Seppur agnostico, amo focalizzarmi sulla spiritualità di una società e setacciare le manifestazioni di devozione attraverso le quali si esprime. Ne ricavo la speranza che, se così tanti individui sperimentano il divino, presto o tardi anch’io avrò il mio primo contatto.

L’Argentina è una fucina di Santi. Santi popolari e Santi canonici, che spesso si accompagnano gli uni agli altri sugli stessi altarini (il Gauchito Gil e San Expedito da Bermejo sono soci inseparabili).
Questo perché, nell’intimo d’ogni fedele, si combinano due reagenti che, da manuale, sarebbe proibito mescolare, pena la scissione dell’anima. Da un lato della barricata, si colloca l’ortodossia più intransigente, con i suoi granitici dogmi, le sue gerarchie e una certa spigolosità; l’altro emisfero lo plasma l’inconscio, ricettacolo di riti di matrice precristiana.
Il credo degli argentini fluttua tra questi opposti registri e li armonizza, bypassando con assoluta nonchalance le evidenti contraddizioni.
Forse il segreto che sottende a questa straordinaria capacità di sintesi spirituale è il pragmatismo.
Non si discute l’egemonia della Chiesa a pontificare di sacramenti e massimi sistemi teologici, ma, quanto alla designazione dei santi, nessuna delega. Il popolo vuole avere voce in capitolo perché più se ne sfornano, più aumentano le probabilità di veder esauditi i propri pedidos.
L’autorevolezza di un Santo la certifica la sua idoneità a compiere miracoli.

Nuestra Señora di Luján
Per esplorare i contorni della religiosità argentina, fronte istituzionale, suggerisco una capatina alla basilica di Luján, 70 chilometri dalla capitale, tra le cui navate è custodita la veneratissima immagine della Nuestra Señora, patrona dell’Argentina, del Paraguay e dell’Uruguay.
Sarebbe riduttivo definire solamente “iconico” questo simulacro seicentesco in terracotta di appena 38 centimetri d’altezza, che nel corso dei secoli ha subito numerosi rimaneggiamenti fino ad acquisire le fattezze che, oggigiorno, ci sono familiari.
Come Mafalda, è uno dei prodotti identitari della cultura pop argentina; onnipresente, veglia il suo gregge non solo dai tabernacoli ma appare effigiata su supporti ben più profani: campeggia sulla ceramica dei mugs, è pendaglio di portachiavi, si sagoma nel simbolo del materialismo più effimero, il magnete da frigorifero.

Secondo la tradizione, ricamata dalla vox populi, un possidente portoghese di Sumampa (provincia di Santiago dell’Estero), Antonio Farias de Saá, commissionò a un amico in Brasile una riproduzione dell’Immacolata Concezione di Maria. Aveva infatti intenzione di consacrare sui suoi terreni un tempio mariano. Il zelante artigiano fabbricò ben due manufatti per il suo committente, la sollecitata Concezione e, in aggiunta, una Vergine con il bambinello addormentato tra le braccia, affinché Antonio Farias scegliesse l’immagine che era più congeniale al suo progetto. Nel 1630 la coppia di Vergini sbarcò, in imballaggi distinti, nel porto di Buenos Aires; collocate prontamente le casse su un carro, la carovana intraprese il viaggio verso Sumampa.
In località Zelaya, ubicata a circa 24 km da dove sorge l’odierna basilica, i muli d’improvviso s’impuntarono, rifiutandosi d’avanzare ulteriormente. Non c’era verso d’indurli a muoversi. Quella era però una società impregnata di superstizioni e fervore religioso, che credeva fermamente all’immanenza di Dio, avvezza a cogliere i segni del soprannaturale nel quotidiano. Quando un carovaniere ipotizzò che, forse, non si trattava di un irritante capriccio degli animali ma che la loro testardaggine poteva scaturire dalla volontà delle statue d’accasarsi in quel sito, parve ai presenti una supposizione plausibile.

