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Nicolas Caputo, il santo tassista

La canonizzazione di un uomo ordinario

by Simone Arnaboldi
23 Agosto 2026
Home Argentina

A circa 5 km di distanza dal borgo di Vallecito e dal Santuario della Difuntita Correa sorge un altro sontuoso tempio della fede popolare argentina, quello dedicato al tassista Nicolás Florencio Caputo.

Dedicato potrebbe lasciar presupporre che, nel suo concepimento, abbia agito una sorta di cabina di regia, una pianificazione degli spazi. Un intervento dall’alto delle istituzioni che abbia intercettato il sentimento popolare di voler commemorare un concittadino, vittima di un crimine brutale. Niente di tutto ciò.

È il retaggio di una fede genuina ad averlo plasmato. Strato di rottami su strato di rottami.

Santuario del tassista Caputo, RN 141, A circa 5 km dal Santuario della Difunta Correa

Avevo scorto questa sbalorditiva estensione di brani di motore e lamiere un cupo pomeriggio d’inverno di tanti anni fa, sfrecciandogli accanto sul taxi diretto a Vallecito; purtroppo, in quell’occasione, non ero riuscito a fermarmi, giusto una sbirciata dal finestrino in corsa per abbozzare un quadro d’insieme. Ne ero però rimasto folgorato, quasi una cotta non corrisposta di gioventù su cui continui a rimuginare.

Il mio ritorno in Argentina è anche sulla falsa riga di quel ricordo, che si è affievolito ma non ha perso la sua carica emotiva.

Santuario del taxista Caputo, Ruta Nacional 141, Caucete, Provincia di San Juan. Carcasse d’auto

Domando all’autista dell’autobus che collega il terminal della città di San Juan con il paradero della Difuntita Correa di farmi scendere in prossimità del Santuario di Caputo. Monitoro sulle coordinate di google maps gli stadi di avvicinamento del pullman alla destinazione. Lo chofer è logorroico e guascone, i passeggeri sono degli habitué della linea, dialoga con tutti, è il loro esuberante confessore laico; chissà se la mia richiesta gli è uscita di mente.

Invece, dopo poco meno di un’ora di viaggio (una salita dolce e arzigogolata attraverso i pendii e le forre del deserto sanjuanino fino a toccare quota 833 mt.), diligente, accosta in uno spiazzo sterrato antistante il santuario; da alcuni improvvisati bracieri intuisco che, oltre che fungere da posteggio per le vetture dei fedeli, la superficie è adibita ad area picnic; i luoghi di culto dei Santi popolari sono attrezzati affinché i devoti possano coronare la loro visita charlando e grigliandosi una parillada. La dimensione ludica è parte integrante dell’esperienza religiosa, come in una gita fuori porta.

A differenza di quanto accaduto con i santuari del Gauchito Gil e della Difuntita Correa, snaturati da interventi di restyling quantomai drastici e pomposi, qui il tempo sembra essersi arrestato. I volumi sono stati meglio incorniciati, ma solo una rinfrescata che ne facilita la fruizione senza interferire con l’autonomia dei fedeli d’esprimere il proprio trasporto nei modi che più gli corrispondono.

Non c’è dubbio che la scala del business che questi luoghi sacri alimentano abbia determinato il loro diverso destino. Il santuario di Caputo conserva una sua preziosa intimità, una cassa di risonanza circoscritta ai confini della provincia; gli altri due sono diventati emblemi transnazionali della fede popolare, sulla bocca e nel cuore d’argentini, cileni, uruguaiani, paraguaiani.

Una ciclopista asfaltata e a doppia corsia si snoda parallela alla ruta nacional 141. È la senda del peregrino, che collega Caucete, una trentina di chilometri a valle, al Santuario della Difuntita; è transitabile a piedi, a cavallo o in bicicletta.

Quando l’avevo notata nel 2011 era un embrione, un work in progress. Fervevano in alcuni segmenti dei lavori ma era difficile farsi un idea complessiva di ciò in cui l’infrastruttura sarebbe evoluta. Anzi, stante il tasso di corruzione del paese, era pure lecito ipotizzare che i finanziamenti potessero dileguarsi tra le pieghe del bilancio, lasciandosi alle spalle gli strascichi di un’ambiziosa opera incompiuta. Allora la cabalgata della fe, l’evento clou dei festeggiamenti in onore della Difuntita, si sviluppava lungo la ruta 141. Oggi la senda è stata ultimata, nel migliore dei modi: ha un manto omogeneo e consta d’aree ricreative, capelle devozionali e tavole didattiche che illustrano le peculiarità dell’ecosistema circostante.

