Nel 2015, dopo 93 anni d’oblio, il governo mongolo ha riesumato la ricorrenza del Danshig Nadaam.

Il revival delle tradizioni è un fenomeno in costante crescita nei paesi del blocco ex sovietico e in quelli che hanno sperimentato la cappa oppressiva dei regimi comunisti, dove, in passato, sono state promosse politiche di segno diametralmente opposto, volte a sopprimere o plagiare i caratteri dell’identità nazionale per soppiantarli con i dogmi avvolgenti dell’ideologia.
Mentre certe festività ritenute compatibili con il pensiero unico si sono preservate, ci si è viceversa accaniti con foga iconoclasta su quei cerimoniali, soprattutto di matrice religiosa, potenzialmente eversivi.
Certo il caso più emblematico, per il radicale e furioso tentativo d’omologazione culturale che si è perseguito, appare quello operato dai quadri della Cina maoista.
In Mongolia la scure della censura si è abbattuta nel ’21 sul Danshig Nadaam a causa delle sue componenti mistiche e spirituali.
La celebrazione del Danshig Nadaam cade nella prima settimana d’agosto e si svolge nelle praterie che circondano la conca di Khui Doloon Khudag, una quarantina di chilometri dalla capitale Ulan Bator.
Il Danshig commemora l’intronazione, avvenuta nel 1639, di Zanabazar, il leader del Buddhismo mongolo.
Gli automuniti non avranno problemi a raggiungere la località dell’evento, salvo la seccatura di dover affrontare un traffico insolitamente congestionato per gli standard mongoli. Chi non dispone di un mezzo proprio, può sfruttare le navette gratuite e stipate che fanno la spola tra il centro della capitale e la piana, sebbene sia abbastanza complicato azzeccare la fermata nelle adiacenze della piazza Sukhbaatar, a meno che non si mastichi qualche rudimento di russo.

Durante la festa, oltre alle classiche prove di destrezza sportiva nomade (wrestling, tiro con l’arco e corse dei cavalli), si tiene la danza Cham sotto il patrocinio del clero lamaista che nell’occasione sfoggia le tipiche cuffie gialle proprie della scuola Gelugpa.
La danza Cham rivestiva in origine una funzione apotropaica, inscenando il trionfo del bene sulle forze maligne. Se l’apparato coreografico è suggestivo e curato nei minimi dettagli, latita oggigiorno il fervore religioso, il senso del divino. L’impulso che calamita tante famiglie da Ulan Bator è una più che laica curiosità. È comprensibile questa vaghezza tra sacro e profano dopo quasi un secolo di boicottaggio; occorrerà del tempo perché il festival riequilibri le sue preponderanti componenti mondane, riacquistando una sua dimensione d’autenticità.
Tra le maschere dai connotati grotteschi e spesso infernali che animano la danza, spicca per la sua naturale simpatia quella di Tsagaan Uvgon, un nonnino dalle gote rubizze, le sopracciglia boscose e la barba importante. È una figura amatissima che si rintraccia in quasi tutte le mitologie dell’oriente. Dispensatore di buona sorte e prosperità, Tsagaan è la star incontrastata del Danshig, attorniato da frotte di bambini esuberanti che si accattiva distribuendo dolcetti, come una sorta di Babbo Natale delle steppe (al quale, peraltro, iconograficamente somiglia).
La folla si smista tra l’ippodromo, lo stadio della lotta e l’area di tiro. Poi si assiepa quando si officiano i rituali religiosi. Nell’intervallo tra un’esibizione e l’altra, si fa bisbocce con grigliate e Airag (latte fermentato di giumenta) e ci si svaga dedicandosi ai giochi campestri. Un falò, nelle cui fiamme vengono simbolicamente bruciate le energie negative, suggella la parte più spirituale del Danshig.