A una verifica, scaricate le statue, i muli iniziarono a tirare. Altrettanto fecero con la sola statua della Vergine con il bambin Gesù riposta sul pianale. Il responso era lampante. Mentre la statua della Vergine con bambino riprendeva il suo cammino verso Sumampa, l’Immacolata Concezione veniva alloggiata in un’estancia vicina.
In seguito, navigando di miracolo in miracolo, di traslado in traslado, la statuetta della Nostra Signora di Luján si è ritagliata quel ruolo di faro spirituale per la comunità cattolica argentina che riveste tutt’ora.
Al di là dell’ 8 maggio, data della sua festività, si hanno maggiori probabilità di testimoniare l’ardore dei suoi seguaci nei weekend; le giornate feriali sono soporifere, i pellegrini scarseggiano e l’attuale basilica, terminata nel 1935, in sé è piuttosto anonima (al netto della prima impressione, più promettente, dettata dalla sua arzigogolata facciata neo-gotica che torreggia sulla pianura circostante).
Un’avvertenza. È preferibile servirsi dell’espresso Luján che parte dalla stazione di Once e non commettere l’imperdonabile errore d’abbordare il bondi (termine lunfardo d’origine brasiliana per indicare gli autobus urbani) 57 B al capolinea di Plaza Italia. Perché l’espresso taglia diretto e arriva a destinazione in un’ora, un’ora e mezza, a seconda delle condizioni del traffico; il bondi, viceversa, disegna arabeschi attraverso i sobborghi settentrionali di Buenos Aires con un corollario esasperante di fermate e ci impiega, che vada bene, due ore e mezza. Inoltre, sebbene l’espresso sia più confortevole e veloce, il bondi costa di più, essendo la tariffa parametrata al chilometraggio.

Chi sono i Santi popolari
Penso che per un osservatore terzo sia decisamente più accattivante approcciarsi all’ecosistema che germoglia intorno al culto dei Santi Popolari; ai rituali compassati del cattolicesimo ufficiale siamo assuefatti, magari qui si può cogliere qualche pizzico di misticismo in più, qualche pittoresca e meno ingessata forma di devozione ma insomma… nulla di trascendentale.
Nel pantheon dei Santi popolari si annoverano figure eccentriche, incompatibili con gli standard canonici della Chiesa (e, scorrendone il pedigree, forse a ragione), che, obtorto collo, vengono tollerate, essendo oggetto di una venerazione dal basso spontanea e tenace, rispetto alla quale drastiche bocciature risulterebbero autolesionistiche.
Potremmo definire l’ambiguo barcamenarsi dell’establishment cattolico un’oculata (e ipocrita) strategia di marketing spiritual-aziendale per non vedersi scalare da una compagnia concorrente che sembra intercettare con maggior flessibilità le esigenze più basiche della propria utenza.
Nobile cosa la promessa di una vita eterna se ti comporterai con rettitudine, ma i fedeli argentini (trasversalmente, non solo le anime più candide) cercano nel rapporto con il divino un tornaconto tangibile e a breve termine. E la Chiesa ufficiale, così rigorosa e proiettata su un’etica della fede che rimanda eventuali e tutte da quantificare ricompense all’aldilà, su questo fronte arranca. Si sanciscono compromessi. In questi equilibrismi, tuttavia, giocati sempre sul filo di un’implicita legittimazione dell’idolatria, il tentativo di tenere il piede in due scarpe rasenta il paradosso.
Succede che il clero – per rispondere alle pressioni della base – venga autorizzato a officiare funzioni liturgiche che celebrano una qualche ricorrenza legata al culto di questi Santi “abusivi” (di solito in concomitanza con la data più o meno accertata alla quale si fa risalire il “martirio” del Santo di turno).

I contrasti e la conseguente ricerca di una mediazione tra ortodossia, suggestioni pagane e sincretismo, d’altra parte, non sono una prerogativa argentina ma improntano il cattolicesimo dell’America Latina.
A Copacabana, Bolivia (il primo esempio che mi sovviene, ancora nitidissimo, nonostante gli anni trascorsi), le influenze sciamaniche sono ostentate.

In base alle scadenze di un calendario, affisso nella bacheca appartata sul retro della Basilica della Candelaria, il sacerdote benedice i van e gli autoveicoli nuovi di zecca dei suoi parrocchiani mediante un pomposo rituale d’aspersione. I mezzi sono allineati sul lato del sagrato, con il cofano sollevato e le cromature sfavillanti, addobbati come bomboniere a un raduno d’auto d’epoca; i loro proprietari gongolano, orgogliosi e compiti, quasi assistessero a un vero e proprio battesimo.
Rimettersi ai buoni uffici della provvidenza è anche un sistema di protezione dai sinistri meno oneroso che pagarsi una polizza assicurativa o effettuare una manutenzione puntuale del veicolo.
Al termine della tortuosa Via Crucis che s’inerpica lungo i versanti del Cerro Rico, il monte che troneggia sui tetti di Copacabana, i fedeli depongono modellini di casa (maquetas) o delle mazzette fac-simile di banconote accanto alla statuetta di Ekeko (divinità della prosperità nella cultura inca); inoltre, se si vuole spezzare la salita impervia alla vetta e rifiatare, in una radura che si apre a metà dell’ascesa, Yatiri – curanderos d’etnia aymara – supervisionati da una Madonnina in ghingheri barocchi e da un Cristo gigante, profetizzano davanti a rozze mesitas di cemento, lanciando all’aria foglie di coca e interpretandone l’assetto, una volta che sono planate su un panno.

