre corni, frigi o baschi, bandiere, gagliardetti, vuvuzela. Nessuno tra le migliaia di convenuti aveva rinunciato all’acquisto di un gingillo albiceleste, desideravano procacciarsi un gadget del memorabile evento a cui stavano per assistere che testimoniasse ai nipoti che c’ero anch’io…
Sebbene per scaramanzia rifiutassero la palma di favoriti, in cuor loro i tifosi argentini consideravano la vittoria una formalità.
Pasquale, pur bardato per mimesi di bianco e azzurro da far concorrenza al più sfegatato degli hinchas, aveva gufato l’Argentina.
Non approvava le scelte operate dal tecnico, in particolare l’ostracismo nei confronti del centravanti Milito.
Alcuni giorni dopo presenziava a Montevideo in piazza dell’Indipendenza alla semifinale tra Uruguay e Olanda sotto un cielo cupo e profetico.
Il contesto qui appariva più ruspante: un singolo schermo gigante, una calca opprimente d’indiavolati, nessuna misura tangibile di sicurezza, libera circolazione d’alcolici e teppe, attratte dall’assembramento e dalle borse delle tifose.
Soggiornando in un albergo prospiciente la piazza, temendo che la vittoria, innescando un delirio di clacson, trombe e petardi fino alle ore piccole, mettesse a repentaglio la sacralità del suo sonno, si era augurato una sconfitta della Celeste.
Anche in questo caso la scalogna aveva centrato il bersaglio.
Tra il serio e il faceto conoscenti e colleghi lo rimproveravano d’essere un uccellaccio del malaugurio e lui se ne compiaceva. In fondo è la nostra utopia di bambini scoprirsi dotati di super poteri.
“Eppure sulla carta schieravate una squadra MOLTO competitiva, una corazzata…”.
Pasquale infierisce, elencando le generalità dei fuoriclasse argentini, contrappuntandole con i curricula dei signori quasi nessuno teutonici.
All’ennesima, non troppo velata provocazione, Javier il taxista sbotta, calando un pugno sullo sterzo, facendosi paonazzo. La figuraccia rimediata dalla selecciòn non l’ha ancora digerita e se in panchina ci fosse stato un catenacciaro con il cavolo che avrebbero patito una simile batosta. Javier adora il calcio. In una vita altrimenti grama, le vittorie della nazionale gli erogano boccate d’ossigeno di novanta minuti.
Lui è un fautore del contropiede, del gioco fisico, il calcio tutto finezze e veroniche è appannaggio di quegli effeminati dei brasiliani.
Per un attimo si rivede durante il secondo tempo della partita, accigliato davanti alla mollezza atletica dei suoi idoli. Gli balenano al rallentatore i frame di un omino avvilito che abbranca un posacenere di gres, traboccante dei mozziconi delle sigarette che ha macinato una dietro l’altra per lenire la tensione fino a svuotare un pacchetto, due pacchetti, e poi lo catapulta contro il giocatore numero sette tedesco, cercando d’arrestarne l’arrembante discesa sulla fascia, sostituendosi ai difensori in campo.
Aveva fracassato il televisore in uno zampillo di scintille.
Era l’avvisaglia di un salto di qualità nei suoi scoppi di collera.
Si era meritato la fama di giovanotto scorbutico ma inoffensivo, la sua rabbia stava però evolvendo, mutava in una forza irrefrenabile di pancia, che andava a caccia di bersagli contro cui sfogarsi.
A distanza di lustri da questa giornata d’inverno – se il destino fosse ligio nello scortarci fino alla meta come un’ombra – Javier, esasperato da una gelosia inconsistente e tossica, stirerà sulle strisce pedonali la moglie sospettandola d’adulterio. Attribuiranno l’omicidio a un pirata della strada e lui la farà franca…
“La colpa della derrota, amico?” sbraita, sputacchiando risentimento.
Da ripartire equamente tra quel pelotudo dell’allenatore, ex fuoriclasse mal stagionato, la federazione miope che l’aveva ingaggiato e un qualche rituale di magia nera africana che ci ha reso pavidi come checche.
Quanto al bagno di folla, al giubilo assurdo con cui la nazionale era stata accolta al ritorno in patria dopo l’imbarazzante poker incassato, il tassista sottoscrive le insinuazioni del quotidiano porteño Clarin, cioè che i festeggiamenti siano stati in minima parte l’espressione genuina di un sentimento popolare, che l’altro 80% di passione sia stato sovvenzionato dalle prebende di un potere politico che aveva scommesso sul trionfo e che si ritrova adesso con le pive nel sacco.
Per evitare che le recriminazioni si trasformino in un boomerang elettorale si trincera dentro scatole cinesi.

Esaurita la spinta propulsiva del filone calcio, a tenere banco è ora la norma recentemente licenziata dal Senato della Repubblica che legalizza il matrimonio gay.
Javier, reazionario, la commenta invocando castighi apocalittici sui politicanti che si sono macchiati di quel crimine blasfemo. Un obbrobrio, vomita scandalizzato, gesticolando come un moscone impazzito. Igual che se avessero autorizzato la clonazione di agnelli bicefali – sì, tipo lo scherzo di natura conservato in formalina all’Anglo di Fray Bentos, l’hai visto, guey? Siamo il nono paese su scala globale a tollerare una simile vergogna. Di questo andazzo tuteleremo anche le unioni impure tra uomini e bestie. Che schifo!
E meno male che il suo anziano padre, uomo dall’etica ben salda, era immobilizzato a letto a causa di un’osteoporosi invalidante e le notizie dal mondo esterno gliele filtrava lui con il lanternino, altrimenti se fosse stato informato della deriva della sua adorata Argentina da baluardo del conservatorismo più intransigente a bordello, al punto che quei pervertiti, i detestati maricón, rivendicavano il riconoscimento dei propri diritti civili alla luce del sole, turbando con i loro costumi lascivi l’integrità delle nostre donne, corrompendo con le loro piume di struzzo la morale della nostra gioventù… se suo padre avesse saputo, se i patrioti risoluti e nostalgici come suo padre avessero avuto contezza del misfatto, avrebbero imbracciato ancora una volta i mitra per restaurare l’ordine borghese.
La lobby dei maricón, hijo, è più eversiva dei comunisti.
La campagna omofoba orchestrata dalle associazioni cattoliche per ostacolare l’iter legislativo della norma è stata diffamatoria, eccessiva, grossolana. Con manifestazioni oceaniche di fanatici che avevano perso di vista il nocciolo della questione per bandire una crociata indiscriminata contro l’omosessualità.
“Yo quiero mama y papa” era uno degli slogan più sobri che campeggiava durante i cortei al posto del sol de mayo nella trama della bandiera argentina.
Pasquale commisera la ristrettezza di vedute del tassista, le sue invettive oscurantiste lo offendono come fetide scoregge.
Ma non è il caso di farsi coinvolgere in una polemica da muro contro muro. I fondamentalisti hanno innestato solo certezze nel cervello e saranno fedeli al loro pensiero unico fino all’ultimo alito di vita.
Però Javier, due palle allucinate che gli schizzano come molle dalle orbite, la peluria ispida e trasandata che gli macula le gote, lo viviseziona da capo a piedi, attendendo un riscontro a quella reprimenda.
Che cavolo vuoi sentirti dire da me, quattrocchi?, s’interroga Pasquale. Io frequento la parocchia dei progressiti, boludo.
“Da noi già le convivenze sono tabù”.
Pasquale, imbarazzato, sposa la linea diplomatica, auspicando un rapido epilogo che lo scampi dall’incresciosa situazione.
“Il vostro sì che è un paese civile”, plaude Javier, fraintendendo la vaga opinione del suo passeggero, fiero del suo ancestrale pedigree friulano che, saltando di pale in frasca, declina con dovizia di dettagli.
