Mai e poi mai tornare in un luogo che evoca ricordi preziosi. Rischi solo di spalancare le porte all’amarezza del tempo che passa. I ricordi preziosi andrebbero custoditi in cassaforte, gelosamente, senza più rimuginarci.
Ne sono conscio fin nel midollo, ho raccolto prove e controprove a sostegno di questa tesi eppure, a volte, è come se mi resettassi e ricado in tentazione.

Ad esempio, dopo quindici anni d’assenza dall’Argentina, pianificando le tappe del mio itinerario, avevo deciso d’includere una puntata al Santuario del Gauchito Gil, vicino a Mercedes, provincia di Corrientes.
Era stata talmante impattante l’impressione che il Santuario aveva esercitato sul mio immaginario nel 2011 che “GauchitoGil” costituisce ancora oggi il nucleo della componente “lettere” di ogni mia password (a seguito di questa confessione, ho comunque provveduto ad aggiornarle).
In realtà mi era sembrato che l’occasione di questo viaggio, maturata in modo così rocambolesco, racchiudesse una sorta di predestinazione, come se il il Gauchito mi stesse chiamando. In prima battuta, infatti, avevo programmato di trascorrere un mese a cavallo tra Corea e Cina. Avevo bisogno di una meta distensiva per ricarburare dopo un periodo d’enorme stress. I biglietti Qatar Airways li avevo acquistati con largo anticipo. Tuttavia, già da qualche mese, mi era subentrato un rigetto istintivo.
Di base mi sentivo psicologicamente di nuovo solido per affrontare un percorso più ambizioso; inoltre, senza un’apparente causa scatenante, reel di spocchiosi influencer, con la prosopopea di chi si pensa il più grande antropologo del pianeta dopo aver letto un’introduzione di Malinowsky, avevano iniziato a tartassarmi, reclamizzando proprio le mie destinazioni. Solita solfa paternalista: le insidie a cui prestare attenzione, i siti da esplorare che nessun altro turista nell’intero universo conosce, i suggerimenti su dove alloggiare, le avvertenze sulle insidie dello street food o la sua acritica celebrazione, ecc. Più i reel m’investivano, più si spegneva il mio pathos verso quei paesi.
Tergiversavo, però. Lo scoglio che mi tratteneva dal cambiare rotta era che non avevo intenzione d’annullare i biglietti e perdere i soldi. A marzo l’ignobile, pretestuoso attacco all’Iran ha cambiato le carte in tavola. Gli hub mediorientali sono divenuti bersagli. Si è aperta una finestra per esigere un rimborso integrale della prenotazione, che, una volta finalizzata la procedura, ho reindirizzato su un volo per Buenos Aires.

Quindici anni fa viaggiavo in compagnia di mia figlia, con i suoi entusiasmi e le sue impuntature; il Santuario stesso era stato una rivelazione scioccante, un dono del remisero che ci stava traghettando sulla sua sgangherata jeep dagli Esteros a Mercedes e che ci aveva preso in simpatia; forse aveva avuto pietà di due adulti in balia di una piccola ninja ribelle, dedita a manifestare tutto il proprio dissenso verso genitori egoisti che l’avevano strappata dalla sua routine. Era stato lui a suggerirci di fare una capatina al Santuario prima di lasciarci all’hospedaje e a insistere, davanti alla nostra titubanza, che non ce ne saremmo pentiti.
L’intensa trama emotiva di quella prima visita, frutto di uno stato di grazia, era preziosa e irripetibile. Non c’era dubbio che, se messi sullo stesso piatto della bilancia, l’inevitabile confronto tra il ricordo del Santuario come lo avevo vissuto nel 2011 e la realtà di oggi rischiava di essere fonte di delusione. Dovevo calibrarmi su aspettative plausibili. Oppure meglio bypassare del tutto il Santuario.
Documentadomi attraverso alcuni siti web, avevo appurato che il complesso del Gauchito aveva subito rimaneggiamenti piuttosto grossolani e aggrssivi negli ultimi anni – sebbene non mi fosse chiaro quanto il restyling si fosse spinto in profondità. Davo per scontato, però, che non avesse compromesso il tessuto più autentico del Santuario, giusto una svecchiata, che qua e là aveva preso un po’ la mano agli architetti. Mi sembrava che il marchio di totale anarchia che connotava quel luogo, la percezione d’aggirarsi tra le viscere della Fede senza la supevisione di una suprema istituzione religiosa a dettare le regole di come approcciarsi al divino – valevano solo le pulsioni del proprio cuore – ne costituissero la cifra spirituale, irrinunciabili, pena la desacralizzazione del Santuario.
Con il senno di poi posso affermare che il mio calcolo era autoreferenziale.
Avevo, cioè, alzato l’asticella senza provare a entare nella testa di un promesante. Forse i fattori che io consideravo identitari non collimavano con la visione e le priorità di un fedele del Gauchito; dalla sua prospettiva, magari, un riassetto drastico, che si traduceva in più facilities e in aree destinate al culto ariose, era un segno del progresso e non minava la natura più intima del posto.

