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A tavola con la Signora Mariana

Rcconto tratto dal libro: "Il viaggiatore senza Ego"

by Simone Arnaboldi
8 Giugno 2026
Home Argentina
Cielo e terra si compenetrano sull’orizzonte degli Esteros

Ci sono frangenti in cui la propria esistenza sembra scartare dai binari della regolarità, imboccando direzioni assurde e improvvisamente in salita.

Accade quando i sogni – che si è riusciti a concretizzare attraverso le rinunce e la fatica bestia di un’interminabile gavetta – si frantumano senza alcun preavviso come una giornata dal tempo variabile che muta al peggio o una vetrina natalizia, appena addobbata, demolita dal calcio di rigore di un monello.

Sogni.

Rovinarsi dietro i sogni e voler tracciare il cerchio della vita con il compasso, un cerchio netto, privo di sbavature… è il modo più semplice per ferirsi mortalmente.

Gli esseri umani sono autolesionisti. E gli argentini sono campioni d’autolesionismo.

Che s’annidi nell’indole umana una vena di follia la Signora Mariana l’aveva intuito quando il padre – olandese purosangue d’Amsterdam – s’era suicidato tuffandosi nel Rio della Plata con tutti i suoi rimpianti e i pagherò accartocciati nella tasca interna del pastrano. Era emigrato anni prima illudendosi di poter sfuggire agli stenti e alle temperature polari, però lui era nato per comporre delicate quartine d’amore senza sostanza, non aveva palle per gli affari.

Avrebbe desiderato far fortuna, acquistare una hacienda, costruirsi un villino a Tigre dove svernare tra i villini della borghesia porteña, invece in quei villini c’era finito a svolgere saltuari lavoretti di manutenzione, changas…

L’avevano recuperato – corpo gonfio e irriconoscibile – alla foce del fiume avvolto in una macchia di nafta come in un sudario.

Nonostante quel doloroso ammonimento, la Signora Mariana aveva continuato a confidare nel potere taumaturgico dei sogni d’ispirare una vita migliore.

I sogni l’avevano inesorabilmente ingannata.

Eccola ora la Signora Mariana che si tormenta le unghie nella solitudine della sconfitta, mentre fa a brandelli la licenza della sua attività e i papiri che certificano il rispetto delle norme igienico-sanitarie e che adesso sono troppo ruvidi persino per pulircisi il culo…

Eccola la Signora Mariana che – sagomando origami con quei papeles inutili – s’interroga se un ristorante, il ristorante che sognava fin dalla più tenera infanzia allorché aveva convertito il salone della casa delle bambole in un tenedor libre[1], il grande sogno della sua vita, è davvero esistito pietra su pietra o se, viceversa, si trattava dell’ennesimo miraggio come i tanti altri progetti che nel corso degli anni ha coltivato invano.

Non è un lieve smottamento quando un sogno si sbriciola come segatura.

Certe persone sono annientate dalle trame crudeli che il destino annoda su di loro in modo insistito; più che il fallimento in sé, a svilirle, è l’ingiustizia del fatto occorso e la prospettiva di dover ripartire da zero quando si stava raccogliendo il frutto dei propri sacrifici. Abbassi la guardia, convinto d’esserti lasciato alle spalle la parte più impervia del percorso.

La Signora Mariana non si sente in diritto di biasimare il comportamento dei suoi fratelli di sventura: Manuel il re dei macellai che l’aveva ammaestrata sui segreti del barbecue per solleticare il palato dei clienti più esigenti con un bife de chorizo cotto al punto; Antonio che insegnava il più sensuale dei tanghi al secondo piano della barocca milonga Confiteria Ideal; Rubio, il reduce delle Malvinas, lo storpio fante – ma non nella virilità – che sui treni pendolari della Gran Buenos Aires spacciava calendari dell’aeronautica per raccogliere fondi a sostegno di un’associazione mutualistica d’ex combattenti di cui era il presidente, il tesoriere e l’unico iscritto; Alberto che percorreva la Costanera sulla sua traballante bicicletta al grido “Popchoclo, garrapiñadas”; e poi Ernesto con il suo bandoneon e la voce rauca da grammofono ottocentesco che ogni sera scandiva il ritmo dei camerieri in sala in cambio di una cena romantica con lei a lume di candela.

Amici, collaboratori e occasionali compagni di letto.

…Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor…

Nessuno meritava di subire un rovescio così traumatico, né esistono precauzioni che possano temprare un animo, predisponendolo a fronteggiare l’ignoto a muso duro; certo che la natura umana riserva sorprese, sovente ti delude.

La Signora Mariana fissa con il luccicone la foto autografata in bianco e nero del peso welter Roberto – mi querida, mi luz, capelli color del grano, un beso – e i trofei, ora imbruniti, che il pugile le ha donato una grigia mattina d’autunno in pegno con il suo generoso ed eroico cuore, devastato dalle pene di un affetto non corrisposto; le aveva chiesto d’esporre l’oro delle coppe e il piombo delle medaglie – grondanti del sangue delle sue labbra – nella vetrina principale del ristorante; accondiscendere a quella preghiera sarebbe stato come infilarsi la promessa al dito, però lei non era donna da giurare fedeltà a un sol uomo…

Le era costato essere inequivocabile ma sarebbe stato peggio tergiversare per timore d’offenderlo.

Non voleva che anche Roberto si struggesse aggrappato a dei sogni impossibili.

La carriera di Roberto è durata un battito di ciglia e nessun sportivo oggi si ricorda di lui.

Un gancio ben assestato ha tradito la sua mascella di cristallo. Il suo tallone d’Achille.

Roberto credeva fervidamente in Dio. E credeva che i Padri Nostri salmodiati prima del gong e il suo destro al fulmicotone gli avrebbero consegnato su un piatto d’argento la vittoria e che ogni vittoria, consacrata alla sua musa, fosse come un tassello che gli avrebbe permesso di conquistarne l’amore.

Perciò aveva deciso di non arrendersi, di non retrocedere al cospetto di un avversario che lo stava surclassando anche se il ring ondeggiava come le sue certezze e Dio, dall’angolo, sembrava stranamente taciturno e distratto…

Aveva concluso in piedi le riprese di quell’ ultimo incontro.