“Gente tosta i miei antenati. Il bisnonno si trasferì dall’Italia a San Paolo. Da lì in Argentina, a Colonia Carroya. C’era fame di terra. Poi, in seguito a un’epidemia di febbre gialla che decimò la popolazione della colonia, si stabilì a San Juan. A Colonia Carroya ho dei parenti, i patriarchi parlano ancora friulano. Allevano maiali e producono un salame tenero che è una libidine per il palato, però devi fartelo affettare al coltello per non pregiudicarne il sapore”.
“Ne terrò conto”.

In Argentina è raro incappare in un traffico da bollino rosso, una volta lasciati alle spalle i sobborghi dei centri urbani. I sessantaquattro chilometri che separano San Juan dal santuario della Difunta Correa non fanno eccezione.
“Sai che cosa non va?”. Javier arriccia le labbra, esponendo la sua dentatura equina.
Pasquale sospira, sconvolto che un ragazzo possa covare tanto astio. Se lo può proiettare tra quarant’anni, un vecchietto incartapecorito e fumino, inchiodato alla panchina di un qualche parco nell’ora della canicola, inveendo contro la gioventù, gonnelline svolazzanti e bicipiti tatuati, imprecando contro le coppiette di teenager che tubano indiscrete, rimpiangendo l’età dell’oro e del pudore…
D’altra parte ha poco da recriminare. È stato lui a dare la stura alla conversazione. Anche se di solito è lui che, sobillato dalle sue nevrosi, tiene il filo del discorso e investe di chiacchiere il suo interlocutore; la scalogna è che il taxista si è rivelato un logorroico all’ennesima potenza.
“Sai che cosa non va?”, abbaia di nuovo Javier.
Vorrà riaccendere la miccia contro i gay?
Le domande di Javier non contemplano il diritto di replica, costituiscono l’incipit e il puntello, solo in forma interrogativa, di un suo soliloquio fiume.
Javier vede ovunque complotti orditi ai suoi danni, Javier ha bisogno di circondarsi di nemici ai quali addossare la responsabilità delle proprie disgrazie, Javier si nutre di dietrologia.
“Te lo spiego io cosa non va. Sono i truchos. Quei filibustieri che esercitano la professione privi di licenza. Ci soffiano clienti, applicando tariffe scontate che per noi – che abbiamo tasse, assicurazione, la concessione – sono fantascienza. E la polizia, mi chiedi?”.
Veramente…
“Niente. Fa le pulci ai regolari. Un paradosso. Ieri ci siamo radunati con gli altri soci dell’impresa per affrontare il problema criminalità”.
“Ah…”
“Sì, perché anche se non siamo ai livelli preoccupanti di Buenos Aires, la delinquenza prolifera soprattutto tra i giovani. E’ una giungla. Un collega ha imbarcato l’altro fine settimana alcuni sbarbatelli che uscivano da un boliche“.
Menziona la discoteca con un evidente disprezzo alla stregua di un postribolo, ne diffida. Sesso, droga e licenziosi ritmi caraibici. E’ un luogo di perdizione, è la cantina del demonio. Un individuo con un po’ di sale in zucca e una coscienza forgiata da sani principi cattolici non la dovrebbe frequentare.
In quell’ambiente di divertimento disinibito persone introverse come Javier sarebbero fuori luogo come cani in chiesa.
In effetti in un’unica occasione Javier bazzicherà un boliche e non per ballare una cumbia. Javier i torti subiti se li annoda al dito con memoria d’elefante.
A distanza di lustri da questa giornata d’inverno – se il destino ci tenesse al guinzaglio – braccherà e rintraccerà, fiutandolo dall’odore di selvatico emanato dalla sua pelle, il mapuche che l’aveva sputtanato sul suo talamo nuziale, cercando di scoparsi la sua bambina e d’arrampicarsi socialmente; a calci in culo l’aveva ricacciato tra la feccia immonda da cui proveniva, ubriaconi, pregiudicati, mignotte, disadattati… ma agli scarafaggi bisogna schiacciare la testa per evitare che ci riprovino…
…non ti vergogni?…
…ma chi cazzo sei, papi? Vergognarmi di che?…
Lo evirerà dentro ai bagni di una fetida discoteca, sentendosi onnipotente come un angelo vendicatore.
Poi, sguazzando con le sue Kickers acquistate in promozione nel sangue di quel poveraccio agonizzante, imperturbabile ed efficiente come se avesse accoppato un vitello nel mattatoio, s’impomaterà di brillantina il ciuffo alla Elvis e per l’euforia gli sembrerà di toccare il cielo.
Ma quel giorno di follia omicida è lontano a venire.
Oggi, paragonando il senno alla sabbia contenuta in una clessidra, la clessidra di Javier è ancora incrostata da un sentore di buon senso.
“Erano sbronzi quei demonios, alla loro età si ragiona con gli ormoni… invece che pagare la corsa hanno sfregiato il collega con il collo di una bottiglia di birra. La vittima era talmente sotto shock che l’unico dettaglio che ricordava dell’aggressione era la marca della birra. Ci vuole polenta per fare il tassista in Argentina”.

2 Volendo fabbricare con i fiocchi e i controfiocchi un’edicola artigianale dedicata al Gauchito Gil, il più rinomato tra i santi del panteon popolare argentino, è sufficiente scaricare da quel pozzo di sapere non certificato che è internet il manuale d’istruzioni.
In sintesi: assemblare secondo il proprio estro una cappella, magari con tetto a doppio spiovente come la cuccia di un cane, che funga da sancta santorum, procurarsi una statua stante in gesso del Gauchito proporzionata alle dimensioni della cappella, reperibile anche on line, lumini cimiteriali assortiti per foggia e numero, in base all’intensità della propria devozione, qualche rosario e due canne tacuara alle cui estremità superiori dovrà dispiegarsi un gonfalone rosso…
Il tempio intitolato al Gauchito che Javier ha insistito per far visitare a Pasquale con l’enorme petulanza di cui è capace sorge sul ciglio della ruta 141, circa a metà strada tra San Juan e il santuario della Difunta Correa, quando s’inizia a salire, un fazzoletto dimesso di rugginosi tubi Innocenti, lamiere, lastre ondulate d’eternit e rossi drappeggi che garriscono nella spettrale monocromia del deserto circostante.
Il vibrato delle lamiere, modulato magistralmente dalle folate ventose, innalza al cielo inni profani.
Sui ruvidi lastroni del pavimento si dirama una crosta viscosa e rubizza, sedimentata dalla cera delle candele consunte; qua e là ristagnano delle torbide pozzanghere, formate dallo sgocciolio dell’acqua piovana che scola dalla falda della rudimentale tettoia, sprovvista di gronde; addossati alla parete di fondo si susseguono dei tabernacoli naif, alcuni dei quali recano, verniciato sul frontone, il nome della famiglia che li ha consacrati. Un leone araldico rosso ciliegia protegge il temenos. Ovunque sono stati deposti degli ex voto, i più disparati: sono tanti gli argentini che hanno contratto un debito di gratitudine con il Gauchito.
Un’arrangiata insegna “Carnes Cuyo” fregia la copertura di quel precario baraccamento.

“Carnes Cuyo” è un’impresa grossista che approvvigiona le macellerie di San Juan. Probabilmente proprio i gestori dell’impresa hanno donato al santuario il parrillero arancione che somiglia a una buca per le lettere e il tavolo da campeggio sottostanti la tettoia; una seconda e più ampia area per il barbecue è stata attrezzata sul retro.
“Un fedele del Gauchito, tra una preghiera e l’altra, si griglia una tira d’asado o una scelta di prelibati sanguinacci. Morcilla, chorizo, frattaglie… roba del genere… Te gustan? I nostri santi popolari si ossequiano mangiando carne. Oggi, però, sarebbe meglio scaldarsi lo stomaco con un locro piccante…”.
Più a monte si dipana un corridoio d’asfalto dello spessore di 4 cm e una larghezza approssimativa di 2,5 metri; parrebbero lacerti di una strada secondaria in stato di completo abbandono, i bordi erosi dalle rogge, azzannati dalla sterpaglia. In realtà si tratta di una nuova infrastruttura, solo che i lotti avanzano con tangibile lentezza, una sorta di tela di Penelope dell’ingegneria civile; approfittando delle reiterate sospensioni dei lavori, la rarefatta ma tenace vegetazione vanifica i progressi.
