Nessuno strumento più puntuale di una carta tematica può rendere l’idea di quanto sia irrimediabilmente compromessa la situazione in Cisgiordania: isolate chiazze di un marrone caldo formano l’area A, cioè le porzioni di territorio amministrate dall’Autorità palestinese; aloni ocra indicano l’area B, a gestione ibrida; le restanti tessere del mosaico costituiscono l’area C, sotto rigido controllo israeliano.
Le principali vie di comunicazione, inglobate per lo più nell’area C, sono nastri d’asfalto che non rinsaldano legami tra popoli ma segregano le comunità come e più di mille barriere di filo spianato.

Hebron (o Al khalil per gli arabi) è la sintesi tragica di tutte queste contraddizioni. Dal ’97, infatti, è suddivisa in due entità: una circoscrizione autonoma palestinese, Hebron 1 (circa l’80% del territorio urbano), e uno spicchio, Hebron 2, che ricade sotto giurisdizione ebraica.
L’esercito è stato schierato a Hebron 2 fondamentalmente con due missioni:
– proteggere alcuni insediamenti di coloni ebrei che sorgono come un bubbone decontestualizzato nel cuore della città vecchia a maggioranza palestinese (si tratta, nel loro complesso, di pochi edifici fortificati, popolati da un numero esiguo d’individui che, a seconda della faziosità delle fonti, varia da un centinaio a 500/800/1000 abitanti);
– garantire ai fedeli di religione ebraica la possibilità di pregare in sicurezza sulla veneratissima Tomba dei Patriarchi (essendo un luogo di culto conteso tra le due confessioni, è stato suddiviso: il livello superiore dell’edificio è destinato agli ebrei, gli ambienti sottostanti ai musulmani. Gli ingressi, blindati, sono anch’essi distinti).
Se Hebron 1 si presenta come un tipico agglomerato levantino – anarchico, frastornante, frustrante – man mano che ci si sospinge verso il centro storico, il panorama si modifica radicalmente, si mummifica.

Ci si lascia alle spalle il tourbillon di Hebron 1 per varcare i confini surreali di Hebron 2 dove dominano desolazione, rassegnazione, fatalismo.
L’egemonia dei militari soffoca l’economia, la maggior parte delle saracinesche è abbassata. Chi tra i palestinesi può permetterselo si trasferisce a Hebron 1, chi resta vegeta in una veglia senza tempo e senza speranza.
Prima d’accedere alla Tomba dei Patriarchi, salendo l’ampia scalinata posta nell’estremità della spianata riservata agli ebrei – essendo straniero, dunque aprioristicamente neutrale, ho il privilegio di poter visitare entrambe le sezioni del monumento – mi trattengo a scambiare due chiacchiere con l’addetto al chiosco dell’ufficio del turismo.
Lo spiazzo in cui è collocato il casotto, antistante la Tomba, funge anche da area di sosta per i frequenti torpedoni che convogliano da ogni angolo d’Israele comitive di pellegrini ultraortodossi.

Il sunto storico, tra archeologia e contemporaneità, che il mellifluo volontario mi somministra è professionale, dogmatico, scevro di zone grigie. È un narrazione che risulta indisponente nella sua pretesa d’infallibilità. E costituisce la riprova definitiva che la storia è una trama di fatti discrezionali, plasmata dai vincitori. Nella storia tendenziosa che sto incamerando non ci sono vittime né carnefici. Nessun sopruso, nessuna remora.
Probabilmente l’onestà intellettuale è un lusso che può concedersi soltanto chi non è coinvolto emotivamente in un conflitto.
Lui, però, vive nella colonia di Kyriat Arba, il compatto alveare di moderne palazzine che vedo arrampicarsi sul colle davanti a me, alla periferia di Hebron. E non può dubitare della sua verità.
Mi monitora, mentre cerca di catechizzarmi, con il suo sguardo chirurgico patinato di fanatismo. Ho l’impressione che sia sufficientemente smaliziato da carpire le mie perplessità. Non si scompone. Forse ritiene persino scontato che un occidentale non ebreo possa indignarsi davanti alla sconcertante realtà di Hebron. D’altra parte, prima d’entrare a Hebron, si può tentare di fare tabula rasa dei propri preconcetti ma, una volta dentro, non si può rimanere né equidistanti né indifferenti.

Nel 2017 su istanza palestinese l’Unesco ha inserito il centro storico di Hebron nella lista dei siti patrimonio dell’umanità minacciati. In questo caso minacciati dall’occupazione israeliana.
Ovviamente la scelta ha suscitato la ferma reazione d’Israele.
Al di là del valore simbolico del riconoscimento, l’inclusione di Hebron nei siti Unesco non ha cambiato di una virgola la quotidianità stentata di quanti risiedono nell’area B.

A titolo di curiosità, nell’immagine in evidenza del post, la ragazza raccolta in preghiera presso la Tomba dei Patriarchi indossa una parrucca, “sheitel” in yiddish, uno dei copricapi consentiti dalla dottrina ebraica più ortodossa. Molte sono in Israele le donne ortodosse maritate e “imparruccate”, in ottemperanza ai dettami di modestia che una donna sposata è tenuta a soddisfare.
Naturalmente la parrucca deve possedere un certificato di conformità rabbinica, che attesti, ad esempio, che non siano stati usati crini provenienti da donne idolatre. Molte osservanti, tuttavia, non indossano la parrucca, non perché siano più aperte di vedute ma in quanto la parrucca non è considerata sufficientemente castigata dalle correnti più estreme dell’ebraismo – potrebbe insorgere il dubbio che la donna giri a capo scoperto – per cui prediligono un copricapo vero e proprio (tipo il foulard tichel). Altre non rinunciano allo sheitel ma, per evitare malintesi, utilizzano anche un velo (snood).
Propongo per approfondire la questione “Hebron” la lettura che ne danno un sito ebraico e un saggio di prossimità palestinese:
https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/CaseStudyFPT-Hebron%28August2016%29.pdf