Sfigurato.

Il knockout più severo, però, glielo aveva inferto tempo dopo il governo della Repubblica. Questioni di tasse evase. Ma lui, un analfabeta, non aveva evaso nulla. I parassiti che drenano il portafoglio dei campioni e dei brocchi avevano frodato il fisco e l’avevano fatta franca.

Il governo gli ha estirpato l’onore, l’azienda vinicola e la grinta per rialzarsi ancora una volta dal tappeto.

Le notizie più recenti – il passaparola che risale come una turbolenza per migliaia di chilometri dai ghiacci perenni delle Ande alle avenidas caotiche della capitale – ubicano Roberto a compiangersi in una fetida baracca alla fine del mondo, allevando castori…

Il Sud è il luogo dove svendere un’identità logora e rinascere. Il Sud è una terra d’ombre, fuochi fatui e buoni diavoli.

…Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad.

Siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad…

Ad altri è andata peggio. Altri non hanno avuto neppure il mordente di perdersi sotto l’immensa luna del Sud.

Con amarezza Mariana ha assistito alla deriva d’uomini che riteneva indomiti, caratteri coriacei in grado di spianare una montagna se solo gli avesse sbarrato il cammino; ha presenziato impotente alla loro dannazione, fagocitati dal ventre torbido di una Buenos Aires che non concede prove d’appello alle sue vittime né possibilità di redenzione. Forse – si è detta cercando di giustificare quella debolezza inattesa – ciascuno può tollerare un carico massimo di traversie; giunto al limite di sopportazione una piuma in più sulla bilancia è sufficiente a determinare il tracollo dell’intero sistema.

O forse sono maschi e difettano della forza mentale di gestire le avversità.

Le donne partoriscono. Le donne attingono risorse infinite dal loro grembo materno.

Lei si è rifiutata di cedere all’inerzia e alle recriminazioni stucchevoli…

Ha insultato i politici e maledetto la loro inettitudine, ha fatto rintronare il paese schiumando rabbia e percuotendo le sue marmitte come se a cozzare contro l’acciaio fosse l’urlo della sua dignità offesa e non solo un mestolo… que se vayan todos, ma – quando ha capito che i suoi risparmi si erano volatilizzati irrimediabilmente a causa delle disposizioni capestro del corralito e che non c’era alternativa plausibile che rimboccarsi le maniche oppure affondare nella merda – ha liquidato il ristorante, ha saldato i suoi debiti con le banche ed è tornata a dedicarsi al mestiere per il quale possedeva un talento ineguagliabile: la cuoca.

Con una differenza rispetto al passato: ora ammanniva le sue prelibatezze da padrona assoluta del proprio destino.

Ormai anziana, poteva vivere senza dover rendere conto a nessuno delle sue scelte.

Non c’era più anima di cui le importasse.

Era scoccato il momento di stilare un bilancio onesto dei rari successi e delle mille disfatte, per poi accenderci un falò; era tempo di liberarsi da quei conformismi che l’avevano crocifissa e d’interrogare i tarocchi perché le svelassero con la consueta  sottigliezza se dall’aridità interiore che l’opprimeva poteva ancora scaturire qualche sogno.

Questa volta, però, un sogno genuino, ruspante.

L’atmosfera della sua adorata Buenos Aires le era divenuta intollerabile come i perbenismi.

A volte tentava di riemergere da quella cappa asfissiante di cemento e nostalgia, di respirare a pieni polmoni e non boccheggiando.

Però sbrigare le piccole commissioni, visitare il sepolcro dei suoi cari Van de al cimitero della Recoleta, ritirare una somma di 250 pezzi di cartastraccia al bancomat… la più banale delle azioni si trasformava in una via crucis della memoria tra i ruderi dell’epoca d’oro…

Il responso delle carte era stato lapidario e in linea con la soluzione che aveva già meditato: doveva recidere il cordone ombelicale.

Partire. Ma non per il Sud.

Perché il Sud era il rifugio dei fantasmi. Lei, a sessan’anni, aveva l’energia per emozionarsi ancora.

Colonia Pellegrini, “capitale” degli Esteros dell’Iberà

La signora Mariana alimenta con un ciocco ben stagionato la brace del caminetto. Un inverno particolarmente rigido si è appena abbattuto su Colonia Pellegrini e sul nord dell’Argentina, di quelli implacabili, zeppi di bufere di neve e chiodi di ghiaccio, che reclamano un tributo di barboni e gatti randagi prima di mitigarsi nella fioritura primaverile.

Abbandonare Buenos Aires e le sue tragedie costituiva un passaggio necessario, riflette Mariana sollevando il naso dal libro illustrato d’ornitologia che sta studiando con applicazione.

Gli Esteros dell’Iberà sono un paradiso per i pennuti e lei è una donna curiosa che le gusta apprendere.

Il martin pescatore è il volatile che le è più affine: indipendente, scaltro, formidabile cacciatore.

Una folata rabbiosa di vento sferza le chiome degli alberi centenari del giardino, le fondamenta della casa scricchiolano, le vetrate vibrano, le campanelle ornamentali di terracotta appese alle travi della veranda producono un tintinnio argentino di strenne natalizie e pungitopo.

Mariana ricorda con il magone i venti più domestici della sua Buenos Aires: il sospirato pampero – che spezzava l’assedio dell’afa estiva – e il soffio del sudest che trasportava masse d’aria bagnata, inondava il quartiere della Boca e le faceva formicolare le ossa…

Era partita in una giornata uggiosa come il suo morale, con il cielo terso non avrebbe avuto cuore di recarsi alla stazione del Retiro.

Abbandonare la nave che s’inabissa per sopravvivere.

Come i ratti.

In certe drammatiche circostanze bisogna preoccuparsi più della propria incolumità.

Finanziaria e psichica.

La solidarietà è un lusso. Forse avrebbe potuto tendere una mano pietosa al suo prossimo – anche se nessuno glielo aveva domandato esplicitamente, però molti occhi inebetiti confessavano quella verità che l’orgoglio s’ostinava a negare – ma c’era il rischio d’invischiarsi, d’innescare una catena infinita di pianti addosso, di veder sfilare via l’ultima scialuppa di salvataggio…

Mai aveva approvato le lamentele dei suoi concittadini riguardo la supposta invivibilità di Buenos Aires, la capitale federale era per lei una seconda turbolenta, poliedrica, affascinante pelle… invece era scritto che non si radicasse, che la sua non fosse una vecchiaia di certezze economiche e di partite a bridge.