“La senda del pellegrino, il sentiero del pellegrino. Una ciclopista di circa 29 chilometri che origina dall’ex stazione ferroviaria di Belgrano, poco fuori la cittadina di Caucete, affianca la ruta 20 fino all’incrocio con la 141, quindi devia verso il santuario della Difuntita parallelamente alla stessa 141”.
Javier, impettito più di un mezzobusto televisivo, non lesina spiegazioni, quasi potesse fatturare allo straniero ogni sillaba che pronuncia.
Se il linguaggio del corpo possiede una valenza universale, l’attitudine di Pasquale non sprizza entusiasmo: lo sguardo torvo, le braccia conserte sulla difensiva e un piede ballerino, recalcitrante. E’ smontato dalla Duna con riluttanza, battendo i denti, con un principio d’assideramento localizzato nei testicoli.
Aveva avuto l’impulso di lamentarsi di quel fuori programma ancor prima che Javier accostasse. Non occorreva essere dei draghi per cogliere il subdolo tentativo di monetizzare tanta disponibilità. Avrebbe potuto intimare al tassista di tirare dritto e di mettersi il cuore in pace che non avrebbe sborsato pesos in aggiunta al pattuito. Le persone come Javier, però, sono infide, prodighe di smancerie finché le assecondi, capaci di qualsiasi ritorsione se le contraddici.
Sono prevalse le sue maniere da gentiluomo, contemperate da una certa circospezione, e si è censurato. A voler guardare il bicchiere mezzo pieno, perlomeno, ha potuto stiracchiare gli arti anchilosati.
“Quando il sentiero sarà terminato, i pellegrini potranno raggiungere Vallecito lungo un percorso indipendente dalla strada carrabile”.
“ah”.
Il cielo plumbeo sembra comprimere le colline imbiancate sulla linea dell’orizzonte come il coperchio di un sarcofago. Batuffoli evanescenti di nevischio turbinano nell’aria, troppo annacquati per attecchire.
“In concomitanza con la settimana santa la ruta 141 è pericolosamente affollata d’uomini, bestie e vetture. E anche la Cavalcata della Fede potrà aver luogo senza interferire con il traffico su gomma”.
Pasquale sbuffa, trincerandosi nei suoi pensieri. La voce cadenzata ed effimera di Javier lo culla sempre più lontana, sempre meno intelligibile, con l’effetto ipnotico di una nenia della buona notte; il circostante paesaggio lunare è un mandala di coordinate familiari e confortanti che lo permea, evocando ricordi ancora straordinariamente vividi nella sua memoria.
Aveva visitato per la prima volta Vallecito l’anno precedente, sulla scorta di una serie di coincidenze che sembravano essersi inanellate in modo quasi soprannaturale.
Vallecito. Un borgo fangoso d’inverno, una torrida fornace d’estate, che dagli anni 40 del novecento ha conosciuto una crescita tumultuosa dal niente stimolata dal sempre più diffuso prestigio del santuario della Difuntita.
L’abitato appare un’anonima accozzaglia di stamberghe, baracche e moduli prefabbricati distribuiti disarmonicamente a ridosso dell’asse viario principale – la ruta 141 – e annovera: una chiesa, una scuola, un hotel di medio livello, punti di ristoro e spacci di paccottiglia religiosa.
I residenti sfruttano l’indotto del santuario come muffe parassite senza premurarsi di rendere meno topaia la sgradevole topaia in cui dimorano, abbellendola con arredi urbani destinati a durare. Vallecito tradisce tutta la precarietà di una tendopoli.
Vallecito aveva segnato un passaggio imprescindibile della sua tardiva iniziazione spirituale.

3 Quale cortocircuito aveva persuaso Pasquale a riconsiderare in modo tanto radicale i fondamenti del suo stile di vita, ormai ampiamente rodato nella sua mediocrità e improntato a un ateismo granitico?
La sua ultima infatuazione, che, come i tanti altri amori platonici che ne gremivano l’agenda sentimentale, non l’aveva corrisposto? Una promozione che aveva accarezzato e che era stata poi insabbiata con vaghe scuse? Un editore che con franchezza aveva cassato i suoi scritti, sentenziando che erano ampollosi e privi di talento?
La concatenazione di questi tre smacchi in un breve lasso di tempo l’aveva spossato, prosciugandolo d’ogni mordente. Se aveva incardinato la sua vita sulle gioie della famiglia, l’affermazione nelle lettere e la carriera, ne usciva annichilito. Forse erano stati obiettivi fin dall’inizio pretenziosi, soprattutto se cuciti addosso a un uomo poco intraprendente.
D’altra parte, per barcamenarsi tra gli squallidi svincoli della propria esistenza, aveva dovuto puntare alto e convincersi che, quando lo avesse deciso, avrebbe potuto imprimere una drastica svolta alla sua routine.
L’espediente che gli aveva permesso di tirare avanti così a lungo senza crisi di rigetto era stato differire il momento per compiere l’anelata svolta all’indomani, l’indomani al dopo, come se potesse preservarsi giovane ed efficiente in eterno.
Le batoste rimediate avevano definitivamente calato il sipario su quella finzione, recitata con una dose massiccia d’ipocrisia, però a fin di bene.
Forse non tutto era perduto, forse esisteva ancora una soluzione consolatoria in grado di conferire una prospettiva alla sua sofferenza.
Pasquale aveva sempre disdegnato la via della fede perché non aveva saputo scavare dentro i propri pregiudizi e fare tabula rasa degli insegnamenti che i cattivi maestri gli avevano impartito.
Da adolescente, influenzato dall’ortodossia paranoica di sua madre, aveva svilito il proprio credo a una sequela di farraginosi, disciplinati adempimenti burocratici.
Addestrandolo sulla base di un esempio tutto esteriore, quella donna intransigente voleva renderlo un buon cristiano; le indulgenze, pontificava con la sua vocina querula da segreteria telefonica, si acquisiscono fin da ragazzini.
Perciò lo incoraggiava a competere agonisticamente con i suoi coetanei affinché Dio si accorgesse della sua tenacia e lo premiasse nell’aldilà con una rendita di posizione.
Gioca d’astuzia Pasqualino, lo incitava con un scappellotto secco sul coppino, incamera fieno fin da subito che ti tornerà utile nei periodi di magra, sgomita, brucia sullo scatto gli altri bambini e recapita le ampolle dell’offertorio all’altare; sii minuzioso e leale nel confessare le tue marachelle e se il sacerdote ti commina tre Ave Maria, pentiti moltiplicandole…
Era un brodino riscaldato alla portata dei deboli di spirito l’ammaestramento religioso propugnato da sua madre e dall’esercito di coloro che aspiravano alla salvezza dell’anima senza affannarsi eccessivamente.
Quando Pasquale aveva sottoposto a revisione il concetto di fede che gli avevano inculcato, era partito dalla certezza che la fede, ostaggio delle cattedrali, si sopisce come una fiammella sotto vetro.
La fede si annida nel cuore e negli atti degli umili. E’ nella spontaneità delle loro credenze che si purifica dagli intellettualismi e si rinvigorisce, è lì, in quella sorgente cristallina, che bisogna mondarsi per rinascere. E il catalizzatore della fede degli umili è un dio interventista, che rivolge il proprio sguardo alle piccole cose.
Nel tentativo di sottrarsi alle assillanti attenzioni della madre, almeno per qualche settimana all’anno, Pasquale aveva cominciato a viaggiare.
Vagabondando per l’Argentina aveva udito resoconti entusiastici dei portenti che venivano attribuiti all’intercessione della Difuntita Correa.
A Buenos Aires, nel mercatino delle pulci di San Telmo, un artista di strada, che si esibiva con un gonfiabile in sacrileghe simulazioni di tango, usurpando i panni e la fama di Gardel, gli aveva decantato per un boccale di Quilmes il caso di un suo parente, abile imprenditore, proprietario di un’azienda di trasporti.
