Nablus, Cisgiordania. Un conoscente palestinese – centellinando un catramoso caffè all’araba sulla terrazza di casa mentre gli altoparlanti amplificano nell’etere l’invito registrato del muezzin alla preghiera pomeridiana – mi confida che si è ormai rassegnato.

Nel senso che non spera più in nulla. Non anela più il conforto di svolte politiche epocali che, alla resa dei conti, si risolvono inevitabilmente in tira e molla senza sostanza. Come in una partita a scacchi dilatoria, che non contempla la mossa decisiva. Quali svolte epocali aspettarsi, d’altronde, se a contrattarle è una classe dirigente corrotta?
Il sole sta pigramente tramontando dietro le brulle cime che comprimono in una soffocante morsa questa vibrante cittadina della Cisgiordania; mi salta all’occhio come qui la vita brulichi tanto in strada come sui tetti.
Per quest’uomo energico e disilluso, qualsiasi soluzione di ripiego – pure le briciole – in grado di sbloccare l’indefinitezza che da lustri ammorba la sua terra è meglio di un’esasperante agonia, di un eterno e infruttuoso rivendicare utopie.

Non so se la sua sfiducia sia uno stato d’animo condiviso dalla collettività o l’espressione individuale di un cinismo alimentato dall’avvilimento.
Posso comprendere le coordinate della sua prostrazione ma solo astraendo, per una sorta d’empatia. Questa è una forma di disperazione lontanissima dalle sfumature di disperazione che conosco. Agognare una quotidianità scandita dalle certezze, la possibilità di pianificare il domani, la sicurezza personale: sono prerogative che mi appartengono, da sempre, e non ne ho mai sperimentato l’assenza. Almeno non in modo così pervicace.
Provo però ad aderire al suo paradosso, al suo bisogno di proiettarsi intorno il simulacro di una banale normalità, immaginando per un attimo Nablus come una città che si promuove agli occhi del mondo, semplicemente, attraverso le sue attrazioni turistiche, come se non esistessero i check point dei militari israeliani agli imbocchi della vallata.
E Nablus è bellissima da visitare: il centro storico con i suoi quartieri d’impronta ottomana perfettamente conservati, i vivaci mercati, gli hammam ancora attivi.
“Nabulsi”, cioè originario di Nablus, etichetta i suoi prodotti tipici, un certificato di qualità apprezzato ovunque.
La manifattura dei saponi organici (olio vergine d’oliva di prima spremitura, acqua e soda); il Kanafeh, un classico assoluto della pasticceria araba e turca, che qui si attesta su livelli d’eccellenza: cotto in enormi teglie circolari, si presenta con una crosta brunita formata da un amalgama di burro, zucchero e semolino e uno strato sottostante cremoso a base di formaggio – si usa un formaggio locale in salamoia, semi duro, ottenuto con latte di pecora o capra, il nablousi, o in alternativa l’akkawi, originario di Acri.

Il Kanafeh risulta gradevole al palato anche se esprime una dolcezza peculiare, accentuata dall’abitudine dei pasticcieri d’irrorarne la superficie con uno sciroppo all’essenza d’arancio o rose. Altrove gli si conferisce una patina più accesa impiegando coloranti alimentari. Non amando i dessert troppo “spinti”, per me una porzione media di Kanafeh è quasi nauseante.
Tra i molti negozi di dolci che costellano Nablus, fieri della loro tradizione artigiana, la bottega Al Aqsa, nel dedalo dei vicoletti del suk, è particolarmente scenografica e rinomata, con il laboratorio dirimpetto che offre uno spaccato sulle tecniche di lavorazione di questa leccornia. Sul fronte della qualità, invero, mi sembra che le kanafeh si equivalgano, siano cioè squisite in qualsiasi pasticcieria le si acquisti. Ma potrei essere smentito dai cultori della materia.
E tra i tesori nascosti di Nablus, bighellonando senza una meta prefissata che non sia lasciarsi sorprendere, ci si può imbattere in una caffetteria dove sorseggiare un fantastico caffè all’aroma di cardamomo.
Il segreto della sua preparazione è insito nel fondo di sabbia su cui è collocato il bricco, escamotage che garantisce una conduzione più uniforme del calore.

Se in un fittizio gioco di specchi ci si può dimenticare per una attimo della drammatica realtà che vive Nablus (e tutte le città cisgiordane pseudo autonome), ingiustizia e violenza sono presenze costantemente sotto traccia con cui sei costretto a confrontarti, magari girato l’angolo di una strada.
Giungo in un’ampia piazza della Kasbah, trasformata in un sobrio sacrario (prima foto della Gallery).
Vi si commemorano i martiri della battaglia che si combatté tra queste viuzze dal 5 all’8 aprile 2002 nell’ambito dell’offensiva lanciata da Israele in risposta agli attacchi terroristici che erano andati intensificandosi in quei mesi contro il suo territorio. Si contarono 70 caduti tra i militi palestinesi, 8 vittime civili, 1 perdita tra i soldati israeliani.