A pochi s’offre il privilegio di condurre due esistenze piene e diametralmente opposte.

Spesso l’altra esistenza coincide con la pazzia.

A lei questa occasione era parsa un’avventura eccitante da intraprendere senza tentennare.

…Uruguay, Brasile, Cile, Bolivia, Perù, Paraguay, Ecuador…

Quanti facoltosi businessman che equiparavano il nutrimento del corpo a una spesa di rappresentanza o al tedio di una riunione plenaria si erano ravveduti abbuffandosi con un chilo e mezzo del suo suribì speziato e, commossi, avrebbero concesso il bis?

Quanti orgasmi aveva scatenato in donne ormai spente alle sollecitazioni dell’eros con il profumo esuberante della sua bagna cauda?

Quanti olfatti pretenziosi aveva blandito sfrigolando le sue salteñas all’uva passa e zafferano?

E quanti sguardi catatonici di ragazzini l’avevano spiata con l’acquolina mentre lessava le pannocchie di mais in un calderone, ne grattugiava i chicchi fino a ottenere una massa densa e collosa che amalgamava con un pizzico di basilico, uova sode e cannella prima d’impachettare il composto a piccole porzioni nelle foglie di banano delle sue humitas[2]?

Quanti uomini misogini avevano rinnegato la loro superbia nel vortice del frullatore che stemperava ajì amarillo, latte, cuartirolo e gallette in una vellutata lievemente piccante, che spalmava sulla superficie di patate lesse per la sua rivisitazione delle papas alla huancaÍna?

Quante famiglie l’avevano implorata di stabilirsi nel loro hogar, avvinte dal suo carisma e dal suo straordinario estro gastronomico?

Eppure ogni volta che pensava di potersi fermare in un luogo per sempre un’inquietudine profonda l’assaliva, un tarlo di viaggio incompiuto e di conoscenze lasciate a metà che la induceva a congedarsi furtivamente dai suoi ospiti sul fare dell’alba, apparecchiando una colazione a base d’alfajores al cioccolato con un doppio strato di dulce de leche, una leccornia che avrebbe resuscitato i morti.

Era il suo modo di ringraziare le persone buone.

Nonostante si sforzasse di farsi andare a genio le cose, percepiva istintivamente che non erano quelle le coordinate della terra promessa in cui doveva approdare o – forse – sapeva che non esisteva alcuna terra promessa in questo mondo; si era talmente assuefatta alla libertà che avrebbe continuato a peregrinare in eterno…

Intanto perfezionava la sua arte.

Migliaia di nuove ricette s’accumulavano nei suoi taccuini facendo il paio con i chilometri percorsi: i piatti della cucina criolla e le varianti locali annotati e commentati con pazienza certosina, poi – una volta padroneggiata l’essenza della preparazione – Mariana improvvisava.

In Bolivia una curandera l’aveva iniziata ai misteri che s’occultano dietro al velo di Maya, il nesso che unisce gli opposti in una sinergia e il creato all’universo come le api al miele e alla corolla dei fiori; se avesse onorato il legame di fratellanza tra il cibo, il ribollire del sangue e le vene delle miniere e se avesse celebrato il fuoco dei vulcani sarebbe stata in grado d’operare miracoli in cucina.

Girovagando per l’altopiano aveva appreso a raffinare gli alimenti nell’utero della madre terra, marinando preventivamente le parti edibili del cuy[3] e arrostendole poi dentro a una cavità con pietre scistose preriscaldate[4].

Spesso guarniva il tutto con patate dolci e tranci di manioca.

Ai piedi delle Ande, in un collegio cattolico, viveva una machi rinomata per svelare il futuro che languiva prigioniero della ragnatela dei sogni e per guarire i reumatismi con il fluido delle mani.

Lisciandosi i capelli filamentosi e unti che le incorniciavano il volto, aveva dato un’interpretazione erronea però dei sogni che Mariana le aveva riferito o, forse, ne aveva volutamente travisato il significato a proprio favore perché i sogni trasparenti di Mariana le rinfacciavano il suo peccato e annunciavano l’imminente castigo.

Mariana, in un dormiveglia da incubo, aveva sognato una sciamana custode dell’eredità orale del popolo mapuche, poi aveva sognato se stessa a fianco della sciamana ma non in un consesso d’anime affini, piuttosto le sembrava di tribolare sui carboni ardenti, angosciata da un sinistro presagio di rovina; si era sognata mentre sussurrava l’ermetica litania Sin Dios y Sin Santa Maria, più e più volte come se sgranasse il rosario.

Il sogno presto si era definito, come un treno che emerge dall’occhio della galleria.

Le due anziane donne stavano misurandosi intorno a un rogo che divorava boschi e pagine d’antichi codici miniati. Mariana cercava di circoscrivere l’incendio per salvare quei documenti d’inestimabile valore dall’oblio, cantilenando su dal diaframma Sin Dios y Sin Santa Maria; la sciamana, viceversa, lanciava nuove esche per attizzare le fiamme quando erano sul punto d’estinguersi: maialini da latte surgelati che estraeva da una valigia di cartone.

I maialini erano solo ibernati, il ghiaccio che li conservava in quello stato di morte apparente si liquefaceva, l’odore della cotenna abbrustolita era nauseabondo e si mischiava al rantolo dei suini in agonia, lacerante come l’eco di campane a morto..

Mariana si era sentita stranita, soffocata dalla pietà e dal fumo opaco.

…Sin Dios, Sin Santa Maria…

D’improvviso le vampe crepitavano, dilatandosi come investite fin nelle viscere da un alito vivifico, e assumevano la fisionomia di un orrendo rapace dalla testa antropomorfa[5], il chonchon; emettendo un tuè tuè straziante quel mostro alato si scagliava sulla sciamana, dilaniandole il petto con artigli d’ossidiana…

Era un sogno premonitore.