La fortuna è soggetta a saliscendi incessanti come le maree, palestino – a causa dei suoi marcati tratti mediterranei, il sedicente ballerino doveva averlo confuso con un turista mediorientale. Nessuno può riposare sugli allori e ricchezze consolidate possono svaporare in un batter di ciglia quando la fortuna ti volta le spalle…
“Vieni al nocciolo”. Pasquale, con il suo spagnolo sgrammaticato ma efficace, aveva frenato la loquacità del suo interlocutore, finalizzata a temporeggiare per scroccargli un altro giro di consumazioni; quell’attempata caricatura di Gardel si era già scolata metà boccale e traguardava con brama la botte sul mostrador da cui l’oste spillava chop di birra.
D’accordo, palestino. Ecco il dunque. La buona sorte del suo parente aveva subito un tracollo così repentino e inarrestabile da spingerlo sull’orlo del fallimento.
La solidarietà degli amici latitava, le banche gli avevano congelato le linee del credito. Da uomo brillante e conteso, si era trasformato in un paria perché la iella è contagiosa come la radioattività e la gente se ne tiene alla larga.
Prima di finire stritolato dalla morsa degli usurai, implorò con l’ardire della disperazione un atto di misericordia da parte della Difuntita, proprio lui, un agnostico, che liquidava come superstizione la consuetudine di alcuni suoi colleghi imprenditori che rimettevano alla benevolenza dei santi il buon esito del loro business.
Come d’incanto, la tendenza negativa s’invertì. Acquistò un camion cisterna nuovo di zecca e lo regalò all’amministrazione del santuario.

Vicino al terminal terrestre di Paranà, un trattore ciarliero, ammannendogli due salsicciotti di chorizo, spergiurando sulla testa di suo figlio che era la nuda e cruda verità, gli aveva riferito la vicenda di un suo conoscente. Dopo aver consultato i centri medici più all’avanguardia nel ramo della procreazione assistita e sperimentato le terapie più invasive senza risultati apprezzabili, pur con qualche scetticismo, aveva supplicato la Difuntita Correa di guarire la compagna dalla piaga dell’infertilità. Quando il piccolo era venuto alla luce, nove mesi dopo, il suo conoscente si era sdebitato versando il proprio sangue: aveva salito sulle ginocchia i gradoni che s’inerpicavano fino alla cappella della Difuntita, abrasivi come cocci di vetro. Più la pelle gli si scorticava, più lui si sentiva raggiante: qualsiasi mutilazioni sarebbe risultata di poco conto rispetto all’immensità della grazia ricevuta.
Il racconto di quella felicità inopinata, che aveva cementato il legame di una coppia, era sale sparso sulle ferite di Pasquale ma lo aveva spronato a non mollare la sua ricerca, per quanto assurda potesse apparire tanta ostinazione.
A Cordoba, sorseggiando mate cimarrón, cioè una miscela di yerba mate amara come il fiele, uno studioso delle tradizioni del nord dell’Argentina gli aveva riassunto il primo miracolo della Difuntita che ebbe risonanza in tutto il continente latinoamericano.
Siamo a fine 800. Una vedova cordobese aveva contrattato Don Pedro Flavio Zeballo, l’arriero più esperto in circolazione, affinché conducesse in Cile attraverso l’ardua rotta della Cordigliera una remesa di cinquecento capi di bestiame. In Cile c’era una forte domanda di carne vaccina destinata al consumo dell’industria mineraria e le quotazioni erano remunerative.
Dopo alcuni giorni di viaggio tranquilli, Don Pedro si accampò alle falde di un colle sulla cui sommità una croce d’algarrobo era stata infissa laddove Deolinda Correa aveva continuato ad allattare il proprio figlio dopo la morte ed era sepolta.
In quell’epoca antica la celebrità della Difuntita era ancora agli albori. Forse, avendo udito le narrazioni dei cantastorie, Don Pedro sarà stato al corrente dei prodigi che discendevano da quell’almita; da gaucho, comunque, credeva fermamente nell’innegabile potere dei trapassati di mediare in favore dei vivi e che le cime delle montagne albergassero spiriti buoni. Lui stesso li aveva riveriti in più di un’occasione ergendo delle pile di sassi sui picchi più elevati.
Durante la notte senza luna si scatenò il finimondo.
Nonostante le manovre assennate di Don Pedro e degli uomini della sua squadra per tenere a bada le bestie, quelle, atterrite, sbandarono.
A mente fredda non si offrivano alternative ai mandriani. Dovevano attendere il bagliore dell’alba prima di lanciarsi in caccia del bestiame fuggito per non rischiare d’azzoppare le cavalcature.
E nel frattempo quanti animali sarebbero periti su quel fondo accidentato, zeppo di strapiombi e crepacci? Quanti altri avrebbero vagato fino a morir di sete e paura, sparpagliati in chissà quali angoli di quella remota vastità?
In un mestiere spietato come l’arriería, carisma e affidabilità erano doti essenziali. Seppure Don Pedro avesse salvato una parte della remesa, quel rovescio avrebbe indelebilmente macchiato la sua reputazione. Non appena fosse divenuto di pubblico dominio, nessun committente gli avrebbe più accordato la propria fiducia.
Oppresso da un senso infinito d’impotenza, sentendo che il mondo gli crollava addosso come un castello di carte, Don Pedro pregò la Difuntita Correa affinché lo soccorresse.
Quale contropartita avrebbe edificato una cappella sopra la sua tomba.
Sul far del giorno, seguendo le impronte degli zoccoli, i mandriani cavalcarono fino a una forra. Raggruppati alla base di una scarpata, oggi nota come Cuesta de las Vacas, i 500 bovini ruminavano incolumi.
Dopo aver consegnato agli intermediari cileni il bestiame, sulla via del ritorno, Don Pedro Zeballo adempì alle clausole del suo voto.

4 Alla Difuntita Correa, come ad un’amica comprensiva e premurosa, l’anno precedente, Pasquale aveva confidato il peso feroce della propria dilagante solitudine e le illusioni che custodiva nel segreto del cuore perché la madre non gliele estinguesse con la smisuratezza del proprio rancore. Se sulla faccia della terra esisteva un’anima gemella, avrebbe desiderato che i loro percorsi di vita s’incrociassero e si saldassero in un idillio d’amore. Ecco, Pasquale aveva sfidato la Difuntita, proponendole, per credere, di concedergli l’occasione d’innamorarsi e d’essere amato. Tra amore, fama e carriera, avrebbe potuto sacrificare quegli idoli ambigui che sono fama e carriera, mai l’amore; l’amore è un bisogno fisiologico, la sinuosa linea che interfaccia e nel contempo bilancia yin e yang; l’amore può trasformarsi in un cruccio e incrinare le nostre convinzioni ma senza il pungolo del suo ardore l’essere umano è incompleto e ogni agire insipido.
Se Deolinda Correa avesse esaudito la sua preghiera, le avrebbe donato il prezioso monile in argento dell’Andrieu che portava al collo e a cui era affezionatissimo.
Tuttavia, per quanto Pasquale non vi avesse accennato espressamente nella commovente e spontanea supplica che aveva rivolto alla Difuntita, temendo forse che anche la Difuntita si scoraggiasse, la sua ansia di poter vivere una normalità affettiva cozzava con la situazione di fatto in cui si trovava invischiato.
Le sporadiche fanciulle che nel passato si erano avventurate oltre la soglia di casa in missione esplorativa avevano accusato i sintomi brutali di una gravidanza isterica, travolte fin nelle viscere dalla possessività di sua madre.
La madre difendeva – e avrebbe difeso a ogni costo – l’equilibrio asimmetrico del suo rapporto con il figlio, ricorrendo ai più odiosi sotterfugi per estromettere qualunque femmina potesse insidiarlo.
Neppure la donna più remissiva o innamorata avrebbe accettato la coercizione di quel menage.
Il nome impegnativo, il suo impaccio con l’altro sesso… erano alibi di comodo.
