Sebbene il Nagorno Karabach annoveri tra le sue attrazioni alcuni incantevoli monasteri d’epoca medioevale e, verso la no man’s land con l’Azerbaigian, almeno un sito archeologico degno di menzione, Tigranakert, la città di Tigrane, il suo monumento simbolo è decisamente più recente e, da una prospettiva storica, di valore impalpabile.
Sotto il profilo estetico, poi, con i volumi essenziali e rigorosi d’ispirazione sovietica che lo caratterizzano e un’iconografia teneramente infantile, non merita certo di essere segnalato tra i tesori delle arti figurative.
Si tratta di un gruppo scultoreo in tufo che s’erge come un fungo tra le ondulate praterie a nord di Stepanakert, una passeggiata non faticosa di 15 minuti per arrivare, seguendo il tratto in lieve pendenza della M. Mashots.
Il manufatto s’intitola “We and our mountains” ma è più conosciuto con il suo affettuoso nomignolo Tatik-Papik (nonna e nonno in armeno) e fu completato nel 1967 dallo scultore Sargis Baghdasaryan e dall’architetto Yuri Hakobyan.
Rappresenta un’anziana coppia di contadini karabachi in costume tradizionale (Taraz). La statua è priva di basamento come se i busti scaturissero direttamente dal sottosuolo o vi s’innestassero con radici tenaci. Nella sua solidità assomiglia a un totem di pietra che veglia sulla sacra inviolabilità dell’homeland.
Il legame con la terra natia costituisce una bussola esistenziale per gli abitanti del Nagorno che amano la propria madrepatria di un amore viscerale e orgoglioso che non ha nulla a che spartire con i proclami xenofobi tipici del più becero nazionalismo.
Le altezze sfalsate di Tatik e Papik non devono essere lette come uno stereotipo di genere ma alludono ai crateri del grande e piccolo Ararat, la montagna che, pur trovandosi oggigiorno in territorio turco, ha innervato la cultura degli armeni e ne incarna le traversie.

Non mi sorprende scoprire che il Soviet dell’Azerbaigian (di cui il Nagorno era un oblast, una provincia) si fosse opposto in modo strenuo alla realizzazione dell’opera proprio a causa delle sue connotazioni smaccatamente filo armene e irredentiste.
Fu la carta stampata di Mosca ad affibbiare l’epiteto di Tatik-Papik al monumento. La Pravda, forse non cogliendone appieno le implicazioni ideologiche, la considerò un’innocua celebrazione dei centenari e in senso lato della terza età. Negli anni sessanta, infatti, vivevano nel territorio del Nagorno più centenari che in qualsiasi altra zona dell’Urss .
Data la sua fama, è un set gettonatissimo per i servizi fotografici nuziali e una meta privilegiata delle gite fuori porta.
La madrepatria che Tatik e Papik proteggono è però contesa.
La comunità internazionale si ostina a non riconoscere la realtà del Karabach, la circostanza, cioè, che, de facto, il paese si è reso indipendente al temine di una sanguinosa guerra ed è adesso governato dai propri organi elettivi, forse temendo d’innescare un’ondata d’emulazione e di conseguente instabilità geopolitica.
I negoziati tra l’Armenia e l’Azerbaigiàn per la definizione dello status giuridico del Nagorno si trascinano stancamente da un ventennio all’insegna dell’ipocrisia. Sono più che altro un contentino alle pressioni del gruppo di Minsk (Russia, Francie e Usa) che tratta sotto l’egida dell’Ocse alla ricerca di una dignitosa exit strategy. Nessuno crede però alla possibilità che si giunga a un effettivo compromesso dal momento che non sono conciliabili le istanze d’indipendenza armeno-karabache con le rivendicazioni azere d’integrità territoriale.
Questa situazione di stallo costringe la gente del Nagorno a vivere una parvenza di quotidianità in un limbo d’incertezza. Eppure, dietro le quinte, si stanno cementando le fondamenta della nuova nazione.
Nel 2017 si è svolto un referendum costituzionale, il cui esito non è stato omologato dalla Comunità internazionale, con il quale la popolazione del Nagorno ha deciso d’emanciparsi dalle maglie di un passato doloroso, scegliendo di sostituire la denominazione russo-turca “Nagorno Karabach” con la dizione “Repubblica di Artkash (si pronuncia Arzàk)”.
L’Azerbaigian ha bandito i tre parlamentari europei che hanno assistito alla consultazione in veste d’osservatori, spingendosi a chiedere l’emissione di un mandato internazionale d’arresto nei loro confronti.
Negli ultimi tempi, nelle cinque principali città del Nagorno, sono stati aperti sportelli turistici gestiti da giovani entusiasti, in grado di sciorinare informazioni in un fluido inglese. Costituiscono un prezioso supporto per i viaggiatori, in un paese dove la comunicazione, se non si conosce l’armeno o il russo, è complicata e le relazioni che s’instaurano con gli autoctoni sono spesso a livello gestuale o di monosillabi. Anche gli opuscoli turistici sono generalmente redatti in cirillico. Visitando il villaggio di Vank in compagnia di un ingegnere russo in vacanza mi colpì la conoscenza approfondita della località che dimostrava, quasi l’avesse già frequentata, quando le informazioni in mio possesso, desunte da guide o siti internet in inglese, erano scarne e molto approssimative.

A Stepanakert avevo la consuetudine di recarmi al chiosco dell’ufficio turistico con cadenza giornaliera per una chiacchierata con l’impiegato di turno. Le mie domande spaziavano dalla gastronomia alla politica; gli addetti si facevano in quattro per soddisfare ogni curiosità. Ad esempio, per espatriare, gli abitanti di questo paese fantasma sono muniti di un passaporto armeno al cui interno un’annotazione riporta che il titolare del documento è residente nella Repubblica d’Artkash. Risultano dunque agli occhi del mondo cittadini di nazionalità armena.
L’attitudine dei funzionari degli uffici turistici è più che collaborativa. Sono come missionari, animati dalla consapevolezza che la solidarietà internazionale alla causa del Nagorno può essere perorata (anche) grazie alla loro dedizione.
Questo episodio lo testimonia. Intervistai un’addetta sull’origine del nome “Artsakh”. Mi spiegò che c’era un articolo accurato che ne delineava la genesi, purtroppo in russo. Se le avessi lasciato l’indirizzo mail, avrebbe provveduto a tradurmelo e inviarmelo. Ovviamente ritenni la promessa un atto di cortesia fine a se stesso e, ringraziandola, pensai che non ci sarebbe stato un riscontro.
Qualche giorno dopo ricevetti sulla mia posta il seguente testo di 168 parole:
“The words Artsakh and Karabakh are almost identical in meaning. The name Artsakh originated in immemorial times. According to legend, it means Aramanyani – the son of Hayk Nahapet, tsakh – tree, forest.
Since, according to his order, forests and fruit trees were planted in the region. Subsequently, having undergone changes, this phrase turned into Artsakh. According to another legend of the locals, recorded at the end of the last century, the name Artsakh comes from the word sar – mountain and tsakh – forest, i.e., mountainous and forest (the main factor of the landscape of the region). Over time, the initial letter “s” disappeared and it turned out Artsakh.
The name Karabakh is relatively new, mentioned in Georgian and Persian sources since the 14th – 15th centuries. It was formed on the basis of the Persian geographical nomenclature: in contrast to the flat part, called Bagh-i Safid (White Garden), the mountainous part of the region became known as Bagh-i Siakh, which turned into Karabakh (BlackGarden) in Turkic thinking”.