Ripiombiamo in Argentina per una rassegna dei suoi Santi Popolari più emblematici.
Preciso che la struttura dei santuari del Gauchito Gil e della Difunta Correa, che documento in questo post, risale al viaggio del 2010. Nel 2026 lì sono tornato, i cambi in tre lustri sono stati radicali; gli “upgrade” sono raccontati nei relativi post (link in calce a questo).
L’incoerenza è un balzello con cui bisogna fare i conti quando tentiamo di tratteggiare l’identikit di un potenziale Santo popolare. Possiamo provare a definire delle linee guida per orientarci, con la consapevolezza, però, che la somma degli addendi potrebbe restituirci un profilo del tutto imprevisto o contradditorio.
L’unico snodo costante che rilevo nella nascita del culto di un Santo popolare è la causa del decesso. La morte non è mai un fenomeno “banale” e privato, subordinato magari ad azioni meritorie compiute in vita che valgono a prescindere; chi si candida al ruolo non può spegnersi di vecchiaia o malattia nel proprio letto.
Questo perché, in una visione animista, le vittime di morte violenta o comunque traumatica, ignare della loro nuova condizione, si trovano catapultate in un limbo indefinito, il cui portale gravita in prossimità del sito dove si è consumato l’evento fatale. Se curate con affetto, per riconoscenza, queste creature smarrite possono fungere da intermediarie tra dimensioni.
Il legame che persiste dopo la morte tra anima e luogo della tragedia determina che il fulcro dei santuari quasi mai coincida con la sepoltura del Santo popolare. Ad esempio, la massa dei fedeli del Gauchito converge sul ciglio della Ruta 123 dove fu giustiziato, solo gruppi sparuti ne visitano la tomba posta nel cimitero di Mercedes, Provincia di Corrientes. Stesso discorso per la Difuntita, Gilda, Caputo.

Le vicende biografiche, indubbiamente, esercitano un peso specifico nel processo postumo di santificazione. La fama è un fattore che calamita, i fanáticos diventano i primi adepti della celebrity defunta; l’aver vissuto una vita eclatante, fuori dagli schemi, aiuta altrettanto.
Contrariamente alle vite esemplari dei santi canonici, però, nella religione popolare fioccano i personaggi borderline. Per quanto concerne la categoria dei “gauchos” miracolosi (come il gaucho Cubillos o il gaucho Bairoletto), nel cui novero possiamo ascrivere anche la figura del Gauchito Gil, è assodato che, espressioni della loro epoca, agivano al di fuori di qualsiasi contesto di legalità. Erano, per usare un’accezione contemporanea, dei latitanti. L’agiografia ha semmai provato a ripulirne l’immagine, smussandone gli eccessi, in una sorta di revisionismo molto indulgente che attribuisce i loro crimini alla lotta (tutta da dimostrare) che conducevano in difesa degli oppressi.
Mi vengono alla mente, allargando la nostra indagine oltreconfine, un paio d’altri brutti ceffi, santificati: Ernesto Dubois di Valparaíso, un delinquente psicopatico, e Il bandito messicano Jesús Malverde, “mascotte” dei narcos.
A ragion veduta si può affermare che chi crede in un Santo popolare non mira a trarre degli insegnamenti morali dalle sue vicissitudini terrene; lo attraggono, piuttosto, in modo anche un pò morboso, gli aspetti più sensazionalistici e bizzarri della sua esistenza. I santi popolari non sono dei pedagoghi ma proiezioni in chiaroscuro dell’essere umano e ne incarnano pregi e debolezze.
Se un curriculum vitae eccezionale, a volte poco edificante, facilita l’accredito del Santo presso una comunità di fedeli, non è un elemento imprescindibile. Nel caso del taxista Caputo, uomo ordinario, hanno contato esclusivamente, nell’immaginario collettivo, le circostanze del suo brutale omicidio.
L’ultima constatazione sulla realtà di queste figure, che è un ribadire quanto variegato sia il loro universo. Su alcuni Santi abbiamo solide certezze (Caputo e, ovviamente, Gilda). Più andiamo a ritroso, più i capisaldi vacillano. Se possiamo azzardare, con le debite cautele, che la Difunta Correa sia esistita e ci sia il riverbero di un dramma concreto nel suo calvario (è peraltro in corso un’indagine congiunta sugli archivi ecclesiastici da parte dell’Arcivescovato e dell’Università Nazionale di San Juan per rintracciare atti anagrafici che la riguardino), nel caso del Gauchito non possiamo contare su fonti attendibili ed è più complicato separare il piano del mito dal nucleo della verità storica.

