Centellinarsi un bel drink analcolico d’urina di vacca. Gomutra, in hindi, la panacea di tutti i mali.
Di questa consuetudine (tabù, da una prospettiva etnocentrica), prima di giungere a Mysore, Karnataka, possedevo una vaga infarinatura, acquisita attraverso i sentito dire o, forse, avrò adocchiato il trafiletto di qualche giornale; una delle tante informazioni da cui siamo quotidianamente bombardati che si archiviano nel fondo della memoria, fino ad accavallarle e confonderle con gli altri ricordi, se non ci si presenta l’occasione di ritornarci su.
Avevo inserito Mysore nel mio itinerario di viaggio con l’obiettivo di visitare il palazzo in stile eclettico della dinastia Wodeyar, senza dubbio un “must”.
Contestualizziamo, intanto, la città di Mysore rispetto alle sue consorelle. Ci può coadiuvare in questa missione il “Super Swachh League Cities“, un campionato d’eccellenza, recentemente varato, che raggruppa le città indiane più performanti sul fronte della pulizia. Questo riconoscimento è stato istituito nell’ambito dello Swachh Bharat, India Pulita, un’ambiziosa campagna pianificata nel 2014 dal governo Modhi, su un ampio orizzonte temporale, per debellare alcune delle piaghe più deleterie che afliggono il paese (a partire dalla defecazione in pubblico).
Nel 2024/2025 Mysore è stata medaglia di bronzo nella categoria delle “big cities”, quelle cioè che contano tra i 3 e 10 lack d’abitanti (un lakh (लाख) equivale a 100.000 unità); nel 2016 trionfò nella “Swachh Survekshan“, una graduatoria che classifica le città indiane in base al loro indice di pulizia (la Super League è stata inaugurata solo nel 2024). Nel corso degli anni il suo rank si è mantenuto saldamente nelle prime dieci posizioni.
Possiamo dunque considerare Mysore un valido parametro per ponderare gli standard indiani di “pulizia” urbana. Che squadre di spazzini, armate di ramazze e carretti, battano sistematicamente i marciapiedi del centro cittadino, testimonia l’attenzione della municipalità al tema. I risultati saltano subito all’occhio e sono ancora più ragguardevoli se si paragona Mysore alla trascuratezza, in generale, degli agglomerati del subcontinente, dai villaggi alle megalopoli, che sembrano a volte vere e proprie pattumiere a cielo aperto. Detto ciò, non pensiamo d’accedere a un immacolato giardino dell’Eden, l’emergenza sporcizia permane, seppur in scala ridotta.
Il palazzo dei Wodeyar si staglia imponente nel mezzo di una vasto pianoro. Il fatto che non sia assediato da fabbricati ne accentua la solennità. Se il prospetto esterno dell’edificio è mozzafiato, il percorso di visita non è particolarmente articolato. Non mancano saloni monumentali, poderosi colonnati e stanze con pitture e inserti preziosi, ma nel complesso non vale l’esosissimo biglietto d’ingresso.
Non saprei ricostruire esattamente il quando; in un dato momento ha iniziato a diffondersi la politica del doppio prezzo. Una tariffa calmierata, riservata ai cittadini indiani, un’altra per il resto del mondo. Il problema è che il divario è progressivamente lievitato fino a toccare soglie scandalose (ad esempio, le principali attrazioni di Hampi: 30 rupie gli indiani contro le 500 che deve “sganciare” il resto del mondo; il palazzo di Mysore: 120 gli indiani, 1000 gli stranieri).
Chi considera la doppia tariffa uno strumento di giustizia sociale per riequilibrare il gap tra turisti, facoltosi di default, e nativi, indigenti per antonomasia, trascura il fatto che una fascia consistente della popolazione indiana è benestante (quando non sfacciatamente ricca) e che non è certo un dabbawala ad approfittare delle agevolazioni.
Però se vieni a Mysore apposta per il palazzo dei Wodeyar, poi lo boicotti? Puoi solo incolpare la tua dabbenaggine. Infatti, pur essendo a conoscenza che, nei siti più rinomati, è in vigore la politica del doppio binario, non ti sei premunito di verificare in anticipo se il palazzo ci ricadeva. Alla fine, ti rassegni e paghi.

Dopo una capatina al Devaraja, un mercato, scandito per settori su base merceologica, nel quale è facile scambiare due chiacchiere con i venditori che non sono accanniti, mi incammino lungo la trafficata Irwin Road, direzione hotel. Sporadiche vacche, su un lato della strada, ruminano tra le saracinesche di botteghe abbassate. Routine in India. La discrepanza è che alcune di queste vacche hanno il manto striato di un bel giallo brillante. Sul momento mi limito a pensare che le vacche di Mysore, chiazzate di giallo, sono fotogeniche, senza rielaborare compiutamente il quadro d’insieme. Non mi passa, dunque, per la testa di farmi raccontare dalla gente del posto le ragioni di questa stranezza. Dovrò in seguito scandagliare il web alla ricerca di risposte ma i riferimenti che ne ricavo sono scarni e, talvolta, discordi.
Dato che il mio arrivo a Mysore si colloca a cavallo tra gennaio e febbraio, è plausibile che siano gli strascichi della festa del raccolto di metà inverno (Sankranthi – la denominazione può variare a seconda dello Stato in cui si celebra). Il terzo giorno è dedicato al bestiame. Le vacche sono onorate con un lavacro d’acqua e curcuma e addobbate, le corna dei tori dorate.