Sul suo ciglio insistono le propaggini del santuario di Caputo, un primo assaggio di mirabilia che esorta i passanti a sostare per approfondire: un cippo di pietra inciso a caratteri cubitali con la biografia del tassista, molto consunta, un letrero nuovo di zecca, offerto da alcuni fedeli, anch’esso con una breve reseña della sua vita, cianfrusaglie e ingranaggi disparati, un paio di sepolture di devoti che hanno scelto di farsi tumulare in “terra consacrata”. Disseminate tra gli arbusti, le sagome di carcasse d’auto arrugginite.

Un viottolo, orlato di copertoni, risale un avvallamento fino al pianoro che costituisce il fulcro del santuario., defilato rispetto alla ruta nazionale.

Tappeti di frattaglie meccaniche, carrozzerie smembrate, chapas (targhe), serbatoi, taniche per la benzina, pneumatici e cerchioni: ogni pezzo è un ex voto che alberga la memoria di una storia di fede. Chi non ne conoscesse la natura, potrebbe equivocarsi, scambiando questo luogo così caotico per una discarica abusiva.

Sulla sinistra sorge qualcosa di simile a un oratorio, nulla più di una tettoia con un giro di rete metallica come parete, a cui sono annodate chapas e targhe di agradecimiento. L’interno è saturato dai soliti accumuli di ciarpame; tra le altre strutture che osservo, un solido obelisco, innalzato dai colleghi del tassista nel primo anniversario del suo assassinio; un cubicolo di mattoni, intonacato di calce, che ospita alcuni sgangherati candelieri.

Un cimelio mi tocca particolarmente, una croce costruita assemblando magistralmente le candele di un motore; ha la potenza evocativa e sincera che hanno le opere d’arte outsider. Confesso che, se non mi sembrasse di commettere un sacrilegio, pregiudicando con la sua rimozione la speranza del fedele di vedere accolti i propri pedidos, me ne impossesserei.

In cima a un pennone sventola il sol de mayo, a sancire il carattere spiccatamente argentino di questo luogo.

Santuraio del tassista Caputo, Caucete, Provincia di San Juan. Sulla sn del letrero, si snoda la ruta nacíonal 141 mentre sulla dx si nota un brano della “senda de la fe”

… ma chi era Nicolás Florencio Caputo?

Una foto di repertorio ci restituisce il ritratto di un uomo ordinario: occhiali tartarugati spessi, stempiatura pronunciata, orecchie a sventola, una fisionomia affilata. La sua esistenza: una routine di cui poco o nulla sappiamo, mediocre in senso buono, non baciata cioè dalle luci della ribalta; un’esistenza tranquilla che con ogni probabilità avrebbe continuato a dipanarsi nell’alveo dell’anonimato, come quella di miliardi d’individui onesti, se non si fosse saldata per puro caso con la traiettoria di vita di due cugini cordobesi il 5 maggio1939.

Caputo aveva la consuetudine di stazionare nella cittò di San Juan con il suo taxi Ford V8 chapa 3-008 all’angolo tra Rivadavia e Mendoza, nei pressi della cattedrale, in attesa di tirar su clienti.

A quei tempi la città mostrava un’identità difforme da quella, un po’ impersonale, che ci accoglie oggi. Infatti non aveva ancora conosciuto la devastazione del terremoto del gennaio ’44, una scossa di 7.4 gradi di magnitudine Richter che rase al suolo circa l’80% dei suoi edifici; a causa di quella catastrofe, la San Juan attuale è costituita da fabbricati antisismici e moderni, che da un lato contribuiscono a creare un’atmosfera rilassata, a misura d’uomo; dal punto di vista di un turista, tuttavia, mancando la patina della Storia, non sono molte le attrattive.