Per quanto coinvolgente, la prima visita si era risolta in una toccata e fuga; era tardo pomeriggio, non volevamo abusare della generosità del remisero.
A questa tornata, viceversa, senza pressioni esterne, avrei potuto riservami il tempo necessario ad apprezzare l’atmosfera mistica che ricordavo aleggiare tra quei capannoni di lamiere e tubi Innocenti, un labirinto in penombra scandito da altari, simulacri super kitsch, nastri e miriadi di ex-voto.
Mi prefiguravo d’assistere un’altra volta alla veglia dei pellegrini, che, al riparo da ogni stigma sociale, si sentivano liberi d’esprimere il proprio trasporto: ginocchia che strusciavano, mani che tastavano, lacrime versate, invocazioni sussurrate a fior di labbra.
Nel 2011 avevo definito il Santuario del Gauchito alla stregua di un’officina della Fede, come se tra quelle precarie baracche la Fede non fosse un vincolo evanescente ma si forgiasse, mattone su mattone, davanti alla comunità dei credenti.

Appena sbarcato al terminal degli autobus di Mercedes, localizzo una filiale dell’ufficio turistico provinciale.
La capillare distribuzione degli uffici turistici che s’incontra nel paese è rassicurante per un viaggiatore. Sebbene noti, rispetto al passato, un’attitudine dello staff altrettanto professionale ma tarata sulle tecnologie digitali. Nel senso che se hai bisogno di una sistemazione per la notte, non è che si prodighino più di tanto, ti forniscono il link al loro portale dove magari si apre un elenco anonimo di alloggi e… arrangiati.
Ne approfitto per chiedere se per l’indomani sono previsti colectivos diretti al Santuario. C’erano. Purtroppo, mi spiegano, dissidi tra l’impresa e la municipalità hanno causato la sospensione del servizio. Il taxi, al momento, è l’unica opzione.
I taxi sono parcheggiati a spina di pesce lungo il marciapiede della cuadra attigua al Terminal. Prediligo i mezzi pubblici in genere ma, quando non ho alternative all’uso del taxi, qui in Argentina non sperimento quasi mai la fastidiosa sensazione d’essere la preda designata di un branco di squali pronto a spolparmi.
Una veloce ricognizione per verificare se ci sono margini di trattativa. Sono un cartello solidale. La tariffa standard è 10.000 pesos. Non è un’estorsione, è congrua, stante l’impennata del prezzo della benzina alla pompa e le oscillazioni, in aumento, della canasta basica, cioè il paniere di beni e servizi che misura il potere d’acquisto dei cittadini.
Che il costo della vita sia schizzato è lapalissiano. Non sono in grado di ripartire la responsabilità dei rincari tra congiunture e deficit strutturali. A spanne, direi un pò, un pò, che poi è l’analisi, supportata da grafici ben più elaborati della mia intuizione, che offrono i soloni locali della TV. Io stesso, che posso contare su un salario mediamente più robusto di quello di un lavoratore argentino, avrei difficoltà ad arrivare al 30 del mese. Ci sono prodotti come la carta che hanno raggiunto quotazioni stratosferiche anche su scala assoluta. I best sellers, ad esempio, si collocano in un range tra i 30 e i 50 €. Per ciò fiorisce il mercato dei libri di seconda mano.