La machi, infatti, si era prostituita per assicurarsi certe prebende: la fiducia delle suore, un tugurio di mattoni sulla testa, un appezzamento fertile e la disponibilità di carne rossa quando ai bambini mapuche – che frequentavano la scuola della missione e provenivano da famiglie disadattate o erano orfani – la carne rossa era somministrata con il contagocce e sovente sotto forma di un brodino torbido.

La  machi era una donna povera di spirito, assai solerte nel plagiare il cervello dei fanciulli, incoraggiandoli a intonare l’inno argentino prima delle lezioni, a comunicare in castigliano e a pregare con devozione il plenipotenziario dell’unico vero Dio, un macabro cadavere in croce.

A dimenticare le loro tradizioni se non volevano finire alcolizzati come i genitori.

La machi, desiderando impressionare Mariana, le aveva rivelato il nome magico delle erbe aromatiche, accompagnandola in visita al suo geometrico orticello; scandendolo prima di sminuzzarle – come per confidare un segreto all’orecchio del sacerdote – avrebbe attivato le virtù carminative dell’artemisia, l’anice che stimola la lattazione delle puerpere, il timo che calma gli spasimi della tosse, l’aglio che debella i vermi e le trappole del maligno, l’origano che aiuta la digestione dopo i bagordi…

Mariana avrebbe varcato pure gli oceani per arricchire le sue esperienze culinarie ma non concepiva l’aereo nel ventaglio dei possibili mezzi di trasporto e pativa un mal di mare che era più penoso dei dolori mestruali, perciò si era accontentata di saltare noodles, bocconcini di pollo e germogli di soia in  una chifa[6] ecudoriana.

Infine il suo febbrile vagabondare l’aveva condotta a Colonia Pellegrini, provincia di Misiones, contrattata per amministrare una posada di recente apertura.

Grazie a internet poteva vagliare con un clic migliaia di proposte d’impiego, spedire il suo curriculum nelle località più remote del continente e ottenere una risposta in tempi rapidissimi; risposta che era sempre lusinghiera perché la scrittura delle sue mail era cordiale e le referenze che poteva vantare di prim’ordine.

Mariana era attirata dai luoghi fuori dal tempo.

Si era accorta che la reazione che aveva suscitato nei proprietari della posada, una giovane e attraente coppia di Corrientes, era stata di un disorientamento tendente alla bocciatura, l’aveva decifrato dai sorrisini imbarazzati di circostanza che i due sposini si erano indirizzati quasi rimbrottando l’uno all’altra dove diavolo l’hai pescata?…

Come biasimare, d’altronde, l’umanissima debolezza di giudicare un individuo dalle mere apparenze?

S’attendevano un’austera ed energica donnona non perché lei glielo avesse lasciato supporre ma perchè era scontato immaginarsi che una donna a cui si demandavano le mansioni di cuoca e di sovrintendente del personale di un albergo con annessi ettari di terra fosse una donna di corporatura imponente, una donna che incutesse soggezione nei subalterni solo tuonando gli ordini… e invece si erano trovati in presenza di una nonnina che arrancava lungo il viale acciottolato d’accesso e che d’acchito avevano scambiato per una mendicante che una raffica di vento più violenta avrebbe potuto rapire e disperdere negli esteros.

I riccioli striati d’azzurro, reliquia di una tintura sbiadita, le scendevano in un’arruffata cascata dalla tesa di un panama di vera toquilla; un vestitino di taffettà rattoppato alla bene e meglio, troppo capiente; quasi fosse un vomere si trascinava dietro un trolley talmente gonfio delle sue mirabilia che aveva dovuto comprimerlo con un doppio giro di spago…

Era bastato, però, che sedesse i suoi scettici datori di lavoro intorno alla tavola e che infornasse una teglia di peperoncini ripieni come antipasto, che imbandisse un Don Pedro Vicente[7] piuttosto carico di cumino quale portata principale nonché – per dessert – una mousse di maracuyà per dissipare ogni perplessità nei suoi confronti, sopperita da uno sfrenato compiacimento ai limiti dell’estasi.

I due giovani si erano abbandonati languidamente contro lo schienale, fissandosi con una brama sessuale che non avevano sperimentato neppure la prima notte di nozze.

Il periodo di prova di Mariana si era protratto per altri tre giorni durante i quali gli sposi avevano fatto la spola incessantemente tra il salone da pranzo addobbato a festa e l’alcova…

La Signora Mariana manovra l’attizzatoio.

Ha sempre attribuito al vorticoso e anarchico danzare delle lingue di fuoco un potere ipnotico, di rinnovamento interiore…

Colonia Pellegrini.

E’ come se le peripezie che le hanno stravolto l’esistenza fossero state delle tappe d’avvicinamento a quel paradiso incastonato tra le paludi.

Era il premio che le stelle riservavano alla sua perseveranza.

A Colonia Pellegrini ogni isteria sembra diluirsi sovrastata dal fruscio delle canne.

E’ un porto ideale per chi fugge e per chi vuole arrivare.

Il silenzio del progresso permette d’ascoltare ancora i flebili ronzii che ansimano dal sottosuolo, le gocce di pioggia che martellano le lamiere e le gronde, i tonfi degli zoccoli dei cavalli e lo sciabordio delle ruote dei carretti attutiti dalla sabbia, le grida d’urrà dei ragazzini per un gol segnato che rimbombano tra le manzanas[8] come il fremito di una folla, spaventando un airone appollaiato sulle falde di un tetto…

Non aleggia, però, quel torpore rassegnato tipico dei paesini decadenti, piuttosto vi regna uno stato di fibrillazione perenne, un’atmosfera epica, da ultima frontiera.

Il viale Capivara è attraversato da branchi d’indolenti roditori pelosi con il muso ad ogiva; la piazza è una parcella con al centro un parco curato. Lungo il suo perimetro sorgono solo sporadici edifici in muratura come la municipalità e il museo rurale; ovunque lo sguardo spazi, immensi lotti vergini e cieli radenti.

La maggior parte delle abitazioni sono umili baracche.

L’elettricità viene erogata a singhiozzo da un’usina[9] spompata, i distacchi e i guasti sono frequenti ma a tutto c’è rimedio.

Ad esempio una scorta di candele.

Si conta un unico negozio d’alimentari che funziona pure da spartana trattoria.