Finché non fosse riuscito ad affrancarsi dalla tutela ingombrante che la madre esercitava su di lui, zavorrandolo di sensi di colpa, il conforto di una vita coniugale gli sarebbe stato precluso.
Una volta, udendo le campane rintoccare a morto verso il mare, aveva vagheggiato che risuonassero annunciando ai quattro venti la dipartita della madre e si era spaventato e vergognato a causa della letizia che quella dolce fantasia gli aveva suscitato.

5 Era stata fatta la volontà della Difuntita?
O si era verificata una provvidenziale convergenza tra la sua visita al santuario e i suoi più inconfessabili auspici?
In autunno sua madre, la sua aguzzina, aveva esalato l’ultimo respiro.
Avrebbe potuto trapassare in modo sereno e dignitoso se avesse realizzato nella sua psiche ormai farneticante che stava per congiungersi con quel Dio veterotestamentario che aveva servito come la più deferente delle concubine; aveva invece lottato con le unghie e i denti, aggrappandosi forsennatamente alla vita, si era battuta coriacea e rabbiosa, contro l’ineluttabile. Era spirata con un travaso di bile, le pupille vitree come quelle di un pesce in putrefazione, schiumando, artigliando il polso del figlio affinché la scortasse tra le ombre dell’aldilà.
Se Pasquale avesse dovuto immaginare il funerale della propria madre, se lo sarebbe immaginato asciutto di sentimenti, non si sarebbe aspettato però quella desolazione insopportabile.
Un’esistenza dissipata senza aver fecondato, una voce troppo flebile perché non ha nulla da dire. Si era meritata l’oblio, aveva meditato Pasquale, cinico, contemplando tra odorose volute d’incenso il feretro in cui giacevano le spoglie inghirlandate di quella donna gretta che era stata sua madre.
Il suo sguardo ozioso si era soffermato su alcuni dettagli insignificanti, non per fissarli nella memoria ma per dimenticarli più in fretta: il foulard di raso nero, i gambaletti color carne che, insaccandone i polpacci, facevano somigliare le sue cosce a dei prosciutti innervati di vene varicose, la maschera del viso perennemente imbronciata, espressione che neppure l’esperto truccatore aveva saputo attenuare nonostante la profusione di ciprie e fondotinta.
Si era congedato da lei con più risentimento che tenerezza, marziale. Anzi, peggio: aveva stazionato davanti alla bara con il distacco emotivo di uno studente che assiste a un’autopsia.
Orbato infine di ogni affetto, Pasquale si era sentito rinascere.

6 Quando Pasquale si riscuote dallo stato di trance in cui si è crogiolato, Javier – che neppure si è avveduto del fugace estraniamento del suo passeggero – lo sta martellando con alcune specifiche tecniche, condite da prolissi dati statistici, sulla Cavalcata della Fede.
“Uno spettacolo emozionante che coinvolge l’intera nazione gaucha. 3500 cavalieri agghindati con le pilchas più attrattive e a ranghi serrati marciano da San Juan al santuario della Difuntita. Due giorni di viaggio. Si dorme a Caucete. Alla XXI Cavalcata questo aprile c’era una folta delegazione di huasos cileni”.
“L’altra volta non l’avevo notata… la senda del pellegrino” mormora Pasquale, salvo mordersi la lingua subito dopo quasi avesse spifferato al nemico un segreto di stato. Dare corda, seppur inconsciamente, alla logorrea di Javier rasenta il masochismo.
“Sei già stato qui?” trasecola il tassista, fremendo fin nelle entrañas, mentre ripiega verso la Duna con il portamento dinoccolato di un pasciuto invertebrato; con un’energica passata d’avambraccio spazza via la pellicola cotonosa che si è deposta sul parabrezza.
Pasquale annuisce, intirizzito dal rigore del clima, nonostante si sia intabarrato con un duplice strato d’indumenti pesanti sotto il pilot.
“Le sei devoto?”, continua a importunarlo Javier, non pago. La sua indiscrezione è sfrontata.
“Se blateri ancora ti entrano i ragni in bocca, hombre”, lo rintuzza Pasquale, sarcastico, esacerbato da quella esibizione muscolare di verbosità.
“Yo… Yo…”, farfuglia l’argentino, arrossendo fino all’attaccatura dei capelli. Non si era aspettato una reazione tanto stizzita e maligna da parte di un uomo mite, è stato preso in contropiede. In circostanze diverse si sarebbe indispettito per quel rimbrotto che gli aveva toccato un nervo scoperto; in altre circostanze avrebbe ribattuto a muso duro, pan per focaccia… ma non oggi, oggi, senza lasciar trasparire il proprio fastidio, incassa con un’alzata salomonica di spalle.
Infila la chiave nel blocchetto dell’accensione, la ruota, il motore ibernato singhiozza un poco, tvvvtvvvtvvv, poi si rinfranca e ruggisce. Si rimettono sulla 141, derapando nella manovra sul fondo scivoloso. Incrociano alcune sgangherate autovetture provenienti da Vallecito, sui cui cofani, come raffazzonate polene, spiccano tozzi pupazzi di neve. Javier guida con brio, rimuginando sull’ammissione dello straniero d’essere devoto alla Difuntita, ammissione che prefigura scenari dai contorni imprecisati ma potenzialmente redditizi.
Di solito un promesante si reca la prima volta al santuario per un pedido. Ritorna la seconda volta perché ha il dovere implicito di ricambiare la benevolenza della Difuntita, “cumplir“.
Ci sono mille modi d’assolvere a quel dovere.
Tralasciando dal novero gli esempi più eclatanti, il fedele comune, che è andato ad alloggiare nella casa dei propri desideri, omaggerà la santa con un modellino stilizzato d’abitazione. Gli sportivi: coppe, medaglie e casacche. Membri delle forze armate e tutori dell’ordine: mostrine, distintivi, onorificenze e uniformi. Le spose: l’abito bianco delle nozze. Le puerpere: ciucci, bambole, biberon. I camionisti: miniature dei loro mezzi, componenti del motore o lamiere della carrozzeria.
Se uno se la cava per il rotto della cuffia in un incidente automobilistico catastrofico, la targa accartocciata del proprio veicolo. Se si perora e ottiene una protezione generica per sé e i propri cari: bigliettini manoscritti, poesie, fotografie…
Però una manda si può anche estinguere alienando dei valori, se si possiedono. Un gioiello. O denaro sonante.
“E tu, gringo, come pensi di cumplir?” s’interroga Javier, roso dalla cupidigia. Nel suo immaginario, i turisti sono ricchi di default.
La stessa meschina cupidigia che, a distanza di un lustro da questa giornata d’inverno – se il destino sfrecciasse verso fine corsa come una locomotiva sui binari – lo istigherà ad avvelenare quel ficcanaso di suo padre con un’overdose di medicinali, stufo della sua assillante supervisione e delle restrizioni patrimoniali che gli saranno state imposte per timore che dilapidi le finanze di famiglia con le sue mani bucate.
Javier laverà i rimorsi dalla coscienza, considerando l’omicidio del genitore alla stregua di una cura compassionevole somministrata all’infermo per non protrarre il suo calvario.

7 Gli alfajores sfornati dall’opificio Chammas sono una goduria per il palato, 40 fragranti grammi di farina stemperati in quarti di nobiltà.
Strepitosi bonbon composti di due cialde, farciti con dulce de leche e poi glassati, erano prodotti nella città di Cordoba già a partire dal XVIII secolo da conventi e case religiose.
Nel 1869 il chimico francese Chammas conferì alle sue prelibatezze la classica foggia bombata e li commercializzò su larga scala con il brand “Chammas desde 1869“.
Questa banale innovazione morfologica rivoluzionò il mercato della confetteria cordobese.