Motosierra Milei ha cercato di addomesticare l’inflazione, applicando la logora ricetta liberista del taglio orizzontale alla spesa pubblica. Come in un déjà vu, si è incancrenita una crisi sociale latente, che chi governa orientandosi con la bussola dei macro indicatori economici sembra gestire con distacco.
Chiacchiero con Gaston, il mio compassato taxista, durante i quindici minuti che impieghiamo per il Santuario.
Critica la politica dei tagli che minaccia anche il suo tenore di vita ma non ne è scandalizzato. Gli Argentini sono fatalisti. Resilienti. Nel senso che, sfogliandole a ritroso, non emergono età dell’oro dalle pagine della loro storia recente, piuttosto tensioni continue.
Se da un lato non si rinuncia a manifestare contro le iniziative del governo di turno, coordinati da organizzazioni sindacali agguerrite, nel mentre ci si attrezza per tirare a campare in attesa di giorni migliori, sobbarcandosi due o tre lavori, più o meno formali, contemporaneamente per compensare. Che i politici siano corrotti di default e asserragliati in una torre d’avorio è assodato, non è che qualcuno, dopo una tornata elettorale, s’illuda della discesa del Messia. Ogni nuovo corso porta nel dna quei vizi che sono connaturati alla classe dirigente del paese dall’alba dei tempi.
Siamo una nazione giovane, dobbiamo ancora imparare, chiosa Gaston con filosofia.

Ancora prima di svoltare sullo sterrato che immette nel vasto, polveroso posteggio in fase di costruzione del Santuario, resto basito. Della fantasmagorica fortezza della Fede che popolava i miei ricordi è stato fatto scempio.
Sventrata, spianata, gerentrificata sotto volgari colate di cemento.
Non so se essere più indignato o avvilito. Soprattutto non mi capacito. Qual è lo scopo di fare tabula rasa di un complesso unico al mondo, di strappargli ogni vitalità, l’anima, per rimpiazzarlo con strutture ordinarie, dimesse, prive d’appeal? Una simile scelta autolesiva non può dipendere solo dall’ego di un governatore senza scrupoli, che aspira all’immortalità.
Poi, tra edifici di servizio ancora incompleti, lo individuo. Un impersonale blocco di calcestruzzo, che culmina con una sorta di caminetto monumentale, di vaga ispirazione brutalista, piantato nella terra di nessuno: il tempio del Gauchito. Somiglia al diner di un autogrill, rivisitato da un Hopper particolarmente nichilista.

L’atrio colonnato è sormontato da una copertura a doppio spiovente; al centro dell’atrio spicca uno scheletro vegetale tinteggiato di rosso acceso, a simboleggiare l’albero d’algarrobo al quale il Gauchito fu appeso a testa in giù, prima di essere sgozzato. Davanti al tronco, una croce, sempre rossa, tempestata di stickers.
Pacchiano o armonico sono giudizi estetici influenzati dal contesto. Pesa la coerenza degli elementi della composizione. E questo connubio albero – croce è un pugno nell’occhio.
Un tramezzo, al quale è addossato un braciere votivo con qualche mozzico di candela, separa l’atrio dal vano retrostante, l’oratorio.
L’oratorio è un ambiente asettico, il cui fulcro è una Statua del Gauchito, d’iconografia classica, a grandezza naturale; i pannelli della vetrata, ovviamente di gradazione rossa, proiettano una luce rarefatta, che appiattisce i volumi e sembra più idonea a piallare le rughe di un mezzo busto televisivo che a infondere un senso di sacralità e trascendenza. Nelle edicole lungo le pareti sono incastonati altre riproduzioni del Gauchito ed ex voto. Non certo la stratificazione di ex voto di un tempo ma pochi, allineati, come con il righello.
Staziono un pò nell’oratorio. Non è che la forza della Fede nel Gauchito sia meno pervasiva, però i promesantes appaiono spaesati, come se avessero difficoltà a prendere le misure a questa realtà tanto patinata; di riflesso, le manifestazioni di fede scaturiscono con il freno a mano tirato. Non è facile entare in intimità con il Gauchito, appartarsi con un minimo di privacy dal viavai invadente per invocarne i favori.