Gauchito Gil
Chiunque viaggi per il territorio di questa sconfinata nazione, che è l’Argentina, anche se ne sta attraversando le lande più remote, noterà dei gonfaloni rossi infissi ai margini della ruta. Marcano la presenza di un santuario sussidiario (talvolta un’ermita, talvolta una sparuta edicola), dedicato al Gauchito Gil.
Volendo stilare una hall of fame dei Santi popolari argentini, il gradino più alto del podio è senza alcun dubbio appannaggio di Antonio Mamerto Gil Nuñez, appunto il “Gauchito Gil”.

Il colore rosso che connota il personaggio del Gauchito e tutto l’imponente merchandising che gli orbita intorno, a sentire alcune vulgate, deriva dalla devozione che egli riservò a San Baltasar, il santo cambà, il re magio moro, la cui festa i meticci argentini di discendenza africana celebrano ancora oggi a Corrientes il 6 di gennaio; secondo altre narrazioni, il rosso è legato a una sua ipotetica militanza nelle file del Partido Autonomista (le cui uniformi e vessilli erano cremisi).
Non è semplice tracciare la traiettoria della parabola umana del Gauchito con una qualche fondatezza, come accennavo, distinguendo i fatti comprovati dall’epos.
A oggi non si sono recuperate evidenze documentali che potrebbero dissipare le tenebre. Alcuni studiosi del folklore correntino giustificano questa lacuna con l’approssimazione dei registri anagrafici e notarili di quel periodo, che è un dato incontrovertibile ma anche un comodo espediente per non dover fare i conti con l’altra prospettiva, e cioè che il Gauchito non sia l’emanazione di un individuo in carne e ossa ma solo un parto della fantasia. Possibilità, peraltro, che non scalfirebbe la sua forza catalizzatrice.
Dovendoci affidare agli echi della tradizione orale, si sprecano le varianti biografiche, abbondano i buchi neri e le incongruenze, a partire dai suoi natali. Si ignora dove nacque e quando (in un anno compreso tra il 1840 e il 1847, nei pressi di Mercedes, secondo le congetture più autorevoli che calcolano la data su base probabilistica, partendo dai fatti salienti della sua vita adulta, cronologicamente contestualizzabili).
Alcune tappe che ne scandiscono l’epopea: fu arruolato e combatté in una delle tante guerre che insanguinarono l’Argentina nella seconda metà dell’ottocento (forse nelle fila della Triplice alleanza contro il Paraguay, forse s’impelagò nelle lotte intestine che dilaniarono il paese, contrapponendo la fazione dei federali a quella degli unionisti).
Disgustato dalla violenza gratuita e dai soprusi commessi dalla soldataglia contro la povera gente di cui fu testimone, disertò, dandosi alla macchia e convertendosi in un fuorilegge che rubava ai ricchi latifondisti per spartire il frutto delle sue razzie tra i contadini – nonostante sembri esserci un unico episodio circostanziato che suffraghi la dedizione del Gauchito alla causa dei diseredati (si schierò al fianco di alcuni campesinos che rivendicavano la restituzione di un appezzamento di terra che gli era stato confiscato da un caudillo locale). E dunque l’alone cavalleresco che ammanta le sue imprese appare più un florilegio postumo.

Ancora in vita, al Gauchito erano attribuite facoltà soprannaturali, come il potere d’ipnotizzare e l’invulnerabilità ai proiettili che gli derivava dall’indossare il payé (parola guaranì per amuleto) di Santa la Muerte.
Il credito che andava conquistandosi presso gli oppressi iniziò a turbare il sonno dei notabili che fiutarono nelle sue gesta rivoluzionarie una potenziale minaccia all’ordine costituito.
Lo fecero arrestare. Venne sgozzato in modo sbrigativo durante il trasferimento verso la città di Goya, sede del tribunale in cui avrebbe dovuto essere giudicato, probabilmente per evitare le rogne di un processo che, se celebrato, avrebbe avuto enorme risonanza “mediatica” nella regione e si sarebbe corso il rischio di tramutare un volgare brigante in un martire; il verdetto di colpevolezza della corte, d’altra parte, era scontato. Omicidi extragiudiziali di questa fattispecie non erano inconsueti allora.
Il primo miracolo che gli si ascrive fu di guarire il figlio del suo carnefice, il sergente che comandava il drappello della scorta; se il sottufficiale avesse creduto al dono del Gauchito di compiere miracoli e ne avesse invocato il nome al capezzale del figlio agonizzante, d’incanto il giovane si sarebbe riavuto.
Il sergente, per gratitudine e per espiare il rimorso, fece collocare una rudimentale croce d’algarrobo nel luogo dove il Gauchito era stato giustiziato, in una prateria a circa 7 km da Mercedes.

