Se vi trovate a Londra e volete sperimentare l’ebbrezza di una tipica e corroborante colazione inglese, consumandola in un luogo incredibilmente decontestualizzato, dovete sostare in un cabmen’s shelter (che poi , come considerazione a latere, il concetto di “breakfast”, cioè l’interrompere il digiuno della notte, con un pasto sostanzioso, è probabilmente il principale contributo che i britannici hanno saputo offrire alla cucina internazionale).

Questi insoliti bistrò in legno, tinteggiati con una vernice verde frizzante, vennero edificati sulla via pubblica a partire dall’epoca vittoriana e servivano a rifocillare i vetturini, in un ambiente accogliente e confortevole, nel rispetto della legge.
In quei tempi, infatti, era vietato lasciare incustodite le carrozze adibite al trasporto pubblico (hansom cab, una sorta di calesse cabinato) nei parcheggi loro riservati, limitazione che complicava alquanto la vita dei vetturini che non potevano allontanarsi per andare a mangiare nelle pause del turno lavorativo. Quando però, dovendo ovviare a questa disposizione, si arrestavano lungo il tragitto della loro corsa in prossimità di un qualche pub per concedersi un veloce spuntino, rischiavano che il mezzo gli venisse rubato – e perciò erano costretti ad affidarne la sorveglianza a qualche ragazzetto in cambio di una mancia.
Tra i fumi del pub, inoltre, aleggiava sui conducenti l’insidiosa tentazione d’alzare il gomito con ripercussioni facilmente intuibili sulla loro lucidità alla guida (vedi: https://www.cabbiesshelters.org/history).

Fu il settimo conte di Shaftesbury, coinvolgendo nel progetto un manipolo di filantropi, a finanziare nel 1875 il Cabmen’s Shelter Fund con lo scopo di fabbricare gli “shelter” e curarne la manutenzione. Presto a Londra si ebbero 61 shelter nei quali era rigorosamente proibito il gioco d’azzardo e il consumo d’alcolici.
Sorgendo sulle vie di transito, le dimensioni di questi ristori non potevano eccedere l’ingombro di una carrozza con aggiogato il suo tiro. Durante la seconda guerra mondiale molti cabmen’s shelter vennero rasi al suolo dai bombardamenti e dopo la guerra l’affermarsi del motore e dunque di un differente modo di viaggiare tolse gradualmente agli shelter la loro centralità sociale. Oggi ne sopravvivono 13 (classificati come Grade II, cioè beni storici meritevoli di una speciale tutela), di cui 10 ancora in servizio.

Allo stato attuale, negli angusti interni dello shelter, sono ammessi esclusivamente i tassisti degli iconici “black cab“o “hackney“, i tassisti cioè che hanno sostenuto l’esame per la licenza dimostrando di aver acquisito la mitica “Knowledge“, la conoscenza mnemonica di 25.000 strade e 20.000 punti di riferimento londinesi, conoscenza necessaria in quanto teoricamente (e anacronisticamente) non potrebbero avvalersi dell’ausilio dei moderni navigatori satellitari per orientarsi tra i gangli di una metropoli smisurata; gli autisti dei minicabs come Uber e i “civili” non vi possono accedere.
Tuttavia, per non tarpargli le ali, i conduttori degli shelter sono stati autorizzati a vendere i propri manicaretti agli estranei ricorrendo alla formula del take away, con le vivande che vengono allungate ai passanti attraverso una finestrella (alcuni shelter dispongono di qualche tavolo all’esterno dove ci si può accomodare).
Quanto al menù è decisamente monocorde. Si può scegliere tra intramontabili classici autoctoni: hot dog, bacon, uova, a volte integrati da lasagne caserecce o qualche estemporanea pietanza calda, di solito preparata in precedenza, a casa, dal gestore perché le cucine degli shelter, sempre che ci siano, appaiono essenziali. In un tentativo di diversificare la proposta per stuzzicare i gusti di una clientela più variegata, si possono trovare pure piatti all’insegna dell’etnico come i falafel.

I prezzi sono in genere abbastanza popolari anche per i non tassisti, soprattutto se rapportati agli standard londinesi (un black coffee è quotato 1.5 pound), per quanto tendano ad allinearsi alla media nelle zone che intercettano i maggiori flussi turistici come nel bistrò d’Embankment.
Raggiungo lo shelter a Russell Square, nei pressi del British Museum (che risulta essere tra i più accattivanti come posizione e per i fantastici inserti floreali.
Sulla qualità del cibo, qualche perplessità; avevo intenzione d’ordinare una porzione di uova e bacon ma devo confessare che sono stato dissuaso dall’aspetto piuttosto rancido della pancetta affumicata).
Insisto con la signora Jude Holmes che lo gestisce perché mi permetta di visitare il “sancta sanctorum” della sua struttura. La signora non appare intransigente o scontrosa ma neppure riesce a iniettare empatia nel suo formalismo decisamente impostato. A patto che non scatti foto, mi concede infine una sbirciata al ruspante interno, la cui configurazione è molto simile al vano di una roulotte compatta, con un angolo cottura senza pretese, un frigo casalingo e una saletta occupata da un tavolo ad U che, stringendosi, al massimo potrà ospitare 10, 12 coperti.