Per rendere più interessante il percorso, m’immetto nel dedalo di vicoletti che si sviluppa tra Irwin Road e Albert Victor Road. Come in trance, alterno foto e filmini, scovando soggetti curiosi ovunque. Davvero l’umore può fare la differenza nel percepire e raccontare un luogo. Se fossi stato depresso, avrei tirato dritto, bollando ogni scorcio come un qualcosa di già visto.
In uno slargo, incastonato tra alti palazzi (paradossalmente non riuscirò più a rintracciarlo, pur provando a tornare sui miei passi più e più volte), hanno costruito uno spartano ricovero per bovini. Giusto una tettoia e qualche vasca/mangiatoia. Ci sono charity che si curano del welfare del bestiame. Stante la scala di questo ricovero, potrebbe anche essere gestito in maniera più naif, attraverso volontari e una colletta dei residenti. A prescindere. Le vacche di Mysore appaiono belle paffute. E non è scontato che siano trattate sempre bene, nonostante il loro status. Capita sovente d’imbattersi in capi così scheletrici che sembrano in procinto di stramazzare.
Retrocedo di qualche metro dagli abbeveratoi e inizio a filmare la scena, allargando progressivamente il campo, fino a rivelare nella sua interezza il manipolo d’oziosi bovini sotto la tettoia del ricovero. Avevo registrato distrattamente una sagoma femminile in sari stazionare dirimpetto, con una bottiglia di plastica in pugno, attendendo, all’apparenza, qualcuno o qualcosa. Non le avevo granché badato, sforzandomi anzi di tagliarla via dalle inquadrature.
La sequenza d’azioni convulse che segue è entrata nelle mie riprese in modo fortuito. Le incertezze dei frame sono lo scotto della mia lentezza nel coglierne la dinamica.
D’improvviso, una delle vacche spruzza un getto impetuoso d’urina, l’attimo preciso che la donna aspettava con tanta pazienza. Fulminea, infila la bottiglia sotto la cascata. Quando è colma, s’irrora con alcune gocce di gomutra e si allontana. Pochi secondi, uno storytellig così fuori dal comune che a tavolino non avrei saputo neppure abbozzare.
Perché uno dovrebbe imbottigliare pipì di vacca?
I prodotti della vacca (identificati nei “Big Five”: latte, burro chiarificato, caglio, feci e urina) ne ereditano il “peso” in termini di sacralità.
In combinazione o singolarmente, possono svolgere funzioni di carattere religioso. Essere impiegati, ad esempio, nell’abisheka, l’aspersione rituale di un idolo. Oppure giocare un qualche ruolo nei sacrifici (yajña).
Secondo i dettami della medicina ayurvedica l’assunzione d’urina di vacca ha, inoltre, effetti prodigiosi sulla salute di chi la beve. Perciò gli hindu (non la maggioranza, solo i più ortodossi) la consumano con regolarità: psoriasi, eczema, artrite, infiammazioni assortite, lebbra e chi più ne ha, più ne metta. Senza considerare che, in confronto a un farmaco, è gratuita. Esaminati sotto la lente del progresso scientifico, alcuni rimedi della medicina tradizionale possono apparirci puerili. Se innocui, amen. Nel caso della gomutra, si rasenta l’oscurantismo.
Figure di spicco del BJP, il partito ultraconservatore al governo, e di altri partiti confessionali hanno incensato a più riprese l’efficacia terapeutica dell’urina di vacca nella cura del cancro. Sono ovviamente dichiarazioni irresponsabili, prive di qualsiasi avallo scientifico.
Durante le ondate pandemiche, sempre gli stessi leader radicali organizzavano raduni oceanici, incentivando i loro supporter a ingurgitare urina di vacca per proteggersi dal contagio del Covid 19, dando vita a una grottesca contraddizione. Mentre, in quei giorni, le forze di polizia presidiavano le strade come mastini feroci, facendo rispettare, anche a suon di manganellate, gli obblighi del distanziamento sociale, altrove si creavano assembramenti superstiziosi, che favorivano la circolazione del virus.
Se, nella migliore delle ipotesi, la gomutra potrebbe sortire un blando effetto placebo, l’elenco delle potenziali zoonosi in cui si rischia d’incorrere è inquietante: febbre Q,, tigna, clamidiosi, leptospirosi, campylobacteriosi, salmonellosi, listeriosi, yersiniosi, etc.
Comunque, anche il nostalgico emigrato può procurarsi un flacone d’urina di vacca desi, cioè autentica. Su Amzaon non mancano le proposte: 100% pura urina di mucca Gaumutra/Desi da una mucca Gir (allevata ndr) senza sostanze chimiche o conservanti. In aggiunta agli usi rituali, il bugiardino suggerisce di applicare la gomutra sulla pelle per sfruttarne le proprietà antibatteriche. Nessun accenno, tuttavia, alla possibile assunzione orale.
Link per approfondimenti:
https://starofmysore.com/mysuru-3rd-cleanest-city-in-india/
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8239506/
https://www.dw.com/en/hindu-group-hosts-cow-urine-drinking-party-to-ward-off-coronavirus/a-52773262