Una delle tombe sul ciglio della senda

Focalizziamoci sui protagonisti in negativo della vicenda, Juan Manuel e José Demetrio Eciolaza: si erano trasferiti da Cordoba solo qualche mese prima. Juan Manuel aveva trovato impiego come poliziotto, l’altro si accompagnava a una minorenne e non aveva laburo.

Desiderosi di far soldi facili e svoltare, decidono di rubare un’auto per rivenderla fuori provincia. Iniziano così ad appostarsi per individuare un bersaglio che si presti ai loro scopi.

Adocchiano il taxi del povero Caputo. La vettura è nuova, un modello che ha mercato; inoltre un tassista, che di mestiere carica a bordo estranei, è la preda ideale.

Acquistano della corda per immobilizzare Caputo. Ma Juan Manuel si porta appresso anche un revolver calibro 38. Il giorno convenuto, il 5, contrattano un transfer per visitare il santuario della Difuntita Correa.

20 centavos a chilometro, gli cobra Caputo. La trattativa dobbiamo immaginarcela cordiale più che serrata, sia perchè i passeggeri sanno che non pagheranno il pattuito sia perché tentano con un approccio amichevole di carpire la fiducia del loro chofer, per indurlo ad abbassare la guardia.

Area del santuario adibita a offertorio

Le carte del processo non sono risolutive riguardo alla circostanza se i due balordi avessero progettato d’eliminare Caputo fin dal principio.

Il cordame potrebbe significare che volessero semplicemente neutralizzarlo e che l’omicidio sia stato preterintenzionale. Una manada, una “cazzata” in lunfardo, si sono fatti prendere la mano nella concitazione degli eventi.

Ma è anche possibilie che quella di un gesto d’impulso sia una versione di comodo a beneficio degli inquirenti per ottenere il riconoscimento delle attenuanti e che invece abbiano realizzato, magari durante lo stesso tragitto verso il santuario della Difuntita, che non potevano lasciare in vita un testimone oculare che li avrebbe denunciati.

A qualche chilometro dalla meta, all’altezza della Cuesta de las Vacas o del Bajo Hondo, Demetrio chiede al tassista d’accostare per incombenze fisiologiche. Quando torna all’auto, il cugino ha già freddato Caputo con un colpo nella nuca, a bruciapelo. Gettano il cadavere in un barranco, un crepaccio, e fuggono con la vettura.

Nonostante le precauzioni (ad esempio sostituiranno la targa due volte) in breve tempo gli assassini vengono assicurati alla giustizia. Torchiati, confesseranno il crimine. Il corpo dello sventurato tassista verrà rinvenuto solo due mesi dopo la scomparsa da alcuni operai stradali in quanto i cugini, che non avevano familiarità con la geografia della provincia, non erano stati in grado d’indicare il punto esatto del delitto.

L’omicidio del tassista Caputo fu un fatto di cronaca nera che suscitò enorme sconcerto; il sito della sua esecuzione, con il tempo, divenne meta di pell)egrinaggio (come abbiamo già avuto modo di sottolinerae il culto a un  Santo Popolare non si rende nel sito della sepoltura – Caputo è sepolto nel cimitero di San Juan – ma è radicato nel luogo dove si è consumata la tragedia).

Gli abitanti della provincia sanjuanina iniziarono a rivolgergli i loro pedidos e la voce che Caputo cumplia si diffuse rapidamente. Forse, nel processo di canonizzazione, influì la vicinanza con il Santuario della Difuntita; frequentavano, cioè, i paraggi persone già predisposte a cogliere i segni del divino. E giocò, ovviamente, il bisogno quasi atavico degli argentini di trovare sponde nell’aldilà per vedere esauditi i propri sogni, non confidando troppo nella benevolenza dei loro leader politici.

Chi si rimette a Caputo, lo fa a tutto tondo. Però una certa specializzazione, vuoi per il suo mestiere, Caputo se l’è ritagliata: è considerato il protettore delle rutas e dei viaggiatori.


Post collegati:

Vita meravigliosa dei Santi popolari argentini

La Difuntita Correa, santa cobradora

Il Santuario del Gauchito Gil


Link esterni:

https://www.sanjuanalmundo.com/articulo?id=55349

https://www.telesoldiario.com/445491-san-juan-rememora-el-terremoto-de-1944-con-una-jornada-de-homenaje-y-prevencion

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