Una delle esperienze più soddisfacenti di cui si può godere nei centri storici delle città indiane è girovagare, senza meta né aspettative particolari, lasciandosi guidare dalla curiosità, sollecitata, in un gioco di rimandi, da un colore, un odore, un’incongruenza.
Sarà la mano del destino a condurci quasi inevitabilmente alla scoperta di qualche perla nascosta, magari imboccando un vicolo disadorno che in altre circostanze ci sarebbe parso insignificante e invece, ora, è come se ci calamitasse. A volte incapperemo in scorci di vissuto memorabili, in certe occasioni potremo incontrare persone con delle storie straordinarie che vale la pena ascoltare. Più spesso non ci pioverà addosso così tanta fortuna ma un’emozione ci rimarrà comunque dentro.

Dopo aver visitato il Golden Temple e organizzato una toccata e fuga al Wagah-Attari border per assistere alla cerimonia militare che vede cimentarsi sin dal 1959 le forze armate di Pakistan e India in una competizione di stucchevole sfoggio muscolare, vado a zonzo per i vicoli d’Amritsar, a caccia di perle nascoste.
Apro una parentesi.

Le autorità indiane hanno edificato uno stadio pomposo al Wagah-Attari border, le cui gradinate si gremiscono di ultras invasati, ogni giorno, a partire dal tardo pomeriggio (a gennaio/febbraio 2023 l’inizio della cerimonia era programmato intorno alle 18.00).
Sul fronte pakistano il sentimento nazionalista non è meno fervente, si manifesta però, almeno in questo frangente, con più sobrietà: contribuiamo all’allestimento di un evento che è ormai assurto all’onore delle cronache, ma senza eccessi di sciovinismo.
Due emicicli – il monumentale stadio indiano, la più misurata costruzione pakistana – si saldano a perimetrare un’arena di forma ovoidale, il palco dove i “gladiatori” delle opposte fazioni insceneranno la loro pantomima con l’unico obiettivo, triste a dirsi, di stabilire chi ce l’ha più lungo.
Un’inferriata seziona l’arena in due spicchi, territorio pakistano da una parte, territorio indiano dirimpetto. L’attraversamento del cancello, che mette in comunicazione le metà campo, è interdetto. Solo i viaggiatori stranieri sono autorizzati a superare quella barriera, l’unico varco terrestre aperto tra i due paesi (transitabile, naturalmente, a seconda dello stato di salute delle loro relazioni politiche, che possono deteriorarsi senza preavviso, portando alla chiusura del confine per un lasso indeterminato di tempo).

Non molti viaggiatori si avventurano fino al Wagah-Attari border; per chi valica la frontiera, il momento più inebriante per farlo è poco prima del fischio d’inizio della cerimonia, quando si viene salutati dal boato della folla come se si fosse delle rockstar.
Performer pakistani e indiani in uniforme da parata, le espressioni truci, compiono virtuosismi atletici che sono la spettacolarizzazione di passi marziali. Le loro gambe piroettano, disegnando traiettorie che sfidano le leggi della gravità e dell’anatomia. Il pubblico sugli spalti, in visibilio, incita i propri beniamini a ogni evoluzione.
Si tratta di un’esibizione testoteronica, una danza guerriera; alcuni atteggiamenti sono platealmente provocatori.
Confesso che, forse ingenuamente, mi sarei aspettato maggior fair play, pur in un contesto virile. Visto poi che la folla è composta in grossa percentuale da adolescenti, avrei gradito che l’aggressività fosse tenuta più a freno, per lasciar spazio a segnali di distensione. È vero che al termine del confronto il cancello viene aperto, i “capitani” dei due schieramenti si stringono la mano e si condivide l’ammaina bandiera, mi sembra però un happy end molto telefonato, di facciata più che di sostanza.
Torniamo alla mia camminata nella downtown di Amritsar. Come un segugio, annuso indizi tra le pieghe del tessuto urbano che mi svelino dove si cela la perla nascosta.

