Nel 2017 Banksy, l’anonimo artista inglese, ha convertito un’ordinaria palazzina alla periferia nord di Betlemme nel “The Walled Off Hotel”, l’albergo che si promuove ai turisti vantando, come un privilegio, “il peggiore panorama del mondo”; alcune delle sue stanze, infatti, prospettano su un tratto dell’opprimente cortina di cemento che divide Israele dagli ex (?) Territori Occupati.
Inclusi nel pacchetto del suggestivo soggiorno: garitte, matasse di filo spinato e contemplazione delle arcigne sentinelle con la stella di Davide.

I cupi interni dell’hotel sono arredati all’insegna dell’eccesso, incredibilmente decontestualizzati, con boiserie, marmi e velluti in uno stile che si potrebbe sintetizzare come grottesco-coloniale. A una prima, approssimativa disamina della magniloquente lobby, quasi tutto quadra nella sua pomposa e anacronistica coerenza.
Se, tuttavia, ci si sofferma sui dettagli di questo bizzarro pastiche, emergono le tante provocazioni disseminate dall’artista: su una parete, al posto dei trofei di caccia, è affisso un set di telecamere di sorveglianza; i cherubini che volteggiano sul piano a coda indossano le maschere antigas; nelle loro reciproche bocce, due pesciolini in plastica, le pupille dilatate, anelerebbero ricongiungersi a discapito del vetro che li imprigiona, un’allusione alla segregazione in cui sono costretti i palestinesi; invece che lance e scudi, la panoplia immaginata da Banksy è composta da fionde e mazze. E così via.

L’installazione avrebbe dovuto essere smantellata dopo un anno, invece è ancora in attività e macina lauti profitti. Uscito di scena il celebre writer, proprietà e gestione della struttura sono adesso appannaggio di un management palestinese. La transizione dell’opera da mediatico atto di denuncia della strisciante occupazione israeliana a evanescente baraccone si è così compiuta.
I dormitori costano 60 dollari a notte, le camere sceniche dotate di bagno privato, tra cui 2 che esibiscono creazioni originali dello street artist di Bristol, oscillano tra i 215 e i 265, la suite presidenziale sfiora i mille (quotazioni anno 2018).
Non mi capacito di come, nonostante i prezzi esorbitanti, le stanze risultino spesso sold out. Chi ci alloggia, lo fa per compiacere una sorta di voyeurismo? Per sperimentare sulla propria pelle l’emozione d’un quotidiano agghiacciante, ma senza condividerne i rischi, quasi ovattato da una realtà virtuale?
La sola certezza è che la spettacolarizzazione della sofferenza suscita una pulsione di profondo disagio – almeno in quanti, tra i visitatori, possiedono gli strumenti culturali per maturare questa reazione. Mentre stazionavo vicino alla scimmia antropomorfizzata nel ruolo di sardonico facchino che presidia l’ingresso dell’albergo, un taxi sgangherato ha recapitato una coppia di fidanzatini, direttamente dalle spiagge assolate, suppongo, stante gli abiti succinti, totalmente avulsa dal drammatico simbolismo che impregna il muro. Nei loro futili discorsi, correlavano il lusso ostentato di cui avevano usufruito in uno dei posticci hotel di Las Vegas all’ambigua opulenza del Walled Off.
Come garanzia, dormendo a stretto contatto con opere d’arte, agli ospiti viene imposto il versamento di una cauzione di 1000 dollari su carta di credito al momento del check in per assicurare il patrimonio da furti o atti vandalici.

Annesso all’hotel, sorge il Wall Mart, altra gallina dalle uova d’oro, un laboratorio dove i turisti hanno a disposizione tutto l’armamentario per vivere l’esperienza dello street artist autodidatta. Spendendo “solo” 70 shekel, si è autorizzati a lasciare impresso sulla superficie del muro un tag indelebile del nostro passaggio attraverso la tecnica dello stencil.
L’hotel impiega 45 giovani di Betlemme nel suo staff, uno dei risvolti positivi di questa controversa operazione.
Sia sugli articoli di stampa, che sulle faq della pagina ufficiale del Walled Off, sia chiedendo un riscontro ai ragazzi della reception (o “rejection” come è stata ribattezzata in modo geniale da Banksy l’accoglienza dell’hotel), una quota degli utili generati da questo florido business dovrebbe essere reinvestita per finanziare progetti solidali all’interno dei refugee camps e a sostegno della comunità locale.
Ma che quota degli utili finisce in aiuti e quanto resta impigliato nelle maglie del tornaconto personale dei proprietari? Dalle conversazioni in strada con i residenti, sono state avanzate molte perplessità, e sovente esplicite accuse, al management di lucrarci.
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