Creare dolci è un processo che coniuga abilità manuale e ingegno come qualsiasi arte figurativa: farina di grano, fecola di mais, zucchero e margarina sono a disposizione di tutti i mastri confettieri, però solo i Michelangelo della pasticceria amalgamano cappelle sistine da quegli ingredienti grezzi…
Pasquale pesca dal suo zainetto una scatola d’alfajores della linea Chammas – Javier lo scruta, perplesso – ne scarta uno e lo porge in un gesto distensivo al giovane taxista, che, da quando sono ripartiti dal decadente tempietto del Gauchito, gli è parso insolitamente taciturno, totalmente assorto nelle sue congetture. Suppone che possa essersi offeso per la battuta mordace dei ragni in bocca o forse è solo lunatico e immaturo, incapace di dosare e contestualizzare i suoi mutevoli stati d’animo. Poco male. Non lo tange l’umore volubile di Javier, la loro forzata convivenza sta volgendo all’epilogo, tra poco ognuno sarà libero di proseguire per il proprio cammino; tra poco, di quel ragazzotto scostante e omofobo, serberà null’altro che un amaro ricordo.
“Quieres? Gradisci? ASPETTAMI AQUI. Me la sbrigo in venti minuti mas o menos”.
E’ un ordine perentorio che non ammette repliche e che Pasquale enfatizza con uno sguardo severo. Non sto scherzando, chico. Non ci provare a seguirmi.
Bastone e carota. Di bastonate verbali, all’autostima del taxista, gliene ha assestate parecchie e umilianti nell’ultima mezz’ora. La carota è l’offerta conciliatoria del dolcetto, il calumet della pace; signorilmente potrebbe pure compensarlo con l’agognato obolo, a integrazione della tariffa concordata, per l’impegno che ha comunque profuso nel prodigarsi da cicerone – sebbene non sollecitato, persino molesto in certi frangenti.
Pasquale sta volando alto, gravita in una dimensione trascendente ed eterea che un microbo umano come Javier neppure può concepire, ma per volare alto senza farsi assalire dalle vertigini gli occorre raccoglimento e non un grillo parlante che lo francobolli passo a passo, distogliendolo con la sua frivolezza.
Al rendez vous con la Difuntita deve presentarsi nudo, lui insieme alla propria verità.
Javier corruga la fronte, irritato dall’aggressività verbale con cui lo ha di nuovo apostrofato lo straniero. Si trattiene per l’ennesima volta dal protestare, grugnisce assertivo mentre si rassetta nervosamente il ponte degli occhiali sulla gobba del naso; l’irritazione scema.
“Come comanda, señor”. Te la faccio vedere io, vecchio bacucco…
Addenta la friabile massa dell’alfajor di cui è estremamente ghiotto, inserisce nel cassetto del frontalino un cd dei Manà, usurato dall’ascolto, 14 brani unplugged che corrispondono a 90 minuti di musica trascinante, adeguati a ingannare la breve attesa.

Ad andatura sprintosa, Pasquale si beve il tratto di marciapiede tra il parcheggio e l’ingresso del santuario. Varca il cancello con impeto, sostenuto da un fervore devozionale che deve sfogare al più presto per non implodere.
A causa del clima proibitivo e del giorno feriale, i visitatori sono rari, frettolosi. Eccetto il cancello con la sua funzione meramente evocativa, come una specie d’arco di trionfo, non si riesce a individuare un diaframma, ad esempio un muraglione, che riparta le pertinenze del santuario dal nucleo urbano, sacro e profano si compenetrano.
Accedere al complesso dall’unico gate significa semplicemente voler percorrere il circuito di visita ufficiale, imboccando il vialetto lastricato che si sgroviglia fino alla scalinata senza inzaccherarsi la suola delle scarpe nel melmoso pantano in cui neve e pioggia, alternandosi fin dal primo mattino, hanno convertito le aree limitrofe.
Javier ha spiato dallo specchietto retrovisore gli spostamenti concitati del suo passeggero. Non appena si è defilato dal suo campo visivo, sulle note della canzone “No ha parado de llover”, è sceso e si è diretto a sua volta verso l’entrata, guardingo, per pedinarlo.
Se si tradisse e lo straniero dovesse adocchiarlo, sarebbe una mezza sventura: potrebbe rassicurarlo inventandosi la scusa plausibile che si annoiava a starsene con le mani in mano e che voleva sgranchirsi ma il suo piano d’azione, partorito da una mente scaltra ma non certo strategica, si complicherebbe alquanto.
Il santuario si struttura su due livelli: i fabbricati di servizio che costellano la piana e l’acropoli.
Subito oltre il cancello ci s’immette in una corte, pavimentata da lastre scistose e orlata da sobrie cappelle – alcune intonacate di calce, altre con la facciata in mattoni a vista o rivestite da placche metalliche celebrative – al cui interno sono stipati gli ex voto, meticolosamente catalogati, che i promesantes hanno donato alla Difuntita; ogni cappella ospita ex voto omogenei per genere (la cappella oberata d’uniformi, quella in cui sono accatastati modellini di camion, ecc.).
In una di queste cappelle, non più appariscente delle contigue, al punto che potrebbe benissimo essere bypassata da un pellegrino ignaro, sono custoditi i resti mortali di Deolinda Correa, dopo essere stati riesumati e trasferiti abbasso dal sito della sua sepoltura primaria – cioè il colle che torreggia su Vallecito, laddove si verificò il fenomeno del miracoloso allattamento e Don Pedro Zapallo implorò l’intervento della santa per la salvezza della sua mandria.
Proprio il colle, con la sua terrazza belvedere, la croce monumentale e lo spartano saccello, costituisce il fulcro del santuario che calamita gente da tutta la nazione.
Pasquale attraversa spedito il cuadro de capillas, la corte delle cappelle, e guadagna la base della Via crucis, la rampa di 72 gradini che s’arrampica alla vetta. Una pensilina, tappezzata da targhe d’automobili e propiziatorie fettucce rosse, ripara dalle intemperie i fedeli che s’inerpicano per la scalinata.
Ai versanti scoscesi della collina s’abbarbicano a spirale modellini di casette monofamiliari; quando le casette deperiscono e collassano per l’aggressione virulenta degli agenti atmosferici, vengono rimosse dall’amministrazione del santuario e arse, se sono in legno. Prontamente, nuove casette le rimpiazzano.
Si ha notizia di altre, in materiale non combustibile, stoccate nella pianura in discariche abusive a cielo aperto.
La foschia si è frattanto fessurata. Come attraverso gli scuri di una persiana, trapelano dalla coltre delle nubi i raggi di un sole reticente, prossimo al tramonto; colonne tortili di fumo e grasso serpeggiano, come stelle filanti, dalle braci dei parrilleros che stanno approntando la cena per i pellegrini.
Irradiata da quella timida opalescenza, la malinconica Vallecito sembra dissolversi in uno struggente miraggio da mille e una notte; la sua volgarità edilizia s’attenua.
Dal parapetto della terrazza da cui, a volo d’uccello, si domina la piana e il paese, Pasquale osserva i soffusi giochi di luce incoronare quella giornata sbiadita, facendo sperare per l’indomani un probabile rasserenamento.
A Vallecito sembrano trovare ricovero la sua irrequietezza, il suo fatalismo strumentale, quel bolo, cioè, che gli ostruisce la gola e gli paralizza la volontà ogniqualvolta si appresta a rivoluzionare l’ordine delle cose e il grado delle priorità nella sua vita insulsa.
A Vallecito Pasquale percepisce che le sue frustrazioni, accordate al flusso dell’eternità, all’incessante processo della creazione, della distruzione e della trasformazione, sono irrilevanti; se si accetta l’assunto che la ciclicità della natura è governata da un motore primo, un principio infinito e imperscrutabile, sarebbe presuntuoso circoscrivere la volontà di quel principio illimitato e attribuirle un interesse e un’influenza sugli snodi delle nostre trascurabili vite. Il destino è una massa amorfa, indeterminata, che assomma una miriade di possibilità, tutte le possibilità a cui possiamo ragionevolmente ambire in relazione al nostro status sociale e alle nostre facoltà; dipende dalla risolutezza di ciascuno aizzare il proprio destino, blandirlo o subirlo, scegliere se cavalcare l’onda e vivere con pienezza o rimpiangere ciò che avrebbe potuto essere; basta scrostarsi di dosso le scorie della rassegnazione e tenere la schiena dritta.
Un brivido ritemprante scuote Pasquale dalla sua inerzia esistenziale e lo fa sentire in armonia con se stesso, parte integrante del creato, non più un oggetto datato e fuori posto; per un istante ogni meta gli sembra alla portata dell’uomo che s’impegna.
E’ tuttavia troppo scafato dalle avversità, troppo conscio delle sue debolezze per illudersi che sia sufficiente una predisposizione transitoria dell’anima a invertire la direzione di una rotta fin dall’inizio sghemba. Vallecito rappresenta una parentesi, un momento intimo, esaltante, ma frutto di circostanze eccezionali; a Vallecito, sotto lo sguardo vigile e affettuoso della Difuntita, le angosce si quietano e chiunque si considera migliore.
Chiusa la parentesi, la vita di tutti i giorni si riprende i propri spazi e ci attende al varco, spietata, con il suo fardello di storture, le sue sconfitte.
Liberato dall’ingerenza della madre, Pasquale è però nella condizione d’affrontarla con più ottimismo.
Poi la sua attenzione viene catturata dalle palpitanti professioni di fede che si susseguono lungo la scalinata dove i pochi pellegrini arrancano penosamente gradino dopo gradino, ansimano, ledendo la stoffa dei pantaloni, martoriandosi le ginocchia, mortificando la carne, immuni al dolore e al freddo che li flagella senza pietà, grazie alla coperta intessuta dal loro inossidabile credo.
Mimetizzato tra i penitenti, ecco Javier; si fa schermo con un corpulento pellegrino che sale dando la schiena al sacello della Difuntita; la sua compagna, con un bebè che strilla nel marsupio, lo affianca e lo rincuora nel portare a buon fine l’impresa di cui si è fatto carico per entrambi.
Giunto in cima, il taxista si apparta presso uno sperone roccioso, posto all’estremità orientale della terrazza e sormontato da una ragguardevole croce commemorativa in ferro battuto, con i bracci abbelliti da snelli arabeschi. Se comparassimo Vallecito e il deserto sanjuanino alla tesa di un cappello, il colle ne costituirebbe la calotta e lo sperone il pennacchio.
In un incavo, contornato da un lato da un muretto di contenimento e all’estremità opposta dalla parete dello sperone, guizzano candele, le cui vampe hanno annerito la roccia nel corso degli anni; uno spesso cuscino di cenere – da cui affiorano tubi di scappamento, marmitte, manubri di motociclette, volanti, statuine votive… – fodera l’incavo.
Fingendosi indaffarato a raddrizzare mozzichi abbattuti dalle raffiche del vento, che frustrano la terrazza con particolare veemenza, Javier spia furtivamente le mosse dello straniero.
Il sacello della Difuntita è un blocco squadrato, privo di fronzoli; in facciata sono state ricavate due aperture.
La consuetudine stabilisce che l’orante penetri nel tempio dall’uscio di sinistra, invochi il favore della Difuntita con una sintetica giaculatoria ed esca da quello di destra, “la salida”, alleviato dal peso delle proprie preoccupazioni, rinsaldato nell’auspicio di un anno prospero.
E’ il turno di Pasquale d’entrare. Bisogna fare tesoro di ogni secondo trascorso al cospetto della Difuntita; gli altri pellegrini s’accalcano, non ci si può dilungare. Javier s’insinua dalla salida, dall’altro capo del vano, per monitorare senza essere scorto le fasi salienti del rituale. Sorveglia lo straniero che si genuflette davanti all’abside in cui è incassata la statua della donna – un prodotto dozzinale, sagomato secondo i canoni dell’iconografia più tradizionale: accasciata di tre quarti su un capezzale di pietre, con il florido pupo che si avvinghia alla mammella che fuoriesce turgida dallo scollo della tunica vermiglia. Più che nelle cianotiche tonalità del rigor mortis, le sue membra sembrano scolorare nell’abbandono languido del sonno, a discapito di una resa più realistica.
L’ alone di sensualità che la statua emana è mitigato da pacchetti ancora sigillati di candele Malambo, impilati sul petto denudato; ovunque lo sguardo vaghi, s’imbatte in bottiglie d’acqua ricolme affinché, almeno da morta, la Difuntita non debba patire la sete.
“O Difuntita, madre di colui che soffre – salmodia Pasquale, le mani giunte, il capo reclinato – madre di colui che piange, sii benedetta ora e sempre, che la protezione di Dio scenda su di te. Amen”.
… tutto liturgicamente ineccepibile, medita Javier attonito, ma qual è il mio tornaconto? Che abbia preso una cantonata? La mia intuizione… se avessi subodorato la fregatura, me ne sarei rimasto in macchina con il culo al calduc…
No, no, un ratito.
Pasquale aveva esitato a “cumplir” per essere sicuro di non commettere avventatezze di cui si sarebbe potuto rammaricare. Allorquando avesse agito, non avrebbe avuto più margini per tardivi ripensamenti. Si era domandato un’ultima volta se si fosse fumato completamente il cervello a privarsi del medaglione dell’Andrieu che si tramandava nella sua famiglia da generazioni per una motivazione tanto aleatoria.
Fino a che punto l’infelicità gli ottenebrava i sensi impedendogli d’essere lucido nelle sue valutazioni?
Eppure, per quanto folle la decisione potesse risultare al vaglio di un’analisi razionale, la sua fermezza gli sembrava giustificata.
Indugia con la mano a mezz’aria, come se il conto alla rovescia del buonsenso non si sia del tutto azzerato, quindi sgancia il fermaglio della catenina e colloca il ciondolo in una rientranza tra la nuca della Difuntita e la parete concava dell’abside.
Un monile antico e d’argento potrebbe indurre in tentazione anche i più virtuosi, a maggior ragione con la crisi sociale che affligge l’Argentina. Meglio cautelarsi.
Quando Pasquale riguadagna l’abitacolo del taxi – dopo una strategica sosta ai bagni dei “Caballeros” causata da un attacco fulminante di diarrea, lascito di un cartone di salchipapas di dubbia qualità e dopo aver ingurgitato un paio di pasticche di loperamide per tamponare l’emergenza – Javier appare mummificato nella stessa postura fetale in cui lo ricordava, con sulle labbra un baffo coagulato di dulce de leche e, stampato, il ghigno sagace di chi ha appena sbancato il casinò.

8 Se il destino fosse pignolo nei suoi accertamenti come un notaio, Javier il tassista invecchierebbe accumulando settant’anni di grigiore, tre efferati delitti e incalcolabili violenze domestiche finché il più auspicabile dei decessi – l’infarto – verrebbe a traghettarlo con un guanto di velluto dal sonno ristoratore al sonno eterno.
Però la Difuntita Correa è implacabile cobradora, nel senso che si rivale ferocemente su chi approfitta della sua benevolenza o le manca di rispetto.
E Javier l’aveva insultata sottraendole il ciondolo d’argento che le apparteneva.
A Chimbas, all’angolo tra Benavìdez e Brown, è ubicato un altarino assai venerato della Difuntita.
Nottetempo un derelitto senza dio depredava i centavos dal cestello delle elemosina per sperperarli nelle bettole del circondario.
Si credeva furbo e sbandierava le sue prodezze da manigoldo, snobbando i cittadini terrorizzati che lo ammonivano a mantenere un basso profilo e a non provocare apertamente la santa.
Dopo l’ennesimo furto, venne travolto mentre barcollava ubriaco fradicio nel mezzo della pubblica via, in un cono d’ombra causato da un improvviso calo di tensione. Un guasto misterioso, in effetti: l’illuminazione si rimise in funzione subito dopo l’incidente; se la luce non fosse mancata, l’autista della vettura, che non andava veloce, avrebbe potuto imbastire un tentativo di frenata.
Nello schianto, le ossa del poveraccio furono sfracellate e il suo corpo disarticolato catapultato in aria come schiocca il tappo di un vino effervescente; la refurtiva si sparpagliò in un raggio di vari metri.
Nessun farabutto osò intascarsela.
