All’apparenza, la prima della gallery al termine del post, è una foto dall’estetica inconsistente, un nastro d’asfalto sovraesposto che si dipana tra i sobborghi di Tunisi.
Lo scatto è stato realizzato, puntando verso l’orizzonte, dal cavalcavia che unisce la fermata del “métro léger” Campus al compound universitario El Manar e scorcia sull’ex Avenue 7 novembre (il giorno dell’anno 1987 in cui, attraverso un golpe incruento, il Presidente Bourghiba venne pensionato e sostituito dal suo ministro degli interni, Ben Ali, per generici problemi di salute).
Nel 2011, pomposamente promossa a Boulevard, l’Avenue 7 novembre fu ribattezzata Boulevard Mohamed Bouazizi.
Ogni rivoluzione si appropria della toponomastica dei luoghi e la riconfigura in una fattispecie di scaramantico rito d’iniziazione.
Si ammainano i simboli del regime decaduto, fioccano le targhe che celebrano i martiri del nuovo corso. Non senza un corollario di polemiche, però, soprattutto quando, nel conferire lo status di martire, si ponderano i “curricula” dei candidati sull’onda emotiva, non lasciando agli eventi il tempo di sedimentarsi e decantare in modo da trovare una più equilibrata collocazione nella trama della rivolta, oltre la retorica del momento.
Forse alcuni ricorderanno la plateale autoimmolazione di Mohamed Bouazizi, che si consumò il 17 dicembre 2010 davanti alla municipalità della cittadina di Sidi Bouzid.
Un atto rabbioso e inconsulto, frutto dell’esasperazione, una tragedia privata che, intercettando l’insofferenza sotterranea che incubava nella società tunisina, le diede la stura e innescò i moti di piazza che, in un crescendo d’indignazione, avrebbero condotto alla precipitosa fuga del Presidente Ben Ali e al suo successivo esilio.

Il trionfo della rivoluzione tunisina ispirò la voglia di riscatto della gioventù araba, dimostrando che esisteva un’alternativa nobile alla rassegnazione che tutto fosse immutabile.
Nel volgere di pochi mesi sollevazioni di massa analoghe a quella tunisina riscrissero la storia del Maghreb e del Medio Oriente con un’accelerazione del tutto imprevedibile rispetto ai ritmi letargici che avevano scandito fino ad allora la vita sociale e politica di paesi nei quali, dalla notte dei tempi, vigeva una trasmissione del potere per via dinastica o pilotata all’interno d’oligarchie.
Mohamed Bouazizi era un venditore ambulante di frutta, un abusivo. La martirologia tende naturalmente a ripulire le zone d’ombra di una vita, ad accendere i riflettori su un destino che non ha nulla d’eccezionale.
Possiamo però immedesimarci, captare la frustrazione di un ragazzo di 26 anni, un ragazzo onesto e mite, costretto a sopravvivere d’espedienti per racimolare il sufficiente per mantenere la famiglia. Condizioni – il precariato cronico, l’assenza di prospettive, l’arte d’arrangiarsi – peraltro comuni tra le giovani generazioni nella Tunisia di oggi come di ieri.
Vittima d’istituzioni ignave e corrotte, pronte ad accanirsi contro di lui quando non gli riusciva di pagare il pizzo perché gli ispettori municipali chiudessero un occhio sul fatto che non possedeva una regolare autorizzazione, già altre volte, in passato, gli erano state sequestrate le bilance e di nuovo quel 17 dicembre subì la confisca del baroccio e della merce.

Nel tentativo di placare la furia popolare offrendole un capro espiatorio, su mandato dello stesso Presidente Ben Ali, fu arrestata l’ispettrice Faida Hamdi, accusata di non essersi limitata a compiere il proprio dovere ma di aver umiliato pubblicamente Mohamed Bouazizi, schiaffeggiandolo. Una sorta d’istigazione al suicidio per la vergogna patita.
Che una donna, seppur protetta dalla divisa d’ordinanza, potesse commettere la leggerezza di colpire in pubblico un uomo in una società dichiaratamente maschilista come quella tunisina, appariva abbastanza pretestuoso. Nell’aprile 2011, infatti, l’ispettrice fu scagionata per non aver commesso il fatto.
In realtà al rancore impotente di Mohammed Bouazizi, covato sotto la cenere per anni, non servivano gesti eclatanti come uno schiaffo per esplodere.
La sua psiche prostrata, semplicemente, non sopporta l’ennesimo sopruso. Mohamed Bouazizi perde la testa. Si dà fuoco, per rompere il muro d’indifferenza, il vuoto esistenziale che l’opprime. Morirà il 4 gennaio 2011 in ospedale, dopo lunga agonia, per le gravissime ustioni riportate.
Ed è sintomatico che nei cortei di protesta che spontaneamente montarono a Sidi Bouzid, reclamando pane e giustizia, per poi contagiare il resto del paese, sfilassero tantissimi iscritti al partito del Presidente (RCD), a dimostrazione che le dittature più feroci si reggono soprattutto sulla supposizione della loro invulnerabilità ma, di fondo, hanno piedi d’argilla.
Quando la municipalità di Tunisi decise d’intitolare una via a Mohamed Bouazizi nel 2011, molti tunisini s’interrogarono se fosse opportuno attribuire un peso politico a un atto impulsivo. Era innegabile che il giovane non si fosse immolato per un ideale supremo di libertà ma solo per attrarre l’attenzione dei governanti sulle sue difficoltà economiche. Era evidente che fosse lontanissimo da una visione rivoluzionaria, che non radicasse alcuna coscienza civica. E che, in un altro contesto, il suo gesto sarebbe stato derubricato a dramma della disperazione e archiviato magari con qualche vaga promessa d’interventi assistenziali per evitare che si ripetesse.
L’aspetto più controverso della faccenda (alimentato anche da chi sfruttava per proprio tornaconto la memoria del povero Bouazizi) era che, a partire dalle colonne della stampa internazionale, gli veniva riconosciuto un ruolo quasi mistico nelle dinamiche della Rivoluzione, ne diventava il faro, mentre calava l’oblio sui martiri che avevano sfidato consapevolmente le pallottole della polizia per abbattere Ben Ali.
Oggi la triste vicenda umana di Mohamed Bouazizi ha riacquisito una dimensione più autentica, spogliata d’ogni mitizzazione. Un ragazzo umile e politicamente disimpegnato senza il cui sacrificio, forse, la Primavera araba non sarebbe iniziata.