Una corriera scassata garantisce il collegamento con la città di Mercedes lungo la ruta 40, uno sterrato in discrete condizioni; il braccio della medesima pista che si dirige a nord, verso  Posadas, risulta impraticabile senza un 4×4.

Il servizio, tuttavia, è programmato ad orari inaffidabili e tanto illogici che parrebbe studiato appositamente per scoraggiare i forestieri a visitare il paese e i residenti ad allontanarsene.

“In questo isolamento mi sento finalmente in pace”, riflette Mariana scrutando l’orologio a cucù. Tra poco il cucù si sgolerà dodici volte e il suo antipatico ospite sarà di ritorno dall’escursione in lancia.

Colonia Pellegrini. La mia anelata dimora.

Nonostante l’idillio sia funestato dai presagi di Barabba, il factotum della posada.

“Quando asfalteranno la strada molte cose cambieranno, cara Mariana”, profetizza l’uccello del malaugurio, imbacuccato nel suo anorak, azzannando tra le labbra screpolate la cannuccia del mate, mentre bruniti cirrocumuli s’addensano nel cielo.

Già si prefigura le tonnellate di cemento che la speculazione edilizia rovescerà sulla colonia se qualche imprenditore si deciderà a sfruttarne seriamente le potenzialità turistiche.

“Nessuno di noi la vuole questa dannata strada. Ci accontentiamo”, ribatte Mariana in subbuglio.

L’imperturbabilità di Barabba le fa montare il sangue al cervello.

Come può accettare il disfacimento del suo eden con tale apatia? Proprio lui se ne lava le mani che è nipote di uno dei padri fondatori del paese!

O, forse, il fatalismo è il suo modo d’esorcizzare una minaccia nebulosa.

Però lei lo conosce come le sue tasche il marciume finanziario.

E ha imparato che nessun traguardo è precluso a chi mostra sufficiente risolutezza.

Bisognerà organizzarci noi donne, fare quadrato intorno all’effige della Nostra Signora d’Itatì, Santa Patrona delle province di Corrientes e Misiones, schierarci sul ponte che scavalca la laguna in direzione di Mercedes e bloccare su quelle assi precarie gli invasori…

“Proprio perché la strada non serve a nessuno di noi la costruiranno presto”, conclude Barabba con una risata nervosa.

Fauna degli Esteros

“Allora, Mariana, che squisitezze ha preparato con le sue manine fatate?”.

Il Signor Augusto, presuntuoso e logorroico editore in ferie, è appena rientrato da un’escursione in lancia nella quale ha avvistato: 65 yacarè neri, la testa semisommersa di 1 lobito di rio, 25 carpinchos[10] – una coppia in equivocabili atteggiamenti promiscui – e stormi d’uccelli dal piumaggio variegato di cui ignora l’esatta tassonomia se no snocciolerebbe a Mariana specie e numero d’unità come le ha già enunciato il titolo di tutte le collane di divulgazione scientifica che ha dato alle stampe con tirature strepitose dalla nascita della sua Casa Editrice e gli attestati di benemerenza che tre Presidenti della Repubblica gli hanno conferito per i suoi alti meriti culturali.

Aver conferito un premio ad Augusto per meriti culturali – aveva sentenziato tra sé Mariana – era stato un obbrobrio, anzi tre obbrobri, come assegnare la cittadinanza onoraria d’Israele al führer…

“Lei ha un occhio di falco” lo schernisce. E’, infatti, consuetudine imbattersi durante la traversata della laguna in grandi concentrazioni di yacarè e capibara. Però, nel resoconto d’uomini eccentrici come Augusto, la normalità non è concepita, tutto si trasfigura in prodezze, in una sfilza di io ho fatto, io ho detto, io ho…

Il vento sferzante della palude ha stimolato nell’editore un appetito da lupo.

Neppure lo sfiora l’ovvietà del macello che il carrarmato dei suoi scarponi da trekking spantegherà sul parquet appena lucidato della sala da pranzo; neppure bada alle pantofole appaiate sulla soglia d’ingresso che sono state messe a sua disposizione; semina impronte melmose taglia 43 sui listoni sfavillanti del pavimento.

Quando s’avvede della scia di sudiciume, scrolla le spalle con noncuranza. D’altra parte lui scrolla sempre le spalle con noncuranza invece di scusarsi.

Le sguattere limpieranno.

Augusto è un ometto che susciterebbe tenerezza come un cicciobello ancora più paffuto, se non fosse per quelle pupille ottuse e metalliche che sono lo specchio di un desolante vuoto interiore…

Augusto è un uomo d’indole arrogante a cui tutto è dovuto.

Le ricchezze che possiede se le è guadagnate con il sudore della fronte, una vita da crumiro, l’inchiostro delle macchine tipografiche e i saggi investimenti. Ci ha sempre messo la faccia e non deve rendere grazie a nessuno per essere riuscito ad affermarsi.

Ha difeso il suo impero a denti stretti mentre fortune ben più antiche crollavano dall’oggi al domani.

E’ stato perspicace, ha dimostrato tempismo nel trasferire il suo patrimonio all’estero prima che i depositi venissero bloccati[11].

Ha patito un calo verticale delle vendite, certo – che ha compensato licenziando le maestranze -, però si è pure accaparrato nuove quote di mercato e, in definitiva, è uscito dalla crisi economica più forte.

L’editore avvicina ai tizzoni del camino le dita rattrappite nonostante abbia indossato i guanti di lana per l’intera durata della navigazione.

“I ravioli con tuco[12] di ieri erano prelibati, Mariana. I migliori che abbia mai assaggiato… e – non per vantarmi – io frequento la tavola dei più famosi chef della capitale!”, puntualizza tronfio.

Gli unici aspetti seccanti del lavoro alla posada – valuta Mariana che dopo una settimana non ha ancora fatto il callo alla boriosità dell’editore – sono gli ospiti molesti. La maggioranza, purtroppo. I prezzi del soggiorno in mezza pensione sono esorbitanti e gli argentini che se li possono permettere borghesi annoiati o parvenu affetti da delirio d’onnipotenza.

Le risulta insopportabile la gentilezza d’Augusto, quel suo savoir faire ossequioso che mira ad accattivarsi il favore del prossimo ma che manca di sostanza e calore umano.

