Kolkata, India. Per ritemprarsi dalle fatiche psicofisiche che comporta l’esplorazione a piedi della capitale del West Bengala, niente di meglio che concedersi un chai (tè), sostando con i colletti bianchi in pausa pranzo davanti alle bancarelle che lo smerciano, disseminate lungo il bordo dei congestionati marciapiedi della megalopoli.
Il tè, denso, è preparato con latte principalmente di bufala, più grasso, arricchito da una generosa dose di zucchero e, talvolta, aromatizzato con un blend di spezie (masala chai), quali ad esempio cardamomo, cannella, anice stellato, zenzero, ecc.
L’infusione avviene immergendo un filtro di tessuto contenente le foglioline di tè nero nel bricco in cui sobbolle il latte.
La peculiarità è che la bevanda viene consumata in coppette d’argilla monouso, bhaanr o bhaar, retaggio di un costume che apparteneva a tutti i contesti urbani del subcontinente in epoche passate ma che al giorno d’oggi è circoscritto soprattutto a Kolkata e più in generale ai centri del West Bengala; altrove la tazzina d’argilla è stata soppiantata dalla molto meno ecologica plastica, sia per mere ragioni di praticità (nel breve video si può notare, banalmente, quanto spazio occorra per stoccare le tazzine d’argilla), sia perché, ricorrendo alla plastica, è possibile abbattere il prezzo al dettaglio del tè di 1-2 rupie.
Sarà curioso monitorare nei prossimi mesi l’evoluzione di questa partita sui materiali, di questo contrasto tra tradizione e innovazione, in base alle scelte di mercato che verranno operate, tenuto conto che è in vigore dall’inizio di ottobre una legge che bandisce in maniera tassativa dal territorio nazionale l’impiego della plastica monouso (vedi, al proposito, in calce a questo articolo un post che avevo pubblicato sulla svolta “green” dell’India impressa dal primo ministro Modi). Già nel 2004, peraltro, le ferrovie indiane avevano tentato d’imporre la vendita del tè in tazzine d’argilla nelle stazioni e sui convogli, senza riuscirvi.
I cultori bengalesi sostengono con assoluto convincimento che l’argilla esalti l’aroma del tè e, anzi, costituisca essa stessa un quid in più, conferendo alla bevanda un retrogusto terroso, irripetibile.
L’avvertenza è di maneggiare la coppetta con circospezione per non scottarsi i polpastrelli.
Le tazzine, d’abitudine, venivano frantumate sul marciapiede, in una sorta di mistico ritorno della terra alla terra; adesso, almeno dalle verifiche che ho potuto compiere, i “chaiwallah” si sono dotati di più decorose pattumiere .
Il costo del chai è davvero irrisorio in rapporto ai listini occidentali (10 rupie mediamente, cioè 13 centesimi d’euro – naturalmente lievita nei ristoranti fino a 40 rupie e oltre).
L’aspetto interessante è l’articolata e organica filiera economica che dipende dalla produzione di queste coppette (che possono avere diversi formati, quello “micro” è lo standard ma ce ne sono di taglie medie): dagli approvvigionamenti d’argilla, chiamata gangamati, perché estratta a monte dai banchi del Gange, al trasporto della materia prima via acqua o ruota, a tutta l’attività manifatturiera svolta nei laboratori di ceramica a conduzione familiare situati nei pressi del fiume Hooghly, per finire con l’acquisto degli stock da parte dei grossisti e la successiva rivendita al minuto ai chaiwallah.