L’inauguazione del nuovo Santuario risale al 7 ottobre 2025. Tranne il tempio, il resto del “predio” è un work in progress. Serve un volo della fantasia per immaginarsi come apparirà al termine dei cantieri. Nel rendering, un articolato polo culturale e commerciale, 25 ettari di hotel, ristoranti, un museo, negozi di souvenir, un palco per gli eventi, aree ricreative, servizi igienici, uffici amministrativi, un presidio della polizia e un posto di primo soccorso sanitario. Tutto perfettamente pettinato. Funzionale ad accogliere con un’organizzazione all’altezza i pellegrini, il cui flusso scorre costante ma, in concomitanza con il giorno del supposto assassinio del Santo, l’8 gennaio del 1878, si toccano punte di 250.000 – 300.000 devoti.

Vi è ancora un settore limitrofo che versa in uno stato di degrado e che sarà incorporato al complesso principale in uno step successivo; transenne e un cartello di divieto d’accesso a moto, auto e cavalli circoscrivono questo spazio rispetto alle pertinenze del nuovo Santuario. Qui, nella desolazione di uno spiazzo fangoso, sopravvivono alcune reliquie, pallido riverbero di quel passato che si è cancellato. Hanno una loro biografia per me che conosco il prima e il dopo. Una fatiscente catapecchia che ospitava il blocco dei bagni, il relitto di un podio, alcune baracche che smerciano il consueto merchandising, una cappella del Gauchito che è sopravvissuta alla furia iconoclasta delle demolizioni, due parrilleros che grilgliano bifes e costillas, succulente e sproporzionate.
Avevo chiesto a Gastòn di concedermi un paio d’ore di full immersion; passata mezz’ora, gli invio un whatsapp: Gaston, se puoi, recuperami in anticipo.

Siamo adesso diretti alla tomba in cui si suppone sia inumato il Gauchito, defilata a un’estremità del cimitero di Mercedes.
Esprimo al taxista tutta la mia frustrazione; esternarla è anche un sistema per rielaborare. Per convincermi che l’inconcepibile è accaduto e che, se l’avessi subodorato, mi sarei risparmiato la seccatura di una deviazione fin qui. Dubito che io e Gaston siamo sintonizzati nel giudizio di questo radicale stravolgimento. Non lo esalta, non lo turba. Il suo meccanico annuire alle mie lamentele sa d’educata accondiscendenza. Mi mette una pulce nell’orecchio, però, sul movente:
“C’è stata una pelea, hanno ammazzato due persone. La mafia del Gauchito. In seguito hanno deciso di bonificare la zona, radendo al suolo tutti i puestos e costruendo un Santuario nuovo di zecca. Hanno reciso i tentacoli della piovra”.