“Non per dire, Mariana, ma io posso tranquillamente discutere con un capo di stato o con un operaio!”.

In una società di vanagloriosi è proprio il talento di compiacere la chiave del successo.

Mariana vorrebbe precisare che il menù annovera rustiche bruschette all’italiana da leccarsi i baffi e succulenti taglierini conditi alla carbonara ma che, tergiversando a chiacchierare d’aria fritta, si rischia che la pasta, che sta già cocendo, perda di consistenza…

Augusto però la prevarica: già affronta un argomento di cronaca nera, attingendo al suo inesauribile serbatoio di pettegolezzi che sono sterili blablabla.

D’altra parte, nei salotti dell’alta società, il mutismo è bandito, s’avvalora l’arte dell’intrattenimento frivolo nella quale l’editore è versatissimo.

“Non per allarmarla, Mariana, ma Buenos Aires si è tramutata in un ricettacolo di delinquenza; un onesto cittadino non può incassare la pensione senza che due motochorros gli sparino per rapina. A bruciapelo. Bum. Bum”.

Mariana non s’allarma, appare piuttosto rassegnata a servire dei taglierini scotti.

Augusto, mentre mima la canna fumante della pistola che ha crivellato il povero pensionato unendo l’indice al medio, ostenta un cruccio indignato da moralizzatore dei costumi; è palese, tuttavia, che – emotivamente – il destino dei pensionati in balia della piccola criminalità lo coinvolga meno delle disquisizioni sui natali della grappa Pisco e sui relativi diritti di commercio che oppongono le fazioni peruviana e cilena dei dipendenti della sua Casa Editrice.

Lui, da quel sobillatore patentato che è, getta benzina nel fuoco. Con i peruviani propende per un’origine cilena, stuzzica i cileni dicendosi metematicamente certo che hanno usurpato il segreto della distillazione ai peruviani…

Liquidato il tema pensionati, si proietta sulla successiva notizia. E invano cercheresti di ravvisare un nesso nel suo dialogo che non sia la frivolezza.

“… e vogliamo parlare dei taxisti? Un amico mi ha raccontato che uno di questi filibustieri ha rifilato di resto a un ignaro turista un austral d’Alfonsìn[13]. Una patacca fuoricorso, si rende conto? Di questo passo dove finiremo?”.

Poi sembra per un attimo che il languore dello stomaco abbia il sopravvento sulla sua verbosità, Mariana vorrebbe sgattaiolare in cucina per risparmiare ai taglierini un’ignominiosa fine…

E’ un’illusione. Augusto rilancia.

“Guardi. Glielo giuro che non mi sono ancora rimesso dal trauma del mio viaggio d’andata”.

Era giunto con un paio di giorni di ritardo alla Colonia rispetto alla data della sua prenotazione perché era incappato in uno dei blocchi selvaggi delle rutas con i quali gli agricoltori sfidavano l’esecutivo di Cristina Fernandez, dinastia Kirchner, reagendo al provvedimento in gestazione al Congresso che mirava a inasprire il prelievo sulle esportazioni di soia.

Sui mercati mondiali gli scambi del legume avevano registrato quotazioni record, al governo era sembrato doveroso intervenire con la leva fiscale sugli enormi profitti fatturati per rimpolpare le casse esangui dello stato; una parte ragguardevole di cittadini, però, appoggiava la protesta dei produttori di soia. Juntos al campo. Apparentemente contro il proprio interesse. Avversando una decisione di buon senso, di solidarietà.

Accusavano il governo di demagogia.

“Io mi domando… ma questa gente che cosa vuole? Che c’entro io con le loro rivendicazioni, eh? Perché devono rovinarmi le vacanze?”

“Lei è straordinario…”, lo provoca Mariana, sarcastica.

Augusto travisa l’ironia della sua ospite, prende quel “lei è straordinario” letteralmente. Crede che Mariana lo stia adulando.

Poi le propina la soluzione che cova a tutti i problemi del paese, la più gettonata nei circoli conservatori che lui bazzica perché le mosche vanno sulla merda.

“Ai tempi della dittatura certe aberrazioni non le tolleravano!”.

Sonda con i suoi occhietti melliflui l’anziana cuoca confidando in un riscontro positivo sulla sicurezza dei bei tempi andati; invece lo fulmina l’espressione da sfinge della donna.

Intuendo d’aver sconfinato in un terreno minato, s’affretta a specificare, a edulcorare la sua connivenza, a mascherarla con i distinguo propri di chi le opinioni le muta al variare delle stagioni e degli interlocutori: “Non mi fraintenda… non credo che sia un bene o un male a priori il governo dei militari… semplicemente garantiva la pace sociale…”.

… Pace sociale… di che cazzo di pace sociale ti riempi la bocca che avrai avuto allora quindici anni se non ti pisciavi ancora nei calzoni, eh?…

…Pace sociale…

Quante volte Mariana ha udito questa nostalgica manfrina insozzare le labbra di uomini meno volgari dell’editore?

Labbra d’uomini di cultura l’avevano pronunciata senza arrossire. Pace sociale. Labbra forbite capaci di commuoversi sulle note d’Adiòs Nonino. Pace sociale. Labbra liriche, labbra educate ad assaporare come il più sublime nettare y fue por este rio de sueñera y de barro[14]…

… quasi la memoria storica – dopo neppure un trentennio – fosse una fisima da vecchi; la memoria storica la dovrebbero inculcare con il trapano nel cervello dei ragazzini per non fare di tutta l’erba un fascio.

Lei l’ha marchiato nell’anima l’orrore di quella pace sociale.

Davanti ai tanti Augusto incrociati nella sua vita di peregrinazioni Mariana si è convinta che la superficialità sia l’unica, reale conquista globalizzata.

…Pace sociale…

D’istinto vorrebbe censurare con tutta la rabbia che le freme in corpo l’indecorosa banalizzazione della storia di cui è appena stata testimone.

Soprassiede.

Sarebbe fiato sprecato. E’ conscia che qualunque tesi dovesse sviluppare a sostegno della sua indignazione scivolerebbe via bollata come propaganda faziosa, sarebbe scardinata nei suoi inconfutabili presupposti dalla dietrologia e dall’ignoranza d’Augusto.