Un clangore di martelli, la fragranza che emana da un forno tandoor, lo svolazzare di panneggi vivaci di una merceria. Lo sguardo si sofferma sui dettagli più impercettibili ma, con la coda dell’occhio, devo anche monitorare il tourbillon alle mie spalle, attento a non farmi stirare; sciami di motorini e tuk tuk sgasano infatti a tutta birra, lambendo noi pedoni, come fossimo birilli da abbattere.
Cercando di percorrere le viuzze più anguste, lungo le quali i motoveicoli faticano a infilarsi, svolta dopo svolta, sbuco infine nello spiazzo dove un tempo sorgeva il Khoti Bazaar. I carretti a trazione animale abbandonati un po’ alla rinfusa e le cassette di frutta e verdura sottosopra lasciano supporre che la zona si animi di traffici mattutini; a metà pomeriggio vi si attardano a stento alcuni apatici asinelli, che brucano tra i rifiuti.

E d’improvviso, al riparo di un pergolato, la perla nascosta, addirittura una perla da guinness dei primati: il più grande manja del mondo. Almeno così, in modo iperbolico, il manja d’Amritsar viene venduto. Non importa, in realtà, che la notizia corrisponda al vero. Seppure se ne annidasse uno più imponente in qualche vicolo o museo sparso per il mondo, questo è di straordinario impatto.
Charpai in hindi o manja (ਮੰਜਾ ) in punjabi sono solide brande che da secoli vengono usate per coricarsi o sedersi, soprattutto all’aria aperta.
La vadda manja d’Amritsar, il grande letto comunitario, è una branda di 6 metri per 5 (20 x 16 piedi). Il telaio è di legno, gli intrecci trasversali della rete, di tenace iuta.
Stando ad alcuni anziani testimoni oculari, intervistati dal quotidiano di Chandigarh “The Tribune” nel novembre 2004, il letto risalirebbe addirittura a una fase antecedente la partizione (il drammatico esodo del 1947, innescato dalla creazione del moderno Pakistan). Per cui, calcolando da oggi, sommerebbe non meno di un’ottantina d’anni. Un’età venerabile, che veste più che dignitosamente. Gli interventi conservativi sono frequenti e onerosi (11.000 rupie nel 2004, pari, al tasso di cambio di allora, a circa 240 USD) ma indispensabili; il tempo, gli insetti, gli agenti atmosferici costituiscono una minaccia permanente alla sua integrità.
A gambe conserte o distesi in posizione triclinare, rigorosamente scalzi, i residenti del quartiere, hindu e sikh insieme, sorseggiano un bicchierino di tè, si scambiano ceti, si scoprono, socializzando, membri dello stesso gruppo umano. Il manja, un semplice letto, diventa strumento di pacificazione, facendo tabula rasa d’incomprensioni e pregiudizi.

I divieti da rispettare sono perentori: sul manja non si bevono alcolici, non si fuma, non si gioca d’azzardo. Bandendo il vizio, si afferma una considerazione sottintesa del grande letto come spazio sacro.
La complessità di funzioni del manja mi stimola un’associazione d’idee.
In campagna, da ragazzo. Le sere d’estate. I vecchi contadini della frazione in cui i miei nonni avevano casa, accomodati su sedute di paglia, in cortile. A volte due chiacchiere rilassate, a volte predomina il silenzio, scandito dal frinire dei grilli; si ritemprano, dopo una giornata di duro lavoro nei campi (potevano già contare sull’ausilio di trattori e macchinari agricoli, nondimeno dovevano sgobbare).
Appagati, come quando si consegue un piccolo ma non scontato traguardo e si volta subito pagina per ricominciare. Era un momento d’unione mistica. Gente che aveva conosciuto la guerra – alcuni ne portavano ancora le cicatrici sotto pelle – e che condivideva la stessa prospettiva di vita. Avevano consapevolezza del loro ruolo. Percò vivevano in armonia, accontentandosi, come se il mondo esterno non potesse turbare il ciclo della loro esistenza.
Per approfondimenti, oltre Wikipedia:
https://www.tribuneindia.com/2004/20041104/aplus.htm