Verifico l’informazione sui giornali locali on line. Il fatto di sangue a cui Gaston allude risale ad agosto 2021. La figura chiave della cupola criminale responsabile morale del duplice delitto è la sessantenne Ramona Olga Villaba. Agli inzi della decade del 90, quando nel Santuario si contavano giusto una quindicina di puestos (cioè gli stalli d’oggettistica sacra e simili amenità), si occupava della pulizia delle latrine e d’offrire un servizio di lavanderia ai rivenditori.
Anno dopo anno si consolida la sua ascesa, che diventa vertiginosa a partire dal 2013, data in cui assume l’incarico di presidente dell’associazione, non a fini di lucro, Centro Ricreativo Devoti Cruz Gil. Sfruttando l’autorità e i privilegi che le conferisce la nomina e attorniandosi di factotum di dubbia reputazione, stringe la morsa e inizia a taglieggiare i gestori dei puestos (intanto saliti a 150). Sotto la sua gestione il Santuario si trasforma in un covo d’affari illeciti.
In un clima di totale impunità, la mafia del Gauchito adocchia i terreni all’altro lato della Ruta per espandersi. L’ostacolo è che quei terreni hanno un proprietario che non ne vuole sapere di cederli. Viene organizzata una spedizione punitiva, che si conclude con due omicidi. Tra gli 11 malviventi della patota (spagnolo AR per banda) arrestati, due generi della Villaba, che riesce a farla franca, nonostante i parenti delle vittime insistano per la sua incriminazione in veste d’istigatrice del delitto.
Mentre la giustizia segue il suo corso ed emette i verdetti (tra cui tre ergastoli), le istituzioni affrontano di petto la grana e scelgono di risolverla in modo radicale, livellando tutto il complesso con i bulldozer.
Non che mi conforti aver ricostruito i retroscena, si potevano cercare vie d’uscita più ponderate, che preservassero il valore culturale del Santuario; penso che abbiano giocato considerazioni a latere del mero ripristino della legalità, forse la spregiudicatezza dei politici di ricavarne un tornaconto in termini d’immagine; tuttavia, con questo epilogo di violenza, la storia della vita e morte del Santuario del Gauchito dei miei ricordi acquista una sua cornice compiuta.

Arrivati al cimitero, Gaston si congeda allungandomi il biglietto da visita della sua compagnia; tornerò in città, camminando.
L’ipotetica tomba del Gauchito è decisamente snobbata e poco appariscente (rispetto alla fama del suo “ospite”). Si può stimare che il numero di pellegrini che vi converge, a corollario della visita al Santuario, è esiguo dal fatto che nei paraggi c’è un unico asador (asador è l’insieme delle componenti del barbeque, parrilla indica la griglia orizzontale); una famiglia sta ravvivando le braci, chorizos e morcillas iniziano a trasudare grasso. Un gruppetto sparuto fa capolino; dalla direzione del cimitero da cui provengono, è probabile che in primis siano venuti per onorare i loro defunti e, già che c’erano, abbiano deciso di fare un salto alla tomba del Santo.
Tutte le persone con cui ho parlato confermano, come se fosse un’ovvietà, che sotto la cappella riposano le ossa del Gauchito; nessuno mi ha fornito un racconto circostanziato che lo dimostri. Sono verità dogmatiche, acquisite con il latte materno, si sa che è così. Il fatto che gli studiosi siano perplessi in merito all’esistenza reale del Gauchito, non insinua in loro il benchè minimo dubbio.
All’imbocco dell’abitato, un chilometro dal cimitero, tra i campi dove alcune vacche ruminano indolentemente, svetta un colosso del Santo. Su un piedistallo circolare, sull’attenti, la mano destra sul petto, le boleadoras in pugno, come ad ascoltare l’esecuzione dell’inno nazionale. È stata installata l’8 gennaio del 2019, in occasione del 141 anniversario della sua morte.

Mentre mi concedo un paio di scatti, non perchè mi attragga, anzi la trovo goffa, ma per il mio archivio, rifletto su come il culto del Gauchito si sia evoluto (o involuto, non saprei) in un breve lasso di tempo: da fatto strettamente privato fino all’inizio della decade del 90 a grande celebrazione di massa; di come negli ultimi anni abbia preso una deriva isituzionalizzata, nel tentativo di sfruttarne appieno il potenziale a fini promozionali e commerciali.
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Fonti:
https://www.diarioellibertador.com.ar/nuevo-santuario-del-gaucho-gil-asi-avanza-la-obra-en-mercedes/
https://www.regionlitoral.net/2024/08/el-nuevo-santuario-del-gachito-gil.html#google_vignette