Da questo embrione, il santuario è cresciuto esponenzialmente, in modo caotico, all’insegna dell’horror vacui, trasmettendo l’impressione al visitatore occasionale d’aggirarsi in un’officina metalmeccanica della fede più che tra le austere navate di un sacro tempio. Ci leggo, in questa deregulation edilizia, non so se approvata o subita dal board che gestisce in maniera abbastanza naif il Santuario, una sua coerenza, quasi si temesse di soffocare lo spirito anarchico del Gauchito nelle spire del conformismo.
Tra i tanti baraccamenti che si affastellano gli uni contro gli altri e che incombono gli uni sopra gli altri, fungendo da magazzino per la caterva di ex voto, particolarmente toccante è il capannone dallo scheletro di lamiere e tubi Innocenti alle cui pareti sono incastonate le targhe automobilistiche di coloro che, scampati a un terribile incidente stradale, attribuiscono all’intervento del Santo la loro sopravvivenza.
I dibattiti sulla storicità del Gauchito Gil sono questioni di lana caprina e lasciano il tempo che trovano nel cuore delle migliaia di promesantes che confluiscono annualmente sulla sonnacchiosa cittadina di Mercedes, per invocarne la protezione o per cumplir, offrendogli un ex voto. Loro badano al sodo, do ut des. Tanto gli basta.
Il teorico giorno della sua morte, 8 gennaio (dell’anno 1878?), rappresenta il clou di tutte le celebrazioni: un’orda di 250-300.000 pellegrini partecipa alla sua commemorazione. E visto che i Santi popolari si onorano in modo verace con musiche, danze (come il chamamé) e tiras d’asado, l’occasione è ghiotta per lasciarsi travolgere dall’atmosfera di festa e far bisbocce.

Difunta Correa
Nel mosaico dei santi popolari argentini la piazza d’onore spetta, per blasone, a Deolinda Correa, la “Difunta Correa“, nota anche con il vezzeggiativo di “Difuntita“.

Secondo la versione più accreditata, intorno alla metà dell’800, il marito di Deolinda, Baudillo Bustos, fu reclutato a forza nei ranghi di una delle formazioni paramilitari che proliferavano nel clima d’anarchia di quegli anni turbolenti (s’indicavano con il termine “montoneros” le bande irregolari di mercenari e tagliagole che offrivano i propri servigi a un qualche caudillo). Abbandonata a sé stessa e insidiata dai capricci di un Commissario di zona, stregato dalla sua avvenenza, Deolinda fuggì precipitosamente con il figlio neonato, sperando di ricongiungersi al marito (non avrebbe potuto affidare il pargolo alla custodia di parenti o amici, temeva infatti che il suo aguzzino, accecato dalla brama, ne facesse un ostaggio per ricattarla).
Chiunque abbia impresse le asperità del deserto sanjuanino, può facilmente immaginare quale impresa disperata fosse addentrarsi in quella desolazione per una donna che non aveva pianificato alcun itinerario e, probabilmente, era mal equipaggiata, vista l’apprensione di raccattare su quello che aveva a portata di mano per allontanarsi in tutta fretta.
La raminga si smarrì e vagò senza meta fino a soccombere agli stenti. In un atto estremo d’amore materno, attaccò al proprio seno il neonato che, suggendo il latte, riuscì miracolosamente a sopravvivere fino all’arrivo di alcuni arrieros (i “cowboys” che scortavano le mandrie lungo le accidentate mulattiere della cordigliera andina).
Trassero in salvo il bebè e diedero cristiana sepoltura alla sventurata madre; sulla croce incisero con la lama del coltello “Difunta Correa” (poichè Deolinda recava una medaglietta al collo con le sue generalità). Del bambino si sono perse le tracce tra le pieghe della storia. La fama della donna, viceversa che, già cadavere, aveva continuato ad allattare, si diffuse rapidamente nei dintorni di San Juan.
Soltanto anni dopo, siamo nell’ultimo scorcio dell’ottocento, il suo culto si propagò al di là dei confini della provincia (oggi è assai radicato anche in Cile), quando Don Pedro, un esperto arriero, si accampò con la sua mandria di 500 bovini alle falde del colle sulla cui sommità era inumata Deolinda.