Perché sia chiaro: Augusto non è un pericoloso revisionista, è solo un uomo che blatera un tanto al chilo.

La Perla. Club Atletico. El Campito. Automotores Orletti. El Vesubio[15].

“Che sono, delle canchas[16]?”, aveva sghignazzato l’editore giusto l’altro ieri, commentando il programma d’approfondimento sulla sorte dei figli dei desaparecidos che Mariana stava seguendo in televisione con il groppo in gola.

L’editore aveva gongolato per la sua freddura, freddura nel senso di sprigionare un’aura di gelo doloroso nel cuore di chi non accetta di cedere al sonno della ragione.

Ad Augusto sembrava una follia che si sperperasse denaro pubblico per rintracciare quei neonati che erano stati tolti a dei facinorosi e dati in adozione a caritatevoli famiglie argentine.

Le colpe dei padri non sarebbero ricadute sui figli. Era stato un atto di misericordia cristiana altro che una perversa scelta politica. E adesso qualcuno s’era messo in testa di distruggere la felicità di padri e madri e di figli adulti e ignari, facendo i conti con il passato.

Non era un comportamento timorato di Dio.

Pace sociale.

“Il prezzo che ha esatto la sua pace sociale è stato enorme. Soprattutto per donne e uomini liberi che disapprovavano il sistema”.

Uno sguardo arcigno, inquisitorio trapassa Augusto e denuda la sua sordida coscienza.

“Erano agenti del nemico. Comunisti…”, bofonchia lui.

Usa però il termine “comunisti” senza cognizione di causa. E’ come se dicesse marziani, disadattati, froci, batterio della peste bubbonica…  quasi la diversità fosse un delitto di per sé così spregevole da giustificare qualunque misura preventiva per impedirne il dilagare..

I voli della morte, la tortura, lo stupro, l’assassinio.

Nella categoria “comunisti” erano raggruppati e spogliati della loro più intima essenza: montoneros[17], sediziosi, preti, sindacalisti, intellettuali, industriali progressisti, studenti, persino avvocati non allineati che avevano perorato il ricorso dell’habeas corpus[18] degli scomparsi…

…a donde van los desaparecidos, busca en el agua y en los matorrales…

“Un mio zio, uomo perbene, patriota, – ribadisce, accentuando il “perbene” come se rappresentasse la parola chiave dell’intera parabola della dittatura – camminava per il quartiere Belgrano… nel 79, mi sembra… Un paio d’individui con soprabiti grigi smontarono da una Ford Falcon, lo addossarono al muro gambe divaricate per perquisirlo. Avevano ricevuto una segnalazione, volevano arrestarlo… bastò che lo fissassero in viso per capire di aver sbagliato persona. Si scusarono per l’equivoco. Non accadde nulla perché mio zio era un tipo rispettabile, uno con la faccia in ordine, uno dalle maniere urbane”.

…y por qué es que se desaparece por qué no todos somos iguales…

Mariana ha sempre creduto che l’ignavia si rifletta sul volto come una patologia.

Un cancro dell’anima.

L’ignavia doveva imprimere i lineamenti scialbi dello zio come adesso corrompe le fattezze ordinarie d’Augusto. L’ignavia, i boia del regime la sapevano riconoscere con un’occhiata.

“Sono  contenta che suo zio avesse  una faccia… molto raccomandabile”, lo tronca Mariana, compatendolo.

L’editore glissa, a disagio.

Li separa un’invisibile barriera d’incomunicabilità, un dono della provvidenza del quale la donna approfitta per correre in soccorso dei suoi taglierini.

Augusto s’accomoda su un divanetto che riceve tiepidi influssi dal camino, appropriandosi nervosamente del primo libro che gli capita tra le mani, senza neppure selezionarlo.

Ha bisogno di un libro qualsiasi per ricomporsi, per non restare nel mezzo della sala bacchettato e indifeso come gli occorreva a scuola durante le interrogazioni di storia. Lo sfoglia però distrattamente, rimuginando sulla spinosa conversazione che tanto lo ha spiazzato. Non è abituato a gente che gli tenga testa. La gente davanti a lui striscia.

Prendersela per delle parole in libertà! Uh! E che sarà mai?

… quasi l’ammissione della sua simpatia per il regime potesse equipararsi ad una preferenza per il River sbandierata spavaldamente a un tifoso del Boca…

La Signora Mariana non sa vivere. Come stemperare la tensione? Una barzelletta? Gossip? Le nonnine sono sempre interessate a spiare dal buco della serratura…

Poi la sua natura imprenditoriale s’astrae, immergendosi nella lettura del monumentale tomo che culla in grembo: il ricettario di Mariana.

Un corpus vastissimo di sapere gastronomico, una partitura di contaminazioni imprevedibili eppur armoniche, tabù infranti; una mole di metafore geniali, un compendio d’aneddoti, vita vissuta rocambolesca; un filone d’oro che scintilla alla luce del sole; non una prosa arzigogolata e tecnica piuttosto un’appassionata dichiarazione d’amore alla parillada; piuttosto un cantico di lode a Dio per la sapidità delle carni arrosto, perché del suino non si scarta nulla, per il lievito di birra che fermenta acqua e farina, per il miracolo del latte che caglia, per l’uva rossa e bianca, per il bicchiere della staffa, per il mate; piuttosto una guida accurata alle ricchezze vegetali del sottosuolo che consacra una carota rendendola più preziosa di qualsiasi gemma…

In certe pagine dove la grafia si faceva involuta e stanca l’editore poteva cogliere la sofferenza fisica di Mariana nel tentativo di descrivere le più riposte sfumature che devono contraddistinguere un locro[19], l’importanza decisiva della meteorologia sulla compattezza degli gnocchi, l’ascendente che esercita la luna piena sul livello del mare e sul temperamento di chi cucina…

Quegli appunti avrebbero costituito una pietra miliare della letteratura sudamericana.

Ed è stato un miracolo di coincidenze assicurarsi questo capolavoro, riflette Augusto, abbandonandosi al morbido comfort della seduta e alle traiettorie sempre sgombre della sua imprenditorialità.

Socchiuse le palpebre, va strutturando il piano dell’opera che rivelerà al mondo il talento maturo della Signora Mariana.

