Vank, Nagorno Karabach, anno 2019. Il villaggio di Vank, meno di 2000 anime, deve innanzitutto la sua notorietà al monastero di Gandzasar, che tra le sue molte reliquie custodirebbe, sepolta sotto le fondamenta, la testa mozzata di Giovanni Battista.
Inoltre, dopo l’armistizio del ’94 che ha sancito una precaria tregua tra separatisti armeni ed Azerbaijan, un miliardario armeno della diaspora, nativo di Vank, ha deciso di donare al suo paesino infrastrutture faraoniche e un hotel eclettico e incoerente, sagomato come un bastimento, una sorta di bizzarra arca di Noè arenata nel cuore del Caucaso a migliaia di chilometri di distanza dal mare (nomen omen, infatti l’albergo si chiama “Hotel Ecletico”).
Questa architettura kitsch ostentata con tale tracotanza, così decontestualizzata tra umili catapecchie e boschi incontaminati, risulta in definitiva quasi ammaliante.

Non pago d’aver prodotto tanta volgarità edilizia, il filantropo americano ha deciso di battezzare il ristorante annesso all’hotel “Van Gogh”, nelle sue intenzioni, forse, per conferirgli una caratura più cosmopolita; a un paio di chilometri da questo scempio è stato pure realizzato un parco ricreativo, una pacchiana Disneyland, che annovera tra le sue attrazioni un emiciclo d’ispirazione classica con ninfe delle acque e una copia del David di Michelangelo, un poderoso galeone dei pirati con un distributore di lattine di Coca Cola in coperta, draghi in ferro battuto e un leone rupestre dalle fauci spalancate che i visitatori tentano d’imboccare dal piano stradale, scagliandogli ciottoli. Centrando il bersaglio, si attira su di sé la buona sorte.
Sulla marshruktha (minibus) da Stepanakert per Vank faccio la conoscenza di due cugini iraniani di Shiraz. È il primo viaggio che compiono all’estero.
È un piacere condividere il loro entusiasmo per ogni nuova scoperta, la loro eccitazione.
Mentre ci dirigiamo al parco degli eccessi, ad una curva, mi sollecitano sbracciandosi, infervorati. Li raggiungo e scruto a mia volta con una certa curiosità nella direzione verso cui indicano. Un’aia dove razzola qualche animale da cortile, corde di panni stesi ad asciugare, un orticello ombreggiato e ordinato. Non mi sembra annidarsi in questo paesaggio bucolico nulla di così eclatante da giustificare tanta adrenalina. Forse mi sfugge qualche dettaglio.
“Pig, pig, pig” sbraitano loro, segnalandomi due maialini rosa che grufolano dabbasso in un recinto come se fossero tigri sbucate d’un tratto dalla macchia.
Non si contengono. Sono i primi maiali in carne e ossa che vedono nella loro vita.
L’ euforia dei turisti iraniani, nutrita di piccole cose, mi ha fatto meditare su quanto in alto abbia posizionato la mia asticella emotiva e di come sia sempre più complicato compiacerla.