Nottetempo si scatenò il finimondo, i capi di bestiame, atterriti, sbandarono. Fu allora che Don Pedro, in preda allo sconforto più totale, invocò la Difunta Correa, avendo probabilmente udito l’eco dei prodigi che si attribuivano a quell’almita. Al sorgere dell’alba, ritrovò il suo ganado incolume mentre pascolava nei pressi di una forra, che da allora prese il nome di Cuestas de las Vacas.
Per sdebitarsi, Don Pedro edificò un mausoleo in quello che doveva essere al tempo un cimitero e trasferì abbasso le spoglie di Deolinda dalla sua precaria sistemazione in cima alla lomada. La cappella originaria fu costruita, pare, nel 1898, la cappella attuale dovrebbe risalire agli anni ’20, sempre del secolo scorso.
Come per la tomba del Gauchito, ero curioso di sapere se sotto la cappella fosse tumulato davvero il corpo della Santa o, quantomeno, una salma.
Nel 2026, parlando con lo staff del nuovo ufficio turistico, mi è stato confermato in questi termini: non che ci sia mai stata un’esumazione per accertarlo ma la catena orale di trasmissione è affidabile, di prima mano. Alcuni dei più anziani residenti di Vallecito, adesso morti, raccontavano di aver ascoltato direttamente dalla voce di chi aveva operato che un corpo femminile, drappeggiato in una veste azzurra, era stato ricollocato dalla cima del colle nella tomba a valle agli inizi del 900.
Non c’è una spiegazione sul perché, nell’iconografìa tradizionale della Difuntita, in un dato momento, il panneggio rosso abbia soppiantato l’azzurro, che le testimonianze oculari lasciano intendere fosse il colore originale della sua veste. Alcuni ex voto dipinti, più antichi, la raffigurano infatti con indosso una tunica azzurra. Il rosso è il colore del Gauchito. Rosso è il mantello da soldato romano di San Expedito. Come se il rosso, il colore del sangue, possedesse una sua intrinseca funzione apotropaica e potesse accrescere il potere del Santo.

Il paraje della Difunta Correa, presso il villaggio di Vallecito, 60 km a est di San Juan, si articola su due livelli: il cuadro de Capillas con le sue pertinenze disseminate lungo la piana ai bordi della ruta 141, e l’acropoli.
Il cuadro de Capillas è una corte pavimentata da lastre scistose, losadas, e orlata da 16 cubicoli – alcuni intonacati di calce, altri con la facciata in mattoni a vista o rivestiti da un’armatura di placche metalliche commemorative – al cui interno sono stipate accozzaglie di ex voto che i promesantes hanno donato alla Difuntita; ogni cappella ospita ex voto omogenei per genere (la cappella delle uniformi, quella dei modellini di camion, dei vestiti da sposa, dei titoli di studio, ecc.).
Quattro capelle si distaccano da questo schema. La c.d. più antica, vuota; la capella Maldonado è un oratorio; la prima, sulla destra dell’ingresso, a forma di pieve, è stata costruita dalla famiglia Caputo negli anni ’50, come atto devozionale. Defiltata, infine, la cappella n. 1 che alberga la tomba della Difunta.
I pellegrini visitano fugacemente il sepolcro, poi si affrettano a guadagnare la vetta, l’anelato traguardo. Vi accedono salendo 72 gradini, riparati dalle intemperie da una scarna tettoia; alcuni salgono inginocchiati, scorticandosi, dimostrando d’essere sostenuti da una fede inossidabile. Sul colle, la fila per accedere alla nicchia che convenzionalmente indica il punto dove si verificò il miracoloso allattamento può durare da qualche minuto a ore. Dipende. Venire durante la settimana santa, ad esempio, significa sobbarcarsi ore di coda.
Tra le diverse categorie di ex voto, le più suggestive sono le maquetas, le casette in miniatura di lamiera, telgopor, cartone o compensato, che i pellegrini piazzano ovunque, selvaggiamente, sfruttando ogni anfratto utile del santuario; s’inanellano lungo le pendici limacciose del colle dell’allattamento e pure sulle lomadas vicine. Il promesante ringrazia la Difuntita per aver coronato il suo sogno di possederne una non virtuale, magari, visti i costi proibitivi, venendo sorteggiato alla lotteria dell’INV (Instituto National de la Vivienda), che assegna nuove e moderne unità abitative.