Una pubblicazione a entregas[20] come nella migliore tradizione della sua Casa Editrice, suddivisa in base all’area geografica d’origine delle pietanze… Ogni volume stampato in veste deluxe. La prima uscita in omaggio, le altre con un prezzo di copertina che si potrebbe ipotizzare intorno ai 35-40 pesos…

“Signora Mariana, la farò ricca”, prorompe, balzando in piedi non appena capta con la coda dell’occhio la presenza della donna nella sala da pranzo, battendo il palmo sulla rilegatura del ricettario.

“Prego?”.

Mariana è rientrata di quell’umore inverso che ti fa saltare la mosca al naso per un nonnulla.

Lo squallido alterco sui meriti e demeriti della dittatura l’ha maldisposta verso il genere umano. Poi le è bastato pescare dalla pentola un taglierino, arrotolandolo ai rebbi della forchetta, per testarne il grado di cottura: un elastico. L’aveva supposto. Ha comunque scolato la pasta, l’ha condita con pancetta affumicata, formaggio pecorino e uovo sbattuto… e l’ha lubrificata compassionevolmente con olio norteño per evitare che i taglierini s’incollassero gli uni agli altri formando un nido vischioso e inestricabile.

Ciò che la irrita di più è aver sprecato un’ora a impastare.

Colloca la terrina al centro della tavola. I piatti di porcellana, i tovaglioli piegati a giglio, il pane avvolto in un canovaccio dai bordi merlettati, una bugia trepidante che conferisce all’insieme un tocco soffuso da bistrot parigino…

La tavola deve essere degna d’accogliere il cibo come una scenografia opulenta. A prescindere dal fatto che l’ospite possieda la sensibilità per apprezzare tale finezza.

“Non faccia la modesta, Mariana…”, la rimbrotta scherzosamente l’editore, brandendo il ricettario.

“Oltre che cuoca sopraffina lei è un’eccezionale scrittrice! Perché me l’aveva nascosto? Cito a caso. Ecco: qui narra la storia dell’insalata russa. Sembra di cenare a Mosca al ristorante Hermitage con lo chef Olivier. Clang, clang, clang… Ascolti lo sferragliare delle pignatte, annusi l’aroma delle verdure fresche tagliate a rondelle sottili, il penetrante effluvio delle scaglie di tartufo, il salmastro incanto della polpa d’aragosta, spilluzzichi la cremosa maionese montata a mano… Saremo ricchi quando avrò pubblicato queste ricette!… “.

“Io…”, mormora Mariana frastornata dall’irruenza d’Augusto.

I sogni s’avverano quando meno te l’aspetti.

“…Mi lasci telefonare; faccio redigere un contrattino, lo scannerizzano, me lo anticipano per mail e lei firma. Domani io me ne riparto con il… tesoro. Cara Mariana, non sarà più costretta a servire nessuno!”.

“Ma…”.

“Nessun dubbio, Mariana”, la zittisce l’editore, con prepotenza. “Tutto è pane mangiato, tutto è già definito”.

Se quel vigore fosse stato posto al servizio di un interesse collettivo Augusto sarebbe divenuto uomo capace di riformare il mondo; invece era solo una creatura meschina che perseguiva il proprio tornaconto.

Traguardi effimeri. Nella sua vita precedente Mariana era inciampata nell’errore di vincolare la felicità al prestigio sociale, d’accettare i più biechi compromessi ideologici per non essere emarginata.

Poi ha imparato la lezione frequentando la gente reale, la gente che s’appassiona, la gente del sottobosco che ha obiettivi concreti come procurare un pasto decente alla famiglia.

Essere padroni del tempo è il solo bene per cui valga la pena lottare; a Colonia Pellegrini Mariana si è ritagliata il tempo di cucinare per il piacere di cucinare.

E, di notte, non sogna più fughe in avanti.

“Lei ha offeso le vittime della dittatura”, dichiara con una schiettezza che non si confà al suo ruolo d’albergatrice.

“Ha capito che cosa le ho detto? Che c’entrano le vittime… ok, mi scuso se l’ho offesa…”.

“Non me. Le vittime”.

“Chiedo scusa se ho offeso le vittime! Va bene?”, ribadisce l’editore, esasperato.

“Lo lasci, per favore”. La voce di Mariana cala come il martello sull’incudine, tassativa.

L’editore tentenna, sorpreso, quasi si fosse atteso manifestazioni di giubilo e non una reazione così disincantata.

“Lascio che?”

“Il ricettario. Lo riponga – cortesemente – sulla mensola… dopo prenda posto a tavola che la servo e… non si lamenti se i taglierini sono molli!”.


Note

[1] Tipo di ristorante dove, a fronte di un pagamento forfettario, ci si può liberamente servire.

[2] Le humitas sono un simbolo della cucina andina.

[3] Roditore tipico del Sud America.

[4] La pachamanca, basata su tecniche precolombiane.

[5] Il Chonchon è un uccello malefico delle leggende mapuche.

[6] Ristorante di cucina orientale.

[7] Piatto di carne del Nord dell’Argentina, tipico soprattutto della provincia di Entre Rios. Il Don è un’aggiunta, “il Signor Pedro Vicente” a significare la qualità superiore della ricetta di Mariana.

[8] Isolati.

[9] Centrale elettrica.

[10] Nome castigliano per i capibara.

[11] Una delle misure per cercare d’arrestare la fuga di capitali all’estero.

[12] Salsa simile al ragù.

[13] Moneta in corso durante la presidenza Alfonsìn.

[14] Verso iniziale della Fondazione mitica di Buenos Aires di Borges

[15] CCD – Centri Clandestini di Detenzione – a Buenos Aires.

[16] Campi da calcio (o per altri sport), in spagnolo sudamericano.

[17]  Una delle formazione di guerriglia d’ispirazione peronista che si opposero al regime militare.

[18] Lett. che tu abbia il corpo. Figura giuridica mutuata dal Diritto anglosassone. Su richiesta del detenuto o dei suoi legali, il giudice ordina che il prigioniero sia tratto in sua presenza in modo da verificare che sia ancora in vita, a garanzia d’eventuali soprusi.

[19] Zuppa.

[20] A puntate.

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