Un sondaggio effettuato nel 2019 dalla società di consulenza Mercer fotografa il costo della vita per gli espatriati nei diversi paesi del globo, compilando una graduatoria decrescente su un campione di 209 città, a partire dalla più cara (link sondaggio).
Tel Aviv, la dinamica capitale dello stato d’Israele, si classifica in 15° posizione.
Per stabilire una pietra di paragone, le prime quattro “piazze” del report sono occupate dalle avveniristiche megalopoli asiatiche: Hong Kong, Tokyo, Singapore, Seoul.
L’indagine (che ha cadenza annuale) rileva le fluttuazioni di un paniere composto da oltre 200 voci tra beni e servizi. Ovviamente in questa carrellata non può mancare la categoria “food”.

L’ordine di grandezza di quanto esosa possa risultare Tel Aviv, almeno sul fronte della ristorazione, lo fissa a mio giudizio la “Shakshuka” (parola d’origine berbera traducibile con “mistura”), un feticcio nazionale, onnipresente nell’offerta gastronomica dei banchi dell’animato Carmel Market così come nel menù stereotipato delle taverne prossime a Jaffa.
Il suo prezzo oscilla tra i 40 e i 50 shekel a porzione, cioè 10 -15 euro, sulla base del tasso di cambio dell’agosto 2019.
La constatazione che mi sorge spontanea è che pagando questa cifra non irrisoria ci vengono servite uova all’occhio di bue (di solito “addirittura” un paio), sobbollite in un soffritto d’aglio e cipolla con peperoncino fresco, in fiocchi essiccati e/o in polvere e salsa di pomodoro (o concentrato); l’amalgama viene quindi arricchito da una selezione di spezie (immancabili cumino, paprika dolce, coriandolo in polvere) e un trito d’erbe aromatiche (prezzemolo e coriandolo).
Proprio nell’assortimento delle spezie si annida il segreto dello chef, quel quid in più che incorona tra gli estimatori del genere una Shakshuka rispetto alle sue concorrenti.
Le preparazioni maggiormente creative possono incorporare anche altri ingredienti come melanzane, peperoni, patate, zucchine, feta.
Nulla da eccepire sulla prelibatezza delle Shakshuka, sono davvero buone, ma si tratta obiettivamente di un piatto di banale esecuzione, concettualmente naif (più o meno ogni cultura culinaria ha sposato in una qualche pietanza uova e salsa di pomodoro, quasi fosse un abbinamento ovvio), e non vi è alcuna relazione tra il costo esagerato al tavolo e quello, trascurabile, delle materie prime impiegate: occorre soltanto accettare l’evidenza che stiamo viaggiando in un paese dispendioso per i nostri standard.
La passione levantina per la Shakshuka si è irradiata dal Nord Africa. L’ipotesi più accreditata è che questa ricetta sia stata introdotta in Israele dagli ebrei “mizrahì”, gli ebrei d’oriente, nel loro esodo.

In Tunisia – la sua probabile terra d’elezione – la Shakshuka (o Chakchouka) convive con un piatto assai simile, la Ojja (termine arabo per “melange”). Sebbene sia sterile il tentativo di codificare in rigidi disciplinari le ricette della tradizione, camaleontiche di natura, ragione per cui è meglio astenersi da approcci troppo dogmatici, possiamo però dire che la Ojja si differenzia dalla Shakshuka tunisina per il fatto che i tuorli vengono assemblati alla salsa, conferendole maggiore cremosità (come per il Menemen turco).
La Ojja che contiene sapidi tocchi di Merguez – una salsiccia di montone, carne vaccina o tacchino – diventa “Ojja Merguez”, particolarmente deliziosa se insaporita da un Ras el Hanout alle 4 spezie e Harissa a gusto (crema piccante di peperoncino rosso, regina delle tavole tunisine).
Ricetta Shashouka (per 2 persone)
Mondiamo e affettiamo finemente una cipolla e 4 spicchi di aglio che faremo rosolare in un fondo d’olio evo, a fiamma medio bassa. Una padella antiaderente è ideale.
Aggiungiamo un cucchiaio di pomodoro concentrato e le spezie. Io utilizzo un composto specifico acquistato nella bottega di un droghiere nella Città Vecchia di Gerusalemme (vedi video). Possiamo però strutturare il nostro mix di spezie a piacimento, ad esempio, combinando 1/2 cucchiaino di chilli, 1/2 di cumino, 1/2 di coriandolo in polvere, 1/2 di paprika dolce.
Passare un paio di minuti le spezie nell’olio caldo le aiuta a liberare le loro essenze.
Incorporiamo 400 gr. di pomodori pelati (possiamo in alternativa preparare una salsa di pomodoro fresco oppure di passata). Consiglio di assaggiare. Se il pomodoro risultasse troppo acido, si può contrastare con un cucchiaio di zucchero. Regoliamo di sale e pepe.
Facciamo sobbollire almeno venti minuti con coperchio.
Togliamo la pentola dal fuoco e ricaviamo quattro alloggiamenti sulla superficie della salsa, in ciascuno dei quali romperemo un uovo, lasciando integro il tuorlo.
Copriamo di nuovo con il coperchio e riprendiamo la cottura, sempre con fiamma bassa, finché le uova non sono cotte. Guarniamo con prezzemolo/coriandolo (io uso origano essiccato o Za’atar, un composto mediorientale di origano siriano e sesamo) e serviamo in tavola, direttamente nella pentola.