Non che a Chimbas vivessero solo uomini retti ma quelli che non erano retti, ci tenevano alla pelle. Si trattava di un raccolto di monete maledette. Vennero raccattate dagli spazzini insieme alle secche foglie autunnali e restituite senza trattenute alla legittima proprietaria. I fedeli espiarono l’offesa che quel balordo aveva arrecato alla loro santa in lunghe veglie di penitenza.
In conseguenza di questo fatto di sangue gli abitanti di Chimbas cessarono di procacciarsi il favore della Difuntita offrendole effectivo per non eccitare fatali bramosie…
Quando ne aveva avuto contezza, Javier – che non era tipo scaramantico – aveva equiparato la storiella della presunta rappresaglia di Deolinda Correa alle superstizioni che se va in frantumi uno specchio avrai sette anni di disgrazie a meno che non infili in un secchio pieno d’acqua i cocci e li ammolli per sette giorni e sette notti o che se t’imbatti in un individuo dai capelli rossi avrai guai per tanti giorni quanti sono i bottoni della tua camicia.
Baggianate. E lo lasciava basito che uomini rudi e con le palle vacillassero come femminucce di fronte alla minaccia del soprannaturale.
“Qual è la fine più verosimile per un ubriacone, cabrones?” cercava di far ragionare quei citrulli dei suoi colleghi, che, quando si accennava alla vicenda di Chimbas, abbozzavano uno sbrigativo segno della croce per scongiurare la malasorte. Quindi lo imploravano di cambiare argomento di discussione, l’episodio di Chimbas era interdetto.
Javier, imperterrito, li scherniva:
“Una cirrosi epatica o attraversare la strada inebetito dall’alcol ed essere investito da un’auto in corsa. Come i randagi, no? Cani e ubriaconi uguali sono per gli automobilisti. Nulla di straordinario, vedete?”
…Perciò, mentre sgraffignava con destrezza dal suo nascondiglio il ciondolo di Pasquale – era stato come rubare la marmellata a un bambino – Javier pensava che l’unica incognita a cui prestare attenzione fosse la ricomparsa del suo passeggero… ma che lo straniero lo cogliesse con le mani in pasta era un rischio minore della probabilità d’essere centrato da un frammento di meteorite o fulminato da una saetta: l’aveva visto infatti fiondarsi giù dalla terrazza come se fosse braccato da uno sciame di calabroni, in direzione delle latrine maschili, lerci blocchi di cemento situati sull’altro lato della Ruta 141.
Quella sera Javier si era apparecchiato un banchetto d’agnolotti caserecci e assaggini gourmet che aveva innaffiato con un novello tinto, selezionato tra le polverose riserve della cantina dirimpetto casa, soprannominata “La gioielleria” per la sua esosità.
Alla salute di quel figlio di puttana di straniero che si era rivelato meno figlio di puttana di quanto si sforzasse d’apparire. Congedandosi, gli aveva allungato la mancia.
Affinché il padre non lo seccasse con le sue esigenze da invalido, rovinandogli lo spasso, si era premunito di neutralizzarlo, facendolo ingozzare e bere a garganella, contravvenendo alle raccomandazioni del dottore che aveva prescritto al vecchio una dieta parca. Si vive una sola volta, pa’, i medici sono dei nazi, fottitene per una volta delle loro prediche salutiste, festeggiamo sbronzandoci che gli affari vanno a gonfie vele.
Adesso, dalla camera, invece delle abituali, isteriche intimazioni – rimboccami le coperte, portami questo, aiutami con il pitale – con le quali lo opprimeva e lo sminuiva, si propagava un concerto di brusii gutturali come il caffé che gorgoglia nel bricco della moka.
Soave musica per le orecchie di Javier. Neppure una cannonata avrebbe resuscitato suo padre dal letargo.
Quella sera a casa di Javier, bonificata dalle intrusioni paterne, vigevano il rutto libero e le seghe fino alle ore piccole.
Dopo l’abbuffata, il taxista se ne stava stravaccato in poltrona, compiaciuto, esaminando il monile che aveva rubato; in televisione, un tutorial assai didattico dell’istrionico chef messicano Aguiles Chavez – un ibrido tra Super Mario Bros con mustacchi alla Poirot – illustrava la ricetta di un dolce a base di fragole, aceto balsamico e basilico, una contaminazione decisamente ardita.
“Chissà quanto ci posso ricavare?” fantasticava Javier, rigirandosi il ciondolo nel palmo; si era già avvantaggiato, calando la zip dei jeans per masturbarsi durante la seconda parte della serata.
Sul rovescio della medaglia era incisa l’iscrizione: Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Re di Roma… Un re, addirittura! La data di conio era in caratteri romani: M, D, delle C, tutte le cifre apparivano abbastanza deteriorate… per lui era arabo. Il ciondolo era ammantato da una patina dal sapore antico, sembrava indubbiamente un oggetto di pregio. E pesava. Oh, se pesava…
Non avrebbe rischiato di svendere quel tesoro a Don José, il ricettatore, che a furia d’infinocchiare poveri cristi aveva inaugurato la terza filiale del suo banco dei pegni, si era costruito una villa corredata di piscina olimpica e, per quanto fosse ripugnante, girava attorniato da bellezze mozzafiato, donne di vita sin duda ma strafiche. Don José era un furbo di tre cotte.
Non si sarebbe rivolto sulla fiducia ai servigi di quel profittatore, doveva farsi un’idea più circostanziata riguardo al prezzo di mercato del suo gioiello. Ma lui era un’ignorante in materia. Certo le quotazioni dell’argento bruto poteva reperirle, tuttavia determinare quanto di più valesse il metallo cesellato con tanta perizia da quel tale Andrieu era un altro paio di maniche. Come venirne a capo senza finire nelle avide grinfie del Don José di turno? Forse avrebbe potuto verificare se la biblioteca custodiva dei cataloghi d’asta e sfogliarli alla ricerca di una risposta.
Ci avrebbe riflettuto con calma; la sua mente poco perspicace aveva dovuto gestire fin troppe situazioni impreviste per quella giornata.
Javier, quella sera, si sentiva soddisfatto di sé. Il succo della vita erano un lavoro decente, e l’aveva, il calcio, e non si perdeva una partita, scopare… e quando avesse concluso l’affare, il sesso avrebbe cessato d’essere un tasto dolente.
Altre ambizioni Javier non ne coltivava.
E se il destino fosse una scienza esatta invece che una velleitaria lista di “io vorrei”, il tassista esaudirebbe i suoi desideri…
Javier non si era allarmato per un fragore improvviso che sibilava giù dal cielo. Ti devi abituare ai rumori più molesti se il tuo appartamentino sorge in prossimità dell’aeroporto Sarmento – nonostante questa vibrazione somigliasse più al fischio di una traiettoria balistica che al rombo dei reattori di un aereo.
Aveva alzato a stecca il volume del programma “El Toque de Aguiles” per sovrastare il frastuono dell’atterraggio. Lui non sapeva neppure cucinarsi un uovo al tegamino, era un tipo da rosticceria ma lo show d’Aguiles, con la sua stravaganza, lo metteva di buonumore.
Quando suo padre si fosse convinto a finanziare i necessari lavori d’ammodernamento, avrebbe insonorizzato l’appartamentino con i doppi vetri.
Questo aereo però esagerava… il capitano burlone si divertiva a fare il pelo alle abitazioni?
Era quasi costretto a leggere il labiale del cuoco tanto il boato si era fatto assordante.
Se l’aereo avesse spento i motori bruscamente, il vocione baritonale d’Aguiles sarebbe deflagrato, spandendosi per il vicinato, e tutte le massaie sarebbero state informate del segreto della torta di fragole in agrodolce…
Un nanosecondo prima di rendere l’anima a Dio, Javier il tassista aveva pensato che la sorgente di quel baccano potesse essere la Difuntita Correa. La Difuntita Correa che veniva giù a riparare i torti.
A volte pensava proprio delle cazzate.
Le foto sono di Sara Novelli @sara.novelli.art