Gilda
A Buenos Aires, durante una conversazione fiume con la mia host e amica Gri, le confido che il mio itinerario norteño s’incardinerà sulla visita ai santuari del Gauchito e della Difunta Correa, dove ero già stato nel 2010. Non è, palesemente, un argomento che accenda il suo entusiasmo. Lei, nelle vacanze estive, va a godersi le meraviglie paesaggistiche della Cordigliera nei pressi d’Antofagasta de la Sierra.
Non mi aspettavo però che si arroccasse, come ravvisando una minaccia impalpabile e improvvisa in me; forse teme d’essersi messa in casa una specie d’invasato. Mi esplicita subito, onde sgombrare il campo da fraintendimenti, che lei è laica. Di più, alza la posta: atea. Ci chiariamo. Apparteniamo entrambi, con sfumature diverse, alla cerchia degli scettici; io, a differenza sua, qualche spiraglio residuale di vita eterna lo lascio aperto.
“Sei un docente?”, m’interroga. Non si rassegna all’evidenza che uno straniero, non animato da scopi accademici, possa programmare un viaggio in luoghi così privi d’incanto. Neppure io riesco a motivarle il mio coinvolgimento emotivo, attiene ai binari dell’inconscio più che al piano razionale, sono temi che mi stimolano fin da che ho memoria, quando trasformavo confezioni da scarpe in tombe egizie e ne affrescavo l’interno con figure di divinità.
Di Santi popolari ne mastica pochetto Gri, però ha un’attitudine servizievole e si spende per fornirmi qualche dettaglio utile.
“Non lontano da qui sorge il santuario della Gilda” “Chi?” “Gilda, la cantante”. “Dove?” “Non lontano”. Mi whatsappa il link di un biopic girato nel 2016. Una ricerca su internet, molto più celere della visione del film, mi permette di contestualizzare Miriam Alejandra Bianchi, nome d’arte “Gilda” in omaggio alla Hayworth. Fu la regina incontrastata della cumbia tropical.
Nella mio analfabetismo in materia, lì su due piedi, la cumbia mi evoca indefiniti ritmi caraibici, percussioni che scandiscono movenze sensuale, ancheggiamenti, passi a due provocanti. Forse è una mia associazione stereotipata che, di default, i balli latini siano innervati d’erotismo.
La cumbia tropical è la versione argentina della cumbia colombiana. Grazie ad appena quattro album registrati in studio in un lasso di tempo brevissimo, divenuti hit clamorose, Gilda conquistò l’ammirazione dei suoi connazionali. Oltre all’indiscusso carisma, fece presa sul pubblico la sua storia d’ascesa sociale; la favola di una donna del popolo, un’umile insegnate d’asilo in cui ognuno poteva identificarsi, che, contando esclusivamente sulla sua determinazione e talento, aveva saputo emergere fino a convertirsi in mito. Alla gente dava speranza, rappresentava la prova provata che l’ascensore sociale non era inceppato e che c’era una chance d’uscire dall’anonimato anche partendo dalle retrovie.
A 35 anni aveva raggiunto l’apice della carriera, adorata. Sembra che già le si riconoscessero poteri taumaturgici, almeno a livello di mormorii.
All’alba del 7 settembre 1996 pioveva a dirotto; l’asfalto sdrucciolevole, la visibilità precaria. Il micro sul quale viaggiava verso la località di Chajarì per tenere un concerto fece un frontale con un camion. Nell’incidente perirono Gilda, sua figlia, la madre, il chofer del micro e tre orchestrali.
La sua tomba si trova nel cimitero della Chacarita a Buenos Aires. Il suo santuario, al km 129 della ruta 12, provincia d’Entre Rios, insiste sul sito dove avvenne il fatidico scontro.
Per una coincidenza fortuita, il Flecha Bus da Buenos Aires a Colon, la prima tappa che ho pianificato risalendo il rio Uruguay, lambisce il santuario.
Su google maps monitoro l’avvicinamento. A questa velocità di crociera, sarà questione di un attimo. Un battito di ciglia per farsi un’idea del complesso; una distrazione e il santuario mi sfuggirà. Parte il countdown, ci sfrecciamo accanto. Il santuario lo squadro, a grandi linee; non imponente, mi sembra che non differisca da altri del suo stampo: un’insegna con il nome di Gilda, un vialetto d’accesso curato, l’ermita ruspante, placche votive, rottami del micro incidentato.

