Una corsa lampo in taxi, a fronte di una tariffa standard di 30 shekel, conduce dal centro della cittadina cisgiordana di Jenin al check point di Jamalah.

Il check point di Jamalah regola i flussi di persone e mezzi da e per la Galilea e prende il nome dall’omonimo villaggio palestinese, non più di 2500 anime, che sorge nei pressi.
Il villaggio è stato inglobato nell’area C, si trova cioè all’interno di quella fascia di terra su cui Israele continua ad esercitare la propria giurisdizione, in base allo schizofrenico smembramento della Cisgiordania concordato a tavolino tra lo stesso Stato d’Israele e i negoziatori palestinesi.
La collocazione del villaggio in area C espone i suoi abitanti ad atti unilaterali, e talvolta arbitrari, da parte dell’amministrazione israeliana come, ad esempio, confische improvvise di “dunums” di terra giustificate con generiche e inappellabili ragioni di sicurezza. Motivazioni più circostanziate sono del tutto superflue quando s’impugna il coltello dalla parte del manico, come se la volontà israeliana coincidesse con quella di un dio insondabile a cui ci si deve sottomettere.
Il transito per il check point di Jamalah, uscendo dalla Cisgiordania verso Nazareth, è interdetto agli automezzi palestinesi (riconoscibili dalla targa bianca) che devono arrestarsi a debita distanza dal varco per non allarmare i militari.
Uguale divieto, in senso inverso, vige per gli israeliani ebrei che non possono avvicinarsi alla circoscrizione di Jenin.
La coda d’automezzi che si forma nelle due direzioni è dovuta alle vetture dalla targa gialla di proprietà di cittadini arabi con nazionalità israeliana.
L’attraversamento a piedi del check point si svolge invece al riparo delle pareti di un sordido capannone; imbocchi un cunicolo in Cisgiordania, sbuchi – dopo un accurato controllo di documenti e bagagli – in Israele.
Mentre la barriera del check point per le vetture funziona senza interruzioni di sorta durante l’arco dell’intera giornata, gli orari per il passaggio dei pedoni sono contingentati.
Il led verde dei tornelli scatta poco dopo le 4 del mattino e resta acceso fino alle 12.30 circa. Questo lasso di tempo ampio è necessario per consentire ai lavoratori frontalieri palestinesi, dotati dell’apposito pass, di raggiungere la terra promessa al di là del Muro e di sfiancarsi sotto il sole cocente in qualche cantiere edile o in altre occupazioni d’infima manovalanza.
Nel pomeriggio sono programmate solo due finestre per entrare in Israele: dieci minuti tra le 15.20 e le 15.30 e dieci minuti tra le 18.20 e 18.30.
Se sei un turista sprovvisto di vettura e ti presenti dopo le 12.30 hai due opzioni.
Confidare nella fortuna e provare a strappare un passaggio in macchina, sventolando cinicamente il tuo passaporto per dimostrare agli automobilisti comunque refrattari che non sei palestinese e che quindi, se ti caricano a bordo, non rischiano contrattempi al check point.
Oppure attendere una delle due finestre pomeridiane, “godendoti” frattanto, all’ombra di un capannone, il rientro scaglionato dei lavoratori palestinesi, gli sguardi offuscati, demoliti dalla fatica.