… E Maradona?
… E Maradona? Sarà il prossimo della lista a essere canonizzato dal pueblo?
Proviamo ad analizzare la figura dell’astro argentino alla luce dei criteri che abbiamo visto essere propedeutici alla nascita di un Santo popolare.

1) Che la sua vita sia stata uno show pirotecnico è un fatto incontestabile.
Cresce in una villa malfamata della Grande Buenos Aires, Villa Fiorita. A Villa Fiorita vige la legge della giungla, si tira a campare. Pochi riescono ad evadere dalla gabbia. Quel pibe dal baricentro basso però ha stoffa. Contro ogni pronostico, conquista il tetto del mondo. Un’arrampicata ancora più iperbolica e smagliante di quella compiuta da Gilda perché i blocchi di partenza erano collocati proprio giù, nei bassifondi. I tifosi lo osannano, il suo nome è sulla bocca di tutti; anche chi snobba il calcio, conosce Maradona.
Tra gli episodi più sublimi e al contempo antisportivi della storia del calcio, mondiali Messico 86, stadio Azteca. Un colpo di reni che si fa beffe della forza di gravità e lo innalza come su dei trampoli fino a sovrastare il portiere inglese per segnare, con un fallo malizioso, la rete del vantaggio; quattro minuti dopo, l’apoteosi: una serpentina di 70 metri, il gol del secolo, a suggello della vittoria. Diventa la mano de Dios. Un Dio fazioso, non certo ecumenico. Se si accetta il presupposto che una singola partita di calcio possa riscattare la dignità di un paese, l’onta delle Malvinas (un lutto non ancora pienamente rielaborato dagli argentini) è vendicata, almeno simbolicamente, attraverso un rituale feroce, tribale di purificazione collettiva. Occhio per occhio.
Ma il re del football è un gigante dai piedi d’argilla. Demoni lo abitano. La dipendenza dalla cocaina. Viene detronizzato. C’è un certo cinico compiacimento in molti addetti ai lavori nei giorni della caduta, come a castigare l’impudenza di chi non si è integrato nei meccanismi di un circo che, a fronte di guadagni stratosferici, esige allineamento.
2) Maradona muore da Santo popolare. Un’agonia atroce, in solitudine. Nel secondo processo celebrato questo mese di maggio 2026 per stabilire eventuali responsabilità penali del suo entourage, “Parecía un globo” ha dichiarato il medico dell’ambulanza, che, invano, provò a rianimarlo. Il quotidiano La Nación rende edotti i suoi lettori del progressivo collasso degli organi interni del campione, aggiornando progressivamente il quadro con i dettagli che emergono dalle udienze. Non usa molta deontologia, viviseziona il cadavere, mandando in stampa macabri bozzetti anatomici. Tuttavia, è anche una sorta d’ostensione del corpo, a beneficio di quanti lo hanno idolatrato.
3) Se sulla carta ci sono quarti di nobiltà a sufficienza, da soli non bastano. La creazione di un Santo non è una formula matematica. Occorre che s’inneschi un’alchimia del tutto imponderabile. E cioè che uno zoccolo duro di persone sia disposto a cogliere i prodromi della Santità, a credere nei suoi poteri, iniziando a rivolgergli pedidos e, una volta che le richieste sono state esaudite, ad annunciarne i miracoli, facendo proseliti.
La Chiesa Maradoniana, che già esiste e che si fonda su una parodia dei 10 Comandamenti declinati in chiave calcistica, a me sembra più un fenomeno di costume, eccessivo e grottesco, senza capacità di penetrazione se non in un bacino limitato d’esaltati. Sono certamente più promettenti gli altarini dedicati al Diez, che possono veicolare le preghiere e le speranze della gente comune.
Nonostante i tanti indizi favorevoli, è prematuro tirare le somme. Serve un periodo più lungo di decantazione per capire se Maradona evolverà in Santo popolare o resterà solo la memoria di un giocatore leggendario.

Il taxista Caputo, più volte citato, stante la bellezza del suo santuario, merita un post dedicato.
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Nicolas Caputo, il santo tassista
Fonti:
https://santuariodelujan.org.ar/
https://infogoya.com/el-enigma-historico-del-gauchito-gil-leyenda-o-realidad-documentada/
http://www.visitedifuntacorrea.com.ar/
https://www.confederaciongaucha.com.ar/
Le foto relative al Gauchito Gil, Copacaban e la Difunta Correa sono di Sara Novelli